Categorie
Letteratura

“Origin” di Dan Brown: l’origine della specie umana e il potere della tecnologia

Tutti i romanzi di maggior successo di Dan Brown si strutturano attorno a profonde problematiche di interesse globale; non fa eccezione Origin, costruito sulle ataviche domande: “da dove veniamo? Dove andiamo?”. Il futurologo di fama mondiale Edmond Kirsch, genio del campo informatico, dedica tutte le sue energie alla ricerca scientifica e scopre le sconvolgenti risposte. Prima di divulgarle, decide di condividere le sue scoperte con tre importanti capi religiosi, ma il pericolo fatale è dietro l’angolo. Robert Langdon avrà il compito di trovare il bandolo della matassa, mentre minacce insidiose incombono e dolorosi coinvolgimenti personali affliggono il suo animo.

Il cuore pulsante del racconto è rappresentato dal grande potenziale offerto dalla tecnologia nell’ambito degli studi sull’origine della vita e sull’evoluzione della specie, nell’ottica di un superamento del mito della creazione da parte di un’entità divina. A primo impatto, il conflitto tra religione e scienza, ambientato in un paese fortemente cattolico, può portare alla mente la trama di Angeli e Demoni; a intensificare il sentