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Letteratura

L’arte del sognare nella duologia di Laini Taylor

Prendi la mia mano e tuffati nelle pieghe delle pagine fruscianti profumate d’inchiostro, bosco e fiabe incantate. Guarda: un’austera biblioteca cela segreti dorati, un giovane sagace sogna mondi colorati mentre un’anima multiforme e silenziosa viaggia tra le menti degli umani.

La fantasia costruisce ponti tra gli argini di un’antica memoria e lo studio paziente e certosino di quell’umile ragazzo tesse la trama di un grandioso destino.
No, non scacciare quella falena: non puoi saperlo, ma è la compagna divina del notturno labirinto dei tuoi pensieri.
Cosa ci fa qui un promettente alchimista, dici? Indaga i segreti della natura, chiaramente! Non chiedermi se vi riesce: la sua dura ricerca può avere esiti imprevisti.

Salta dal primo romanzo, Il sognatore, al secondo, La musa degli incubi: l’editore Fazi ha aperto due varchi per la storia di Lazlo.

Osserva intorno a te: un vasto deserto e una lingua sconosciuta, antiche divinità e giovani possibilità, mondi interrelati e l’astratto che si fonde col concreto.

Il bello del sognare è desiderare con tutto il cuore; la meraviglia è aprire gli occhi e scoprire di avere il potere di plasmare la propria realtà. Il costo sarà alto, bisognerà lottare e fare i conti con le zone d’ombra; ma provare a dar vita alle proprie speranze sarà sempre la scelta migliore.

Entra in una dimensione sorprendente, in cui una narrativa fluida e vibrante svela la realtà di un mito perduto: lascia che il racconto di Laini Taylor ti apra insoliti portali e ti mostri quanto siano forti le potenzialità di un sogno.

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Letteratura

Volteggiare sulle esistenze poetiche: “Con in bocca il sapore del mondo” di Fabio Stassi

Profumo di legna bruciata e stradine di pietra chiara: l’esistenza ispirata alla biografia di Dino Campana viene raccontata in volute di fumo indefinite che si condensano in figure evanescenti, sfuggenti, evocative. Brevi annotazioni si susseguono per seguire le emozioni rapide e intense di un’anima emarginata, errabonda e istintuale. Il poeta è come un goffo uccellino che sfrutta l’impeto del vento per spiccare il volo, ma a metà di un volteggio ripiomba nel suo stretto nido, dove è solo pur essendo in compagnia.

La figura di Gabriele D’Annunzio prorompe in un’ondata di energia produttiva che non si arresta mai: corre libera zigzagando come corrente elettrica che accende scintille di fuoco lungo il percorso, e proprio come il fuoco risulta tanto ipnotica e coinvolgente.

L’essenza di Aldo Palazzeschi si svolge lungo il filo dell’equilibrista, in bilico tra la progressiva costruzione di un’identità caleidoscopica e l’esuberanza allegra dell’originale personalità, in un vortice di luce, vita e suoni, che si staglia nel buio come un fuoco d’artificio.

Come un turbine in punta di piedi, si delinea l’immagine di Alda Merini, che nella sua follia, prolifica di affascinanti e tormentate metafore naturali, tratteggia sentimenti straripanti e fugaci, intensi e strazianti.

Nel suo “gioco di imposture letterarie”, Fabio Stassi ci fa dono di una galleria di bozzetti acquarellati che riproducono scorci significativi di vite poetiche. I sentimenti più profondi sembrano rappresentare le principali energie motrici dell’essere umano che sceglie di canalizzare i moti del suo animo in composizioni artistiche.

Viaggiare attraverso Con in bocca il sapore del mondo, edito da Minimum fax, vuol dire fare esperienza di dieci delicate biografie disincarnandosi, volando attraverso il tempo e lo spazio per poi posarsi sul cuore di un poeta per ascoltarne i battiti.

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Letteratura

La poesia di Franco Arminio e il luogo infinito dell’amore.

Tutte le riflessioni più profonde nascono dalla più sincera delle ammissioni: “io non so che cosa sia l’amore…”; con questa avvertenza Franco Arminio sviluppa la sua riflessione poetica senza la pretesa di fornire alcuna definizione del sentimento meno definibile in assoluto.

Lo strumento adoperato è la poesia che, come Arminio ci ha insegnato, non deve essere qualcosa di avulso dalla realtà, ma un modo di guardare il mondo e soprattutto un’ “arma” per cercare di salvare la nostra umanità.

Visitiamo, attraverso la parola poetica, i luoghi in cui l’amore si rende corporeo e si mostra a noi, viaggiatori spesso frettolosi e disillusi.

Il perno attorno a cui ruota l’intera raccolta è la doppia natura del sentimento amoroso: corporeo/incorporeo, finito/infinito, particolare/universale.

L’amore è un ciclo universale, non nasce con noi e non morirà con noi; noi conosciamo una serie di declinazioni fisiche di questo sentimento universale e Arminio le celebra in tutta la loro poetica corporeità: l’amore è quello che proviamo per il nostro partner, per i nostri figli, per i nostri genitori, per il nostro paese, per le nostre radici e anche per la poesia. Noi conosciamo le declinazioni fisiche e finite di un sentimento che trascende queste categorizzazioni perché è una fonte infinita e universale.

Una bottiglia è un posto adatto per un liquido,

ma non per una nuvola.

Proprio per questo l’amore è il più umano dei sentimenti: come noi siamo fatti di un corpo finito e di un’anima infinita, l’amore è finito e corporeo nelle sue manifestazioni e, allo stesso tempo, illimitato nella sua essenza.

Duplice celebrazione quella a cui assistiamo: l’amore è occhi, labbra, braccia, sesso, odore di tristezza e corpi che si ospitano a vicenda; ma l’amore è anche cenere che si disperde con un solo piccolo soffio, è il primo fiocco di neve della prima nevicata invernale, quello che con orgoglio trionfante accogliamo nel palmo della mano e che l’attimo dopo non c’è più, lasciando solo l’accenno di un brivido freddo.

L’unica cosa che fisicamente rimane quando l’amore finisce, l’unico tertium datur, che ci viene concesso è la parola, ancora meglio la parola poetica: è quel bagliore finale ed estremo che compiono le stelle prima di spegnersi definitivamente, è l’occasione che ci viene concessa per lasciare in noi e negli altri la traccia tangibile di qualcosa che non è concesso afferrare.

La poesia e l’amore
sono il nostro cadere più vero
nel modo:
stiamo luccicando prima di spegnerci.

Ogni volta che amiamo, noi lo facciamo in modo finito e infinito: la nostra corporeità diventa infinità perché noi creiamo una dimensione per accogliere questo sentimento e allo stesso tempo diventiamo parte di un meccanismo universale; ogni volta che amiamo siamo noi che realizziamo “l’infinito senza farci caso”, perché compiamo qualcosa che va oltre la nostra volontà; non è qualcosa di pensabile o calcolabile, né misurato, né misurabile; scappa fuori da noi, involontariamente e, soprattutto, generosamente, un pezzo d’anima che regaliamo a un altro essere umano.

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Letteratura

L’ “Impossibile” di Erri de Luca

In montagna, su sentieri impervi e poco battuti si può scivolare, non è “impossibile”; non è “impossibile” che il cadavere precipitato dalla Cengia del Bandiarac sia di un ex collaboratore di giustizia che circa quarant’anni prima aveva denunciato coloro che, insieme a lui, facevano parte di un collettivo organizzato nella lotta politica armata; ancora non “impossibile” è il fatto che a chiamare il 112 sia proprio uno di quei compagni denunciati.

Non è “impossibile” una simile coincidenza, ma certo “insospettisce”; questo afferma il giovane magistrato mentre interroga in maniera serrata e acuta l’anziano accusato.

Nessun nome in questo racconto, poiché a emergere sono le personalità e soprattutto, gli ideali e i valori di cui i protagonisti diventano baluardi. Quello che viene descritto sembra essere un duello tra due forti personalità, le quali prendono posizioni nette e contrastanti su ideologie politiche, sul valore della storia, sulla lotta armata dei collettivi negli “anni di piombo” e sul ruolo  svolto dallo Stato, ora come allora.

Sembra uno scontro tra generazioni, soprattutto quando il dialogo-interrogatorio tocca i temi della giustizia e della libertà; ritorna l’antica quaestio tra Diritto Naturale e Diritto Positivo, come se Creonte e Antigone non avessero mai cessato di dibattere.

I due personaggi della tragedia, proprio come i protagonisti del racconto di Erri De Luca, non discutono davvero, poiché le posizioni non sono le stesse: “tra accusatore e prigioniero non si duella né si duetta”.

È un interrogatorio, un momento istituzionale, e questo viene trasmesso al lettore anche attraverso la scelta dei caratteri dattiloscritti, come se si leggesse un verbale; una scelta narrativa che riguarda le pagine destinate a descrivere in primo luogo l’interrogatorio, ma anche il magistrato che, per l’anziano accusato di omicidio, non solo rappresenta, ma è, in tutto e per tutto, l’Istituzione. I ruoli dei due protagonisti sono antiteticamente complementari dall’inizio alla fine, poiché anche “il prigioniero” è, e rimane, un tutt’uno con i proprio ideali politici:

“Mi può togliere un po’ di libertà di movimento, ma non la libertà che sta nelle mie ragioni e convinzioni”.

Da questo dialogo-interrogatorio, che sembra guidato dall’inizio alla fine dall’accusato, emerge l’inconciliabilità di due visioni che hanno, per assurdo, la medesima matrice: il desiderio di giustizia. Il rispetto di fondo che i due protagonisti hanno l’uno per l’altro si può intravedere proprio nella religiosità con cui hanno aderito a questo ideale.

Così, il caso giudiziario che coinvolge l’accusato è il filo rosso che serve a collegare il passato con il presente: crea un ponte narrativo tra chi quel passato non solo lo ha vissuto, ma ne è stato artefice, e chi, invece, lo ha studiato dai libri e dagli atti giudiziari.

Tutto si mescola: gli interrogatori diventano momenti per ripercorrere le tappe della giovinezza dell’accusato; il lettore, come il magistrato, ascolta racconti in cui le parole e le emozioni sono pesate e filtrate, senza riuscire mai a scorgere fino in fondo la verità delle cose. Abile e dotato di una calma freddezza l’accusato non cade mai in contraddizione o in qualche momento di sconforto e nervosismo; tutto sembra essere pesato e calibrato,  tanto le parole quanto i pensieri.

Ma la freddezza apparente è smorzata da una serie di lettere che l’uomo scrive, senza inviarne nessuna, a “Ammoremio” o “Ammoremì”. Attraverso queste, scritte con un carattere diverso, corsivo, proprio per comunicare l’intimità del contenuto, emerge, oltre l’amore e l’affetto per la destinataria, il profondo senso di rispetto verso la libertà individuale che ha accompagnato e accompagna le scelte del protagonista:

“La libertà per me non sta nel potermene andare in giro, ma nel tenere insieme le parole per te e le conseguenze. Ti dico che ti voglio bene e lo faccio continuamente. Libertà sta nel tenere insieme noi due pure qua dentro. Nessuna cella mi può togliere questa libertà”.

Così, un’indagine su un presunto omicidio diventa l’occasione per trattare temi che hanno a che fare con il nostro presente e che dovrebbero smuovere una serie di interrogativi necessari: pur conoscendo la storia, quanto riusciamo a capirla, mutate le condizioni effettive e ideologiche in cui tali eventi si sono verificati? Si può ancora parlare di un’adesione a forti ideali politici? Era, ed è ancora giusto, avere una fede cieca in tali ideali? Ha senso ritenere la giustizia un valore assoluto, oppure, ciecamente, questo concetto inficia le libertà personali e il così detto Diritto di Natura?

 

Antigone e Creonte ancora dibattono, come il magistrato e il suo imputato; su questo dovremmo riflettere anche noi.

 

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Eventi

“Ricomincio dai libri” al MANN

I giardini storici del Museo Archeologico Nazionale di Napoli hanno ospitato la quinta edizione dell’evento Ricomincio dai libri, tenutosi il 5, 6 e 7 di ottobre, rendendo incantevole, oltre che interessante, la partecipazione a tale iniziativa.

Passeggiare tra i libri, esposti da case editrici emergenti campane o da altre più famose, come Editori Laterza e Cliquot, risulta ancora più suggestivo sotto lo “sguardo” dalle  sculture della Campania romana.

Oltre alle varie iniziative di intrattenimento come quella tenuta dalla Scuola Italiana di Comix e quella per i più piccini a cura di Nati per leggere, la nostra attenzione  è stata catturata dalla presentazione del libro “Come se tu non fossi femmina- Appunti per crescere una figlia.”

