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Letteratura

L’arte del sognare nella duologia di Laini Taylor

Prendi la mia mano e tuffati nelle pieghe delle pagine fruscianti profumate d’inchiostro, bosco e fiabe incantate. Guarda: un’austera biblioteca cela segreti dorati, un giovane sagace sogna mondi colorati mentre un’anima multiforme e silenziosa viaggia tra le menti degli umani.

La fantasia costruisce ponti tra gli argini di un’antica memoria e lo studio paziente e certosino di quell’umile ragazzo tesse la trama di un grandioso destino.
No, non scacciare quella falena: non puoi saperlo, ma è la compagna divina del notturno labirinto dei tuoi pensieri.
Cosa ci fa qui un promettente alchimista, dici? Indaga i segreti della natura, chiaramente! Non chiedermi se vi riesce: la sua dura ricerca può avere esiti imprevisti.

Salta dal primo romanzo, Il sognatore, al secondo, La musa degli incubi: l’editore Fazi ha aperto due varchi per la storia di Lazlo.

Osserva intorno a te: un vasto deserto e una lingua sconosciuta, antiche divinità e giovani possibilità, mondi interrelati e l’astratto che si fonde col concreto.

Il bello del sognare è desiderare con tutto il cuore; la meraviglia è aprire gli occhi e scoprire di avere il potere di plasmare la propria realtà. Il costo sarà alto, bisognerà lottare e fare i conti con le zone d’ombra; ma provare a dar vita alle proprie speranze sarà sempre la scelta migliore.

Entra in una dimensione sorprendente, in cui una narrativa fluida e vibrante svela la realtà di un mito perduto: lascia che il racconto di Laini Taylor ti apra insoliti portali e ti mostri quanto siano forti le potenzialità di un sogno.

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Letteratura

Volteggiare sulle esistenze poetiche: “Con in bocca il sapore del mondo” di Fabio Stassi

Profumo di legna bruciata e stradine di pietra chiara: l’esistenza ispirata alla biografia di Dino Campana viene raccontata in volute di fumo indefinite che si condensano in figure evanescenti, sfuggenti, evocative. Brevi annotazioni si susseguono per seguire le emozioni rapide e intense di un’anima emarginata, errabonda e istintuale. Il poeta è come un goffo uccellino che sfrutta l’impeto del vento per spiccare il volo, ma a metà di un volteggio ripiomba nel suo stretto nido, dove è solo pur essendo in compagnia.

La figura di Gabriele D’Annunzio prorompe in un’ondata di energia produttiva che non si arresta mai: corre libera zigzagando come corrente elettrica che accende scintille di fuoco lungo il percorso, e proprio come il fuoco risulta tanto ipnotica e coinvolgente.

L’essenza di Aldo Palazzeschi si svolge lungo il filo dell’equilibrista, in bilico tra la progressiva costruzione di un’identità caleidoscopica e l’esuberanza allegra dell’originale personalità, in un vortice di luce, vita e suoni, che si staglia nel buio come un fuoco d’artificio.

Come un turbine in punta di piedi, si delinea l’immagine di Alda Merini, che nella sua follia, prolifica di affascinanti e tormentate metafore naturali, tratteggia sentimenti straripanti e fugaci, intensi e strazianti.

Nel suo “gioco di imposture letterarie”, Fabio Stassi ci fa dono di una galleria di bozzetti acquarellati che riproducono scorci significativi di vite poetiche. I sentimenti più profondi sembrano rappresentare le principali energie motrici dell’essere umano che sceglie di canalizzare i moti del suo animo in composizioni artistiche.

Viaggiare attraverso Con in bocca il sapore del mondo, edito da Minimum fax, vuol dire fare esperienza di dieci delicate biografie disincarnandosi, volando attraverso il tempo e lo spazio per poi posarsi sul cuore di un poeta per ascoltarne i battiti.