L’autrice Annalisa Monfreda insieme all’intervistatrice Conchita Sannio hanno messo in luce il potere e i rapporti delle donne nella nostra società. Dal dialogo emerge una condivisibile idea su come dovrebbe articolarsi il rapporto tra donne: non fondato sulla competitività ma sulla collaborazione, senza alcuna volontà di primeggiare. Questa dinamica porterebbe a ottimi risultati tanto in casa, prendendo come esempio il rapporto tra sorelle, quanto sul luogo di lavoro, basandosi su quello tra colleghe.43342686_1101135423382888_8888008380359114752_n

Ancora più interessante è l’analisi di uno dei consigli che l’autrice offre nel suo libro, da lei chiamate “lezioni”, che si intitola: “Nutritevi di grandi libri”. Grazie alla lettura dei grandi classici, cosa che andrebbe fatta fin da bambini, l’essere umano impara a sezionare e analizzare le emozioni in quanto queste prendono forma e corporeità tramite i personaggi narrati; ciò accade perché, come l’autrice ha sottolineato, “la forza dei libri è proprio nel mostrare la complessità del genere umano, buono o cattivo che sia.”

Ricomincio dai libri è un’iniziativa che è cresciuta moltissimo in questi cinque anni, riuscendo  a “conquistare” sempre più interesse, consensi e attenzione; questo sicuramente è accaduto perché mai come oggi c’è bisogno di dare valore e valorizzazione a ciò che è prezioso, di mettere in luce lo splendore che giace nascosto e questa iniziativa mira proprio a questo. Emblematica è infatti la frase dello scrittore napoletano Lorenzo Marone, riportata nella guida di questa quinta edizione:

“Crediamo nel valore salvifico delle parole, strumento di conoscenza e aggregazione. Crediamo che oggi più che mai ci sia bisogno di parole attente e gentili per abbattere le barriere e vivere in un mondo senza più muri.”

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Letteratura

“Ogni coincidenza ha un’anima” – un immaginario colloquio con il biblioterapeuta Vince Corso

Non so lasciar andare, signor Corso.

Mi scusi, signorina, non credo di aver capito bene.

Per usare una metafora, non riesco a mollare gli ormeggi e a scivolare verso il mare aperto. Ho bisogno di trattenere, controllare, ponderare. Non amo gli imprevisti, né gli insuccessi che ne possono derivare. Mi rifugio nel passato, che ormai è passato e non può più cambiare. Ogni situazione nuova è una prova difficile da affrontare: non so se sarò in grado di gestire tutto. Ecco perché preferisco trattenermi nel porto.

Capisco. La fallibilità è una caratteristica umana, tuttavia.

Lo so. So che non si cresce se non ci si mette in viaggio, con l’animo pronto ad affrontare imprevisti e ostacoli. In fondo, tutti gli strumenti per farcela li possediamo già; dobbiamo solo individuarli e capire come usarli, creare strategie sempre nuove per poter procedere. Questo lo so bene, l’ho capito. Il problema è che non ne sono in grado. Sono da lei per un libro che mi racconti come si fa, davanti ad un ostacolo, a trovare un espediente per andare incontro alla tempesta, affrontarla e uscirne, preservando comunque se stessi.

Ho la cura che fa per lei. Mi lasci un attimo per cercarlo… scusi il disordine… ecco, questo romanzo è ciò che le serve. È una storia che parla di letteratura, memoria e imprevedibilità.

Promette bene.