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Cinema

Jojo Rabbit: la necessità di conoscere e la banalità del male

Agli occhi di un bambino che da tempo non ha più notizie del padre, non può che finire per rappresentare un sicuro punto di riferimento una figura maschile che si mostra forte e assolutamente fiduciosa nella propria, chiarissima, visione del mondo. Se poi si tratta di un bambino dai capelli biondi e dagli occhi celesti della Germania nazista del 1945, l’àncora ideologica alla quale aggrapparsi è naturalmente il sistema di pensiero propugnato da Adolf Hitler: ecco come il dittatore tedesco diventa il compagno immaginario con cui il piccolo Jojo si confronta quotidianamente e dal quale ottiene sempre una spronata a dare il meglio di sé, debellando ogni sua paura e incertezza.
La madre del bambino, Rosie, è una donna bella, carismatica, energica e solare. Tenta di trasmettere a suo figlio la leggerezza e l’amore, la gioia dell’essere vivi e consapevoli di esserlo: un dono che va celebrato ballando, muovendosi, dando spazio di espressione alla propria carica vitale. Eppure, è una donna segnata dall’incertezza del destino a cui è andato incontro il marito, oltre che dalla recente perdita della figlia adolescente, Inga. Rosie lotta per ciò in cui crede senza abbassare mai lo sguardo, lotta per dare spazio a Jojo e permettergli di crescere al sicuro; fa “quello che può”, ogni giorno, con tenacia.
Un’altra figura femminile, nel frattempo, vive un’esistenza parallela in casa di Rosie e Jojo Betzler: confinata in un’intercapedine nella stanza ormai deserta di Inga, la giovane ebrea Elsa affronta la monotonia, l’asfissia e il buio di una prigionia che è allo stesso tempo riparo e salvezza da un destino atroce. Le sporadiche visite serali di Rosie, che le porta del cibo e una candela, rappresentano l’unico contatto con il mondo esterno. Questa situazione dura fino a quando uno spaventatissimo Jojo, armato del coltellino dei giovani nazisti, scopre l’intercapedine e la sua occupante. Diviso tra le spinte a denunciarla, che provengono dalla sua visione di Hitler, e la curiosità di conoscere Elsa, alla quale non esita a chiedere dove siano le tipiche corna da ebreo, Jojo scopre di dover fare i conti con nuove prospettive e tragici sviluppi, mentre si verificano eventi storici che sconvolgono il panorama politico.
Sul filo della tragicommedia, Jojo Rabbit è un film bellissimo: è delicato, ironico, colorato, profondo e commovente. Attraverso gli occhi di un bambino vengono passate in rassegna e amplificate le movenze e le ideologie degli adulti, un mondo in cui i più giovani spesso vengono coinvolti con ruoli e responsabilità ben al di là delle loro naturali competenze.
Non solo deve essere visto: Jojo Rabbit dovrebbe essere rivisto, discusso e approfondito, soprattutto alla luce della preoccupante violenza di pensiero e di azioni degli ultimi tempi nei confronti delle categorie ritenute più deboli. Che si tratti, infatti, degli stessi ebrei, come ha tristemente rivelato il giorno della memoria e messo ben in luce la senatrice Liliana Segre nel suo recente discorso al Parlamento europeo, o delle persone dai tratti orientali, emarginate nella convinzione che siano automaticamente portatrici del coronavirus, o delle donne, o dei meridionali, o degli immigrati, o di chi sceglie una ‘diversa’ identità sessuale, o di coloro che hanno a lungo studiato una disciplina e per questo dovrebbero essere ascoltati e rispettati, non osteggiati in quanto presuntuosi che soffocano il libero pensiero altrui. Gli esempi potrebbero non finire mai, purtroppo, e ogni momento storico ha il suo ‘demone’ da perseguitare, al di là di ogni razionalità, umanità ed empatia. “La banalità del male”, nella celebre espressione di Hannah Arendt, è ciò che oggi spaventa e ciò a cui bisognerebbe sempre porre attenzione, per cercare di intervenire prontamente. Chiunque non abbia la capacità di riflettere sul significato delle proprie azioni, sulle conseguenze e sui risvolti che si riverberano su altri esseri umani, è responsabile inconsapevole della diffusione di un cancro. Il rimedio, se esiste, potrebbe essere individuato nello sviluppo della capacità critica: studiare, fare attenzione alle sfumature, riflettere, educare al confronto, aprire la mente e provare a valutare diversi punti di vista. Forse, il mondo potrebbe essere così un posto più civile.

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Letteratura

La poesia di Franco Arminio e il luogo infinito dell’amore.

Tutte le riflessioni più profonde nascono dalla più sincera delle ammissioni: “io non so che cosa sia l’amore…”; con questa avvertenza Franco Arminio sviluppa la sua riflessione poetica senza la pretesa di fornire alcuna definizione del sentimento meno definibile in assoluto.

Lo strumento adoperato è la poesia che, come Arminio ci ha insegnato, non deve essere qualcosa di avulso dalla realtà, ma un modo di guardare il mondo e soprattutto un’ “arma” per cercare di salvare la nostra umanità.

Visitiamo, attraverso la parola poetica, i luoghi in cui l’amore si rende corporeo e si mostra a noi, viaggiatori spesso frettolosi e disillusi.

Il perno attorno a cui ruota l’intera raccolta è la doppia natura del sentimento amoroso: corporeo/incorporeo, finito/infinito, particolare/universale.

L’amore è un ciclo universale, non nasce con noi e non morirà con noi; noi conosciamo una serie di declinazioni fisiche di questo sentimento universale e Arminio le celebra in tutta la loro poetica corporeità: l’amore è quello che proviamo per il nostro partner, per i nostri figli, per i nostri genitori, per il nostro paese, per le nostre radici e anche per la poesia. Noi conosciamo le declinazioni fisiche e finite di un sentimento che trascende queste categorizzazioni perché è una fonte infinita e universale.

Una bottiglia è un posto adatto per un liquido,

ma non per una nuvola.

Proprio per questo l’amore è il più umano dei sentimenti: come noi siamo fatti di un corpo finito e di un’anima infinita, l’amore è finito e corporeo nelle sue manifestazioni e, allo stesso tempo, illimitato nella sua essenza.

Duplice celebrazione quella a cui assistiamo: l’amore è occhi, labbra, braccia, sesso, odore di tristezza e corpi che si ospitano a vicenda; ma l’amore è anche cenere che si disperde con un solo piccolo soffio, è il primo fiocco di neve della prima nevicata invernale, quello che con orgoglio trionfante accogliamo nel palmo della mano e che l’attimo dopo non c’è più, lasciando solo l’accenno di un brivido freddo.

L’unica cosa che fisicamente rimane quando l’amore finisce, l’unico tertium datur, che ci viene concesso è la parola, ancora meglio la parola poetica: è quel bagliore finale ed estremo che compiono le stelle prima di spegnersi definitivamente, è l’occasione che ci viene concessa per lasciare in noi e negli altri la traccia tangibile di qualcosa che non è concesso afferrare.

La poesia e l’amore
sono il nostro cadere più vero
nel modo:
stiamo luccicando prima di spegnerci.

Ogni volta che amiamo, noi lo facciamo in modo finito e infinito: la nostra corporeità diventa infinità perché noi creiamo una dimensione per accogliere questo sentimento e allo stesso tempo diventiamo parte di un meccanismo universale; ogni volta che amiamo siamo noi che realizziamo “l’infinito senza farci caso”, perché compiamo qualcosa che va oltre la nostra volontà; non è qualcosa di pensabile o calcolabile, né misurato, né misurabile; scappa fuori da noi, involontariamente e, soprattutto, generosamente, un pezzo d’anima che regaliamo a un altro essere umano.

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Letteratura

L’ “Impossibile” di Erri de Luca

In montagna, su sentieri impervi e poco battuti si può scivolare, non è “impossibile”; non è “impossibile” che il cadavere precipitato dalla Cengia del Bandiarac sia di un ex collaboratore di giustizia che circa quarant’anni prima aveva denunciato coloro che, insieme a lui, facevano parte di un collettivo organizzato nella lotta politica armata; ancora non “impossibile” è il fatto che a chiamare il 112 sia proprio uno di quei compagni denunciati.

Non è “impossibile” una simile coincidenza, ma certo “insospettisce”; questo afferma il giovane magistrato mentre interroga in maniera serrata e acuta l’anziano accusato.

Nessun nome in questo racconto, poiché a emergere sono le personalità e soprattutto, gli ideali e i valori di cui i protagonisti diventano baluardi. Quello che viene descritto sembra essere un duello tra due forti personalità, le quali prendono posizioni nette e contrastanti su ideologie politiche, sul valore della storia, sulla lotta armata dei collettivi negli “anni di piombo” e sul ruolo  svolto dallo Stato, ora come allora.

Sembra uno scontro tra generazioni, soprattutto quando il dialogo-interrogatorio tocca i temi della giustizia e della libertà; ritorna l’antica quaestio tra Diritto Naturale e Diritto Positivo, come se Creonte e Antigone non avessero mai cessato di dibattere.

I due personaggi della tragedia, proprio come i protagonisti del racconto di Erri De Luca, non discutono davvero, poiché le posizioni non sono le stesse: “tra accusatore e prigioniero non si duella né si duetta”.