Già. Va letto piano, per assaporarne ogni parola. È un testo molto poetico, crea immagini vivide e riesce a trasmettere sensazioni delicate ma allo stesso tempo molto forti. Sembra una contraddizione ma le assicuro che non è così, quando lo leggerà capirà di cosa parlo.
Il protagonista è proprio un biblioterapeuta come me.
Un giorno si presenta una donna matura, affascinante e molto ricca, che gli affida un compito particolare: scoprire da quale romanzo provengono le frasi, apparentemente prive di senso, che suo fratello malato di Alzheimer ripete in continuazione. Non è un’impresa semplice: l’uomo è stato un intellettuale con molteplici interessi, poliglotta, ha letto moltissimo e collezionato preziosi volumi. Per lui perdere la memoria a causa della malattia è stato come mandare in frantumi una preziosa opera d’arte fatta di cristallo. C’è davvero un romanzo al quale cerca disperatamente di aggrapparsi? E perché? Il protagonista cerca di scoprirlo, mentre vive la sua esistenza quotidiana tra persone che inaspettatamente gli aprono nuove prospettive, e i gravi problemi sociali che attualmente attanagliano il nostro paese. Nel corso della storia i colloqui con i suoi pazienti e con gli amici illuminano diverse chiavi di lettura della problematica di fondo.
Prenda ad esempio la storia della donna che non riesce a dimenticare nulla, ma proprio nulla, e pensa che «il tempo è una porta che si chiude e ha un solo verso» e che «tutto accade una volta e basta, e genera conseguenze, episodi totalmente occasionali, eventualità che potevano girare in un altro modo», quindi preferirebbe non ricordare tutto, perché «il passato non è mai stato un luogo più felice e invidiabile del presente»: abbiamo solo mitigato molti ricordi. Non le sembra che non abbia tutti i torti, in fondo? Non sarebbe meglio semplicemente guardare avanti?
L’uomo malato di Alzheimer deve fare i conti con l’impossibilità di conservare tutto il suo passato; si tratta di una condizione terribile, che però va necessariamente affrontata. Così, tra i tanti, sceglie di salvare un solo ricordo, quello più importante, il solo che davvero conti. Non le svelo qual è, naturalmente, ma rifletta su questa cosa: l’imperfezione potrebbe rappresentare la realtà meglio di qualunque altra cosa.
Consideri anche questa, ecco, sì, la storia del reverendo irlandese che aveva inserito una mezza pagina nera nel suo romanzo, molte righe di asterischi e aveva fatto sparire un capitolo, sostenendo che la mancanza di alcune parti avrebbe reso qualsiasi libro più completo.
In quest’ottica anche quest’altra considerazione risulta molto interessante, gliela leggo: «che poi non è vero che la vita è una baraonda incoerente: ci sono delle ragioni, per tutto quello che ci accade, anche per le nostre delusioni»; in questo passo si dice che la letteratura stessa è un elemento di contaminazione, di scompiglio, è la grande sabotatrice di qualsiasi ordine costituito, perché mette in discussione tutto, a partire da chi scrive e da chi legge. In questo romanzo la letteratura è la custode di un ricordo che cerca di resistere al caos, all’incomprensione – un altro tema cardine, affrontato splendidamente.
Insomma, ognuno di noi ha il proprio linguaggio, il proprio sistema di espressione e di esperienza della vita; potrà esserci chi non lo capirà, ma lei dedichi i suoi sforzi a sviluppare il suo, a consolidarlo e a prendere il largo lasciandosi guidare da esso.

Penso proprio che lo leggerò, questo romanzo. Già il titolo mi piace: Ogni coincidenza ha un’anima. Bello. La ringrazio molto, signor Corso.

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Letteratura

“Resteranno i canti”: la poesia e la paesologia di Franco Arminio

Con la poesia non bisogna essere egoisti, oltre che leggerla per sé bisogna anche leggerla agli altri. Anzi, più ci tocca e più nasce spontaneo il desiderio di condividerla. La poesia è un farmaco, ma è anche una malattia contagiosa, è capace di rivelarci a noi stessi, come tutte le esperienze più estreme.

La poesia è un’esperienza; Resteranno i canti di Franco Arminio è un’esperienza di prosa e poesia, non è un libro adatto a essere raccontato, descritto o recensito, ma, come fosse un essere umano, lo si può solo percepire, ascoltare e vivere.

Il lettore entra in una nuova dimensione, dove la materia poetica è sempre ancorata alle cose: è un’evocazione costante dove l’amore e la morte sono presenti, alcune volte in modo latente altre in modo più palese, ma mai evanescenti. La materia poetica nasce da oggetti fisici: gli alberi, le strade, il corpo, che tramite la scrittura diventano evocazione e, allo steso tempo, rendono la parola poetica tangibile.

In questo universo, che sembra richiamare la “poetica delle cose” attribuita alla poesia di Montale, la fisicità è il perno di tutto; la poesia nasce da qualcosa che viene meno nella realtà, qualcosa che è necessario continuare a ricordare e vivere, diventa parola sublimata dopo, prima è stata un oggetto, un luogo, un qualcosa che si è vissuto.

La morte e la  perdita nella poesia di Franco Arminio hanno a che fare soprattutto con la scomparsa dei paesi, con il venir meno di una dimensione che sarebbe complesso spiegare se non la si è vissuta. Assistere al disgregarsi di questi piccoli centri, è, per chi è nato e cresciuto in tali luoghi, un dolore che va oltre la semplice nostalgia del passato; rappresenta la mancanza di una dimensione propria, una radicale insicurezza che porta però a non fermarsi in una sterile contemplazione malinconica del passato, ma è per il poeta motore di tutto. Si evoca ciò che è stato e non c’è più o sta scomparendo per fare qualcosa, per rendere se stessi e gli altri coscienti che non ci si può fermare, inermi, di fronte agli accadimenti. La poesia è lo strumento di evocazione e di ribellione che il poeta ha adottato per questa battaglia.