È un interrogatorio, un momento istituzionale, e questo viene trasmesso al lettore anche attraverso la scelta dei caratteri dattiloscritti, come se si leggesse un verbale; una scelta narrativa che riguarda le pagine destinate a descrivere in primo luogo l’interrogatorio, ma anche il magistrato che, per l’anziano accusato di omicidio, non solo rappresenta, ma è, in tutto e per tutto, l’Istituzione. I ruoli dei due protagonisti sono antiteticamente complementari dall’inizio alla fine, poiché anche “il prigioniero” è, e rimane, un tutt’uno con i proprio ideali politici:

“Mi può togliere un po’ di libertà di movimento, ma non la libertà che sta nelle mie ragioni e convinzioni”.

Da questo dialogo-interrogatorio, che sembra guidato dall’inizio alla fine dall’accusato, emerge l’inconciliabilità di due visioni che hanno, per assurdo, la medesima matrice: il desiderio di giustizia. Il rispetto di fondo che i due protagonisti hanno l’uno per l’altro si può intravedere proprio nella religiosità con cui hanno aderito a questo ideale.

Così, il caso giudiziario che coinvolge l’accusato è il filo rosso che serve a collegare il passato con il presente: crea un ponte narrativo tra chi quel passato non solo lo ha vissuto, ma ne è stato artefice, e chi, invece, lo ha studiato dai libri e dagli atti giudiziari.

Tutto si mescola: gli interrogatori diventano momenti per ripercorrere le tappe della giovinezza dell’accusato; il lettore, come il magistrato, ascolta racconti in cui le parole e le emozioni sono pesate e filtrate, senza riuscire mai a scorgere fino in fondo la verità delle cose. Abile e dotato di una calma freddezza l’accusato non cade mai in contraddizione o in qualche momento di sconforto e nervosismo; tutto sembra essere pesato e calibrato,  tanto le parole quanto i pensieri.

Ma la freddezza apparente è smorzata da una serie di lettere che l’uomo scrive, senza inviarne nessuna, a “Ammoremio” o “Ammoremì”. Attraverso queste, scritte con un carattere diverso, corsivo, proprio per comunicare l’intimità del contenuto, emerge, oltre l’amore e l’affetto per la destinataria, il profondo senso di rispetto verso la libertà individuale che ha accompagnato e accompagna le scelte del protagonista:

“La libertà per me non sta nel potermene andare in giro, ma nel tenere insieme le parole per te e le conseguenze. Ti dico che ti voglio bene e lo faccio continuamente. Libertà sta nel tenere insieme noi due pure qua dentro. Nessuna cella mi può togliere questa libertà”.

Così, un’indagine su un presunto omicidio diventa l’occasione per trattare temi che hanno a che fare con il nostro presente e che dovrebbero smuovere una serie di interrogativi necessari: pur conoscendo la storia, quanto riusciamo a capirla, mutate le condizioni effettive e ideologiche in cui tali eventi si sono verificati? Si può ancora parlare di un’adesione a forti ideali politici? Era, ed è ancora giusto, avere una fede cieca in tali ideali? Ha senso ritenere la giustizia un valore assoluto, oppure, ciecamente, questo concetto inficia le libertà personali e il così detto Diritto di Natura?

 

Antigone e Creonte ancora dibattono, come il magistrato e il suo imputato; su questo dovremmo riflettere anche noi.

 

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Cinema Letteratura Teatro

Manto racconta “Conversazione su Tiresia”

Chiamatemi Manto. Con questo rotolo di papiro voglio parlarvi di un recente scritto incentrato sulle molteplici vite di mio padre, l’indovino Tiresia.

In una cristallina sera d’estate un grande scrittore della vostra epoca, Andrea Camilleri, vi ha accompagnato con la sua voce modulata attraverso le principali rappresentazioni mitico-letterarie di mio padre, dai racconti degli antichi alle interpretazioni più recenti: l’indovino che riceve il dono di vivere ben sette esistenze, si ritrova in realtà a vivere in eterno mutando sempre forma e significato attraverso le leggende e la letteratura.

Quella sera, tra i gradoni del Teatro greco di Siracusa sono risuonate queste parole: “ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne”. Il messaggio era talmente forte che ha vibrato fino ai cuori degli spettatori e poi si è spinto oltre, fino a rivolgersi a un pubblico ben più ampio: Conversazione su Tiresia è diventato un breve scritto edito da Sellerio, è stato proiettato al cinema e il 5 marzo andrà in onda su Rai 1.

La vita di mio padre viene raccontata sin dalle sue origini tebane, vengono percorsi gli anni dell’adolescenza fino all’episodio dei due serpenti, che gli procura un repentino cambio di genere, poi è narrato il coinvolgimento nel diverbio tra Era e Zeus, l’ira dell’una e il dono dell’altro: si tratta dell’episodio cruciale, quello che definisce mio padre come indovino.