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Temi come la morte, l’amore e la fugacità della tempo sono dei pilastri della poesia a partire dai simposi del mondo greco, passando per il carpe diem oraziano e finendo con i poeti più recenti; anche questi assumono una veste nuova, assolutamente non formale ma decisamente fisica e ancorata al momento. L’amore passa dal corpo, è un sentire doloroso, è un aprirsi a un invasione esterna che l’essere umano sembra non voler accettare, nonostante sia inevitabile. Tale sentimento non è descritto come contemplazione o esaltazione dell’oggetto d’amore ma come un incontro che permette di vedere realmente se stessi, di rinascere nella propria totalità di corpo e anima: è un sentimento puro, che si origina da slanci fisici; è un sentimento sublimante, che si determina in un contatto di anime.

L’invito che si potrebbe leggere in queste pagine è quello all’attenzione, alla cura, alla passione e alla purezza: verso i luoghi, perché potrebbero scomparire; verso le persone, perché potrebbero non esserci per sempre; verso se stessi, perché si cambia inevitabilmente.

Dunque la poesia dovrebbe avere questo compito: ricordare e richiamare non per vezzo o decorazione, ma accompagnare la vita attiva, le esperienze; deve essere un luogo in cui fermarsi per qualche minuto a riflettere sull’importanza di tutto ciò che riempie le vite frenetiche e, dopo questa riflessione, deve permettere uno slancio attivo. La poesia così assume una corporeità: permette di mettere a fuoco ciò che troppo rapidamente scorre davanti agli occhi, permette di vedere la bellezza o la stortura e dopo ciò, ha in se la forza di spingere al cambiamento, alla ribellione, all’azione che, così, diventa un’azione poetica.

Scrivo, come dice un’amica,

“per smontare il marchingegno

del miracolo”, lo smonto

e lo rimonto all’infinito.

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Classici Letteratura

“La strada” di Cormac McCarthy: il viaggio di un padre e di un figlio attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere

“Ce la caveremo, vero, papà?

Sì. Ce la caveremo”.

Lo scenario con cui si apre l’opera è di desolazione assoluta. Le notti che si susseguono e che fanno da sfondo alle azioni dei due personaggi vengono definite “più buie del buio e i giorni uno più grigio di quello appena passato”. I protagonisti, padre e figlio, sono entrambi senza nome, dimostrazione del fatto che ciò che conta per l’autore non è la loro identità, ma la vicenda nella quale essi sono coinvolti e il vincolo di amore e umanità che li lega.

Una catastrofe non specificamente nota ha spazzato via ogni cosa, “come un freddo glaucoma che offuscava il mondo”. Se nelle prime pagine del libro il lettore è spinto a chiedersi quale cataclisma abbia potuto scatenare simili conseguenze, è pur vero che immergendosi nel racconto la domanda che sorge spontanea è un’altra: un padre e il suo bambino riusciranno a sopravvivere e arrivare alla meta tanto ardita?

L’avventura che coinvolge i due protagonisti sembra togliere il respiro al lettore, che si sente catapultato in un viaggio in cui il punto di arrivo sembra non giungere mai. Padre e figlio avanzano verso il Meridione, per scappare dall’inverno ormai paralizzante, in un percorso estenuante fatto di rinunce, timori, debolezze. Pochi sono gli oggetti a loro disposizione: un carrello della spesa col quale spostarsi, un telo da usare come scudo contro la pioggia, e un’arma da fuoco per proteggersi dai briganti delle strade che lottano per la propria sopravvivenza.

Cormac McCarthy descrive tutto nei minimi dettagli, anche se la sua attenzione è prevalentemente concentrata sugli spazi esterni, avvolti nel grigiore della cenere che sovrasta ogni cosa o persona. Il romanzo è pervaso da una sensazione di ignoto e di vago: è come se il lettore fosse calato nelle scene di un sogno, in cui i contorni delle persone e degli oggetti appaiono come sbiaditi, e a tratti non si riesce a distinguere la finzione dalla realtà. Anche i ricordi del passato sembrano offuscati e ormai troppo lontani nel tempo: la casa dove un tempo abitava l’uomo ora è ricoperta dalla polvere, e il camino al quale durante il Natale venivano appese le calze ora è spoglio.