La storia si ramifica e vengono seguite le differenti versioni del mito tramandate nel corso dei secoli: il personaggio di Tiresia viene plasmato a seconda dell’epoca e secondo le ideologie correnti, viene rivisitato e rimodellato in funzione di ciò che ognuno vede nell’indovino cieco dalle molteplici esistenze. Questo percorso a tappe è condotto con ironia e con lo sguardo moderno dell’autore, che risulta essere Tiresia stesso, immerso in una nuova epoca, una nuova persona, un nuovo ruolo.

Così, attraverso la fitta trama dei continui apporti al personaggio, s’intravede l’eternità. Finché esisteranno lo studio critico e la rielaborazione innovativa, tanto un personaggio, quanto una produzione letteraria o un’opera d’arte, tutti i dolci frutti del passato, insomma, continueranno a vivere attraverso le epoche.

“Può darsi che ci rivediamo tra cent’anni in questo stesso posto. Me lo auguro. Ve lo auguro”.

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Eventi

Un viaggio nel “Sogno d’amore” di Marc Chagall

“Mi basta aprire la finestra della mia stanza e l’aria blu, l’amore e i fiori entrano con lei”

Marc Chagall

Una scalinata piena di fiori cattura l’attenzione dei passanti e dei turisti che percorrono via dei Tribunali; questa straordinaria esplosione di colori tra i palazzi antichi di una delle più storiche strade di Napoli è un’anticipazione della mostra Chagall. Sogno d’amore che si tiene all’interno della Basilica di S. Maria Maggiore alla Pietrasanta.  

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Tra navate e stucchi bianchi si apre un mondo onirico e favolistico, da cui emerge subito la capacità dell’artista di guardare la realtà e di  rappresentarla attraverso un’infantile  fantasia che si nutre delle esperienze vissute.

Questo connubio è alla base delle illustrazioni realizzate da Chagall per le favole dello scrittore francese La Fontaine. In questa meravigliosa galleria di litografie non è ancora presente quella vivacità incontenibile di colori che caratterizzerà le opere più tarde dell’artista russo-francese, ma la fantasia, elemento costante, si esprime umanizzando gli animali, che diventano i protagonisti di racconti moraleggianti e satirici. Tutti i vizi che lo scrittore francese del Seicento descriveva nelle sue favole, prendono vita nelle rappresentazioni  del mondo animale realizzate da Chagall, realtà che il pittore conosceva molto bene e che celebrava con la sua arte, ritornando con la memoria a quel villaggio in Russia dove aveva trascorso la fanciullezza.

Osservare le opere esposte, ascoltando la loro genesi e la loro storia raccontate da una voce femminile, che si presenta come la figlia dell’artista, rende il percorso ancora più intimo e particolare e permette di comprendere quanta realtà e quanta vita vissuta ci sia nelle sue opere. Infatti, intimo ed evocativo è il rapporto di Chagall con la religione, intendendo l’arte stessa come una religione, soprattutto l’arte creata al di sopra di qualsiasi interesse di gloria. Le sue rappresentazioni religiose, soprattutto quelle tratte dal libro dell’Esodo, mostrano non solo la sofferenza di un popolo che, fuggito dalla schiavitù, si rende libero dotandosi di leggi proprie, ma richiama anche le persecuzioni subite dagli Ebrei durante la Seconda guerra mondiale, che lo stesso artista ha vissuto, costretto a lasciare Parigi per gli Stati Uniti; in ultimo il peregrinare del popolo ebraico è particolarmente sentito da Chagall perché la sua stessa vita è stata contrassegnata da peregrinazioni e perdite. Tramite il ricordo, l’evocazione e l’arte tutto ciò che l’artista ha dovuto lasciare non è andato mai perduto, né i paesaggi della Russia, né le scoperte artistiche parigine, né l’amore per  la moglie Bella.

L’inesauribile tavolozza espressiva di Chagall attinge tutte le sue sfumature di colore proprio dall’amore: questo sentimento è  inteso dall’artista in modo universale, come un fluire armonico e  privo di limiti che  prende vita dalle sue pennellate, le quali non conoscono i confini delle figure, ma li valicano abbracciando tutto il quadro e mescolandosi tra di loro. La linea che separa la realtà dalla fantasia non esiste: ecco perché le sue rappresentazioni floreali si slanciano nitide e vivide davanti agli occhi dell’osservatore che vorrebbe toccare con mano vasi quei vasi traboccanti di colori e  sembra  quasi percepirne il profumo. Giocando con la fantasia Chagall  riesce a rendere incantato qualsiasi oggetto animato e inanimato: violini, asini, mazzi di fiori.