Con un gioco continuo in cui le ombre sembrano dominare le luci, l’autore del libro riesce a far emergere il rapporto che lega un padre e un figlio, anche se colti in una situazione di estremo pericolo. Le strade deserte, avvolte in un’oscurità profonda sembrano avvilire i due personaggi, ma ciò che li lega è l’amore reciproco, oltre alla consapevolezza che fino a quando resterà la lampada accesa, metafora della speranza, nulla potrà far loro del male.  

In conclusione, La strada ripercorre un percorso apparentemente infinito di un padre e di un figlio, ne sottolinea più volte il legame, ma l’autore lascia il lettore a libere interpretazioni. Il viaggio è metafora della vita, e a nessun vivente è dato conoscerne la meta o il traguardo. Il passato è ciò di cui siamo certi, il presente è da vivere, il futuro è da scoprire. Ciò che rende straordinaria la vita non è l’arrivo, ma l’iter, che sia lungo o che sia breve, che sia tortuoso o spianato, fatto con le mani nelle mani di chi più si ama.   

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Letteratura

“I Romanov: storia di una dinastia tra luci e ombre” di Raffaella Ranise

“La Russia è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma”.

Con questa citazione di W. Churchill si apre la premessa dell’opera, citazione che racchiude il senso più profondo dell’animo russo, della sua storia e delle sue leggende.

In effetti tuttora la Russia, terra lontana e sconfinata, si presenta come un mondo misterioso, enigmatico e per alcuni versi impenetrabile, con le sue terre ancora aride e solitarie ricoperte per la maggior parte dell’anno dai ghiacci. Eppure proprio questo scrigno cesellato di mistero racchiude la forza e il fascino di un popolo che si avvia al progresso ma che al contempo resta ancorato a un passato percepibile in ogni singolo aspetto della sua cultura. L’incantevole paesaggio arricchito da palazzi sontuosi con particolari aurei, le chiese ortodosse dai colori vivaci e le forme orientaleggianti, quella fusione tra oriente e occidente percepibile in ogni angolo di Mosca e San Pietroburgo portano una sola firma: quella dei Romanov.

A 100 anni dallo sterminio dell’ultimo zar e della sua famiglia, il libro di Raffaella Ranise ripercorre la storia della dinastia dagli albori fino al tragico epilogo. La decisione della Ranise di scrivere un libro dedicato a questa dinastia nasce in seguito a una visita al Museo della Moda e del Profumo Daphnè, nella città di Sanremo.

Potrebbe venir spontaneo chiedersi quale connessione ci sia tra questa città italiana e la lontana Russia. In realtà tra la fine dell‘800 e gli inizi del ‘900 la riviera ligure ospitò numerosi membri dell’aristocrazia russa, attratti dal clima e dalla bellezza dei luoghi. Tra questi spicca la figura della zarina Maria Aleksandrovna che soggiornò per lungo tempo a Sanremo e donò come segno di riconoscenza le note palme che adornano il viale del corso, non a caso chiamato corso Imperatrice.

Sarà, però, un particolare a suscitare l’interesse dell’autrice e a spingerla a ricerche più approfondite sulle vicende della famiglia reale: un foulard realizzato dalla maison Daphnè con al centro una rosa, detta rosa dei Romanov.

In poche pagine scorrevoli e dal tono piacevole la Ranise racchiude trecento anni di potere, intrighi, fascino e leggende partendo dalla formazione del popolo russo che intorno al IX secolo d.C. diede origine allo stato di Kiev, primo stato russo per poi passare alla carismatica figura di Ivan il Grande, fautore del primo grande sviluppo russo nonché primo a innescare l’idea di patria; e ancora la descrizione del “periodo dei torbidi”, periodo buio della storia russa che però aprì la strada a un’altra grande figura, quella di Michele, primo Romanov.

Le pagine più interessanti sono tuttavia quelle dedicate alle zarine, figure carismatiche e forti, portatrici di innovazioni e progresso. Tra queste ricordiamo soprattutto Caterina I, Anna, Elisabetta e in particolare Caterina II, detta la Grande, nota a tutti per le sue idee illuministe. E così, in un crescendo di battaglie, intrighi, amori e spaccati di vita quotidiana e intima si giunge all’epilogo finale.