 

I confini nella pittura di Chagall non esistono soprattutto quando si tratta di separare la realtà dal sogno; se l’artista nei suoi quadri è riuscito a mescolare scene di vita quotidiana con animali fantastici, a far volteggiare in assenza di gravità due sposi novelli, a descrivere con una leggerezza disarmante gli orrori di una guerra e a dare vita ai racconti moraleggianti delle favole, è proprio perché i confini per lui non sono mai esistiti. Essere un viaggiatore invece che un esule, sublimare un amore invece di piangerne la scomparsa, sono caratteristiche di un animo che non ha mai perso quella componente fanciullesca che gli ha permesso di guardare con leggerezza, che non è superficialità, alle grandi o piccole tragedie che costellano la vita umana. L’immaginario onirico non è un rifugio o una fuga, ma un modo attraverso il quale gli elementi e le figure della quotidianità diventano più colorate e vivide; ecco perché alla fine della mostra si apre una meravigliosa “Dream room” in cui lasciarsi avvolgere e trasportare in un turbinio di immagini e colori, dal blu più scuro al giallo più acceso, tra linee e fiori, suonatori di flauto e violinisti.

Il percorso, che si è aperto e sviluppato attraverso opere che hanno raccontato la vita di Chagall, si conclude immergendosi e passeggiando nel sogno dell’artista, dove tutte le immagini viste precedentemente ritornano, apparendo a spezzoni qua e là e scomparendo in un armonico fluire di forme e colori. Dunque è nella dimensione onirica e psichica del pittore che si conclude la mostra, e non poteva che essere altrimenti per un artista come Chagall che ha considerato l’arte uno stato d’animo e l’anima la sua unica patria.

 

 

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Teatro

L’incanto de “La Cantata dei Pastori” di Peppe Barra al Politeama

“Due ladroni a Betlemme” e l’atavica lotta vana
del male contro il bene. Si rinnova la tradizione:
al teatro Politeama è di scena fino alla befana
La Cantata dei Pastori con qualche innovazione.

L’ambientazione bucolica e il tono maccheronico
si ritrovano in una cornice sacra tradizionale.
Si alternano e si fondono il serio e il comico,
la lingua italiana e quella dialettale.

La commedia seicentesca racconta il cammino
della coppia beata, che molti ostacoli si trova ad affrontare
per proteggere la nascita del proprio Bambino,
mentre il Diavolo il suo piano comincia a tramare.

Ma in questa Cantata il sacro si mescola al profano
e, così, le strane avventure di Giuseppe e Maria
s’intrecciano a quelle di un assassino e uno scrivano
in fuga e in viaggio lungo la stessa via.

Tempeste, draghi, veleno e fuoco:
grazie all’angelo Gabriello
scampano le insidie dei diavoli e di un cuoco
evitando ogni volta un bel tranello.

Il bene combatte contro il male a passi di danza
sulle note allegre degli strumenti musicali,
opponendo allo scoramento la speranza
contro tutti i frequenti pericoli fatali.

 

Peppe Barra interpreta un Razzullo non di certo inappetente,
il suo personaggio ormai ben consolidato;
Rosalia Porcaro è un Sarchiapone sorprendente:
spontaneo, simpatico e dal pubblico molto apprezzato.

Bravissimi i musicisti, che con i loro strumenti
oltre alle canzoni classiche dello spettacolo
riescono a creare accompagnamenti divertenti
e partecipano con allegria alla messa in scena del miracolo.

Con scherzi e lazzi la quarta parete è spesso infranta
e Razzullo si rivolge al pubblico e ai musicisti;
tra uno scambio di battute meravigliosamente canta,
insieme agli altri eccezionali artisti.

Così, ci si sente parte della bella scenografia,
si ride, ci si commuove sorridendo
e si ammira una particolare coreografia.
Il successo della Cantata non sta certo diminuendo:

grande entusiasmo dal pubblico per musiche, danze e attori,
tanti vivaci applausi da diverse generazioni
che ricordano o che scoprono La Cantata dei Pastori.

 

 

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Arte Eventi

Ovidio: il cantore d’amore che vinse il tempo

Dopo più di duemila anni il poeta Ovidio torna a Roma attraverso un’affascinante mostra curata dalle Scuderie del Quirinale che, mediante opere d’arte e versi, ripercorre le tappe fondamentali della sua vita e del suo percorso poetico. Ho deciso di visitare la mostra perché ho amato Ovidio sin dai tempi del liceo, quando per la prima volta mi trovai davanti quei versi dinamici e al contempo leggeri. Sì perché Ovidio, per riprendere un’espressione di calviniana memoria, è in primis poeta della leggerezza, intesa come eliminazione di qualsiasi tipo di orpello del discorso e concettuale per far spazio al realismo delle forme, delle idee, della narrazione.

Ma è anche cantore e affabulatore quando ci trasporta in quell’affascinante mondo di miti senza tempo, creando figure concrete e reali, quasi umane.

Infine è un uomo che, nonostante l’infelice destino e la relegazione in una terra barbara, lontano dai fasti della sua amata Roma, riesce a sconfiggere il tempo attraverso la propria arte.

Il mio viaggio alla riscoperta del poeta inizia sulla scalinata delle Scuderie, dove mi si presenta di fronte un’enorme insegna che riporta: “Ovidio: Amori, miti e altre storie”. Il suo nome, scritto a caratteri cubitali e illuminato da una luce sottile ma viva, subito suscita in me la forte curiosità di saperne di più, di perlustrare ogni singola stanza e di farmi trasportare dall’emozione di assistere al connubio tra arte visiva e poesia, cosa che forse solo un amante di cultura classica può capire profondamente.

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La prima stanza contiene i manoscritti delle opere più note: ci sono gli Amores, la scandalosa Ars Amatoria e, prime fra tutte, le Metamorfosi. Sulle pareti è possibile leggere alcuni dei versi più belli evidenziati da colori vivaci e fluo: “Omnis amans militat”, “Nam placuisse nocet”, “Omnia mutantur, nihil interit”, “Quod cupio mecum est”, “Venus ventus temerarus”.

 

 

Il protagonista indiscusso è l’amore, che Ovidio concepisce in modo totalmente opposto e innovativo rispetto ai suoi contemporanei e alla morale del tempo imposta da Augusto. L’amore ovidiano è fusione tra corpo e anima, passione ardente, fuoco vivo, talvolta inganno mortale, talvolta fautore di nuova vita, capace di coinvolgere uomini e divinità senza alcuna distinzione.

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Procedendo nella sala successiva lo sguardo si ferma a contemplare le fattezze sinuose e armoniche della Venere Callipigia (proveniente dal Museo Archeologico di Napoli) che con leggera sensualità solleva il peplo lasciando scoperte le sue nudità e sembra essere ammirata e colpita con l’arco da un Eros vivace che le è posto accanto.

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Tutte le sale successive sono dedicate proprio alle divinità e alle loro nuove caratterizzazioni.

Gli dei ovidiani sono portatori di passioni e sentimenti comuni a quelli degli uomini e spesso li estremizzano suscitando fatali conseguenze. E così assistiamo a una Venere libertina e impudica che si diletta nei tradimenti con Marte, a Giove ingannatore e bugiardo dedito a meschini adulteri, ai figli di Latona, Apollo e Artemide, crudeli vendicatori che fanno strage dei figli di Niobe. È evidente che tale rappresentazione delle divinità principali del pantheon romano si scontrava con gli ideali moralizzanti di Augusto, che vedevano in Venere la progenitrice della gens Giulia, in Giove il padre austero degli dei e nei figli di Latona i portatori delle più alte virtù morali.

 

 

Proprio allo scontro col princeps è dedicata un’altra sala della mostra, dove le statue di Augusto e di sua moglie Livia, presentati nelle sembianze di Giove e Giunone, sovrastano fiere nella loro marmorea rigidità.

La parte più emozionante, però, è quella che porta alla scoperta delle Metamorfosi attraverso il racconto dei miti più affascinanti e commoventi. La narrazione inizia con i miti di Dafne, Io, Europa, Marsia, Leda per poi procedere al secondo piano con quella di altri miti tra cui: Fetonte, Icaro, Adone, Arianna, Ganimede.