Le ultime pagine, quelle più lunghe, sono dedicate alla storia dell’ultimo zar Nicola II e della zarina Alessandra. La loro tragica fine insieme a quella dei loro figli Alessio, Olga Tatiana, Maria e Anastasia ha da sempre incuriosito i lettori, non solo perché si trattò di una vera e propria strage familiare da parte dei rivoluzionari, ma anche perché dopo la morte i loro resti furono bruciati e sciolti nell’acido per non lasciare alcuna traccia del massacro. Questo ha fatto sì che nel corso del tempo si susseguissero numerose figure di donne che vantavano di essere le zarine sopravvissute al massacro. Gli studi recenti e la scoperta di altri resti ci permette oggi di confutare ogni dubbio e al contempo spezza quell’alone di sogno portato avanti dalla leggenda.

Il libro si conclude con un’immagine molto emblematica tratta dal film Arca russa di Aleksandr Sokurov: quella di una processione di dame meravigliose e imbellettate nei loro abiti splendenti strette ai loro cavalieri, ugualmente eleganti e statuari che procedono verso il nulla, incapaci di comprendere la fine del loro mondo dorato. Immagine forte che racchiude tutto il senso della Russia imperiale, un mondo ricco e sfavillante destinato, però, a finire nel nulla di una casa nella fredda Ekaterinburg in quella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918.

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Letteratura

“Prendiluna” di Stefano Benni: il destino del mondo nelle mani di matti e gatti

Cosa spinge due “matti” a fuggire nottetempo da un manicomio? Un trisogno, cioè un sogno-profezia fatto contemporaneamente da tre persone.

Una notte, Dolcino e Michele sognano la missione affidata alla loro anziana insegnante Prendiluna dal luminescente fantasma del gatto Ariel: consegnare i suoi Diecimici a dieci Giusti per salvare il destino del mondo. È così che dopo aver lasciato la clinica del dottor Felison, i due uomini, con abiti stravaganti, si mettono in cammino attraverso una città grigia e monotona, per unirsi alla missione di Prendiluna e incontrare in questo modo il Diobono, rimproverarlo per il male inferto e togliere un po’ di dolore al mondo.

Prendiluna di Stefano Benni si snoda in un “Paese delle Meraviglie” moderno, specchio deformante della nostra realtà odierna, tra “schermofili” dagli sguardi perennemente rivolti ai display, musicisti che devono fare i conti con la decadenza del gusto musicale, ragazzini di una periferia povera che nonostante tutto trovano la gioia nel “pallone invisibile”, emarginati sociali con doti eccezionali che organizzano una piccola comunità parallela nella metropolitana, e in particolare gli antagonisti dei nostri folli protagonisti, i  terrificanti Annibaliani, il cui capo, Chiomadoro, ha in serbo per il mondo un piano devastante:  «C’è un meraviglioso giacimento di odio e rancore nel cuore degli uomini. Noi, restando invisibili, dobbiamo indirizzare questo rancore verso i visibili, soprattutto i più deboli».
Suona familiare?

Eppure esistono ancora dei Giusti, delle persone che nonostante le proprie sfortune, imperfezioni o colpe, cercano almeno di non aggiungere altro dolore al mondo, di vivere nella luce per quanto possibile. Appartiene a queste persone la chiave per la salvezza, l’equilibrio tra il male e il bene: perché la giustizia non si identifica totalmente nel bene né l’ingiustizia nel male. L’essere umano è imperfetto per natura e le vicissitudini della vita implicano spesso degli aspetti contraddittori; ciò che fa realmente la differenza è la volontà di agire correttamente, di non arrecare un danno per il puro piacere di farlo.

Ma l’insolita storia di Prendiluna, dei suoi dieci stranissimi gatti, di Dolcino e di Michele, è completamente reale? Forse è frutto di un sogno Matrioska, oppure potrebbe trattarsi di una composita visione onirica tra la vita e la morte, come “scrive” Cornelius Noon: «Capita di svegliarsi e non sapere dove si è. La morte è tutta qui». In ogni caso, la realtà è sempre inafferrabile e non è mai univoca.

Come negli altri romanzi di Stefano Benni, ad esempio Elianto e Terra!, la narrazione è tanto semplice ed essenziale quanto completamente fuori dai binari tradizionali: personaggi singolari ed eccentrici che pur con pochi tratti caratteristici restano impressi nella memoria, vicende paradossali che giocano con elementi realistici, un tono sempre schietto che diverte e accorcia le distanze tra il racconto e il lettore; in questo senso, il polifonico Il bar sotto il mare rappresenta perfettamente lo stile originale dell’autore.
L’ironia e la fantasia dispiegano nel corso delle storie i temi profondi e delicati che costituiscono il cuore dei romanzi. La prosa di Stefano Benni, così, risulta ogni volta irresistibile.