Avanzo tra sculture, dipinti e vasi antichi che rappresentano ogni storia con un realismo toccante e a tratti struggente. Mi sembra a poco a poco di immergermi in un’altra dimensione e così osservo Dafne fuggire da Apollo e trasformarsi lentamente in alloro, sento la sofferenza di Io, imprigionata in un corpo bovino che non le appartiene, sono trascinata insieme ad Europa sul dorso del toro, mi rifletto nelle acque del fiume con Narciso. Non sono sazia di storie, sento il bisogno di conoscerne altre, così il mio passo si fa più rapido e mi ritrovo faccia a faccia con Arianna sofferente, abbandonata da Teseo e da lontano, sulla stessa traiettoria, noto Ermafrodito disteso che mostra tutta la bellezza del suo corpo di donna. Il mio sguardo poi si ferma su un dipinto che raffigura la morte di Adone e osservo Venere con gli occhi fissi al cielo, occhi vivi che incutono l’essenza della pietà e del dolore. Continuo il mio percorso e mi fermo a contemplare la storia d’amore di Piramo e Tisbe, i Romeo e Giulietta dell’antichità, poi arrivo nella stanza di Icaro e Fetonte, i due giovani che sfidarono il cielo, a cui Ovidio dedica le pagine più commoventi della sua opera.

 

 

La mostra è giunta quasi al termine, entro nell’ultima sala, quella di Ganimede. La storia del giovane, a cui Giove concesse l’immortalità rendendolo coppiere degli dei, si lega all’apoteosi del poeta e al tema dell’immortalità della poesia. Il dipinto di Nicolas Poussin, raffigurante il trionfo di Ovidio, chiude il mio viaggio.48214188_282876832416316_7258940973047087104_n

Nell’osservare Ovidio, cinto d’alloro, circondato dagli Eroti e da Venere, penso alla grandezza della sua arte. Di lui non ci restano ritratti ufficiali ma solo raffigurazioni, frutto di immaginazione o miniature di manoscritti medievali. Rifletto su questo e penso che in fondo cosa importa che il poeta abbia un volto se è la sua voce a perdurare nei secoli? Quella voce che ha vinto il suo tempo, l’odio di Augusto, l’esilio, le censure, la finitezza di qualsiasi cosa umana, riecheggia ancora oggi, forte e impetuosa per ricordarci che l’arte, la poesia e la bellezza sono in grado di raggiungere l’eternità, e come Ovidio dice al termine delle Metamorfosi:

“Con la parte migliore di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare: fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli, se sono veri i presentimenti dei poeti, vivrò della mia fama”.

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Folklore

Villa dei Marchesi Cappelli: un breve viaggio in attesa del Natale

Il profumo degli abeti si spande per le strade, Napoli si colora di luci e l’odore di calde castagne riempie le case; è in questa magica atmosfera, nell’attesa del Natale, che la Villa dei Marchesi Cappelli invita il pubblico a prendere parte ad un evento (che si terrà dal 10 novembre al 23 Dicembre) che fonde insieme l’attesa del Natale e la tradizione del Presepe. La struttura è stata edificata nel XVII secolo ed è collocata nel punto più elevato del Comune di Pollena Trocchia, in provincia di Napoli; rientra nella categoria delle ville vesuviane e palazzi gentilizi nei quali i nobili napoletani amavano trascorrere i mesi estivi.

Il visitatore è subito immerso in un giardino antistante l’ingresso, reso caldo e accogliente da diverse decorazioni. L’atmosfera è resa ancor più suggestiva da canti natalizi che fanno da sottofondo e accompagnano lo spettatore durante tutto il percorso.

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Una breve scalinata conduce all’interno della villa, nello specifico al salone dei balli, il cui soffitto presenta la raffigurazione della dea romana Aurora con i quattro figli nati dalla sua unione col dio dei venti, Eolo: Borea, Euro, Zefiro e Noto. Il dipinto viene attribuito al celebre pittore Francesco de Mura.

Le pareti del salone sono decorate da affreschi che rappresentano vedute su ampi saloni, sormontati da terrazze e colonnati.

 

Nel salone e nelle stanze adiacenti a questo è possibile ammirare diversi presepi, alcuni dei quali risalgono addirittura al ‘700. L’attenzione al dettaglio e la passione di questi artisti balza subito agli occhi del pubblico, che resta meravigliato spesso dalla scene di vita quotidiana, come quella che rappresenta uomini seduti a bere in una tipica locanda.

 

Un’altra sala è poi riservata alla proiezione di un video che spiega agli osservatori l’arte di creare pastori, un tempo realizzati interamente in legno, poi in ferro per consentire loro di assumere posizioni naturali ed essere più vicini, dunque, alla realtà.

È possibile acquistare libri sulla storia del presepe, oppure statue di pulcinella, il tutto esposto su un apposito stand.

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In conclusione, si tratta di un viaggio breve ma intenso durante il quale è possibile distaccarsi per un momento dal caos del mondo esterno per ascoltare il respiro sereno dei pastori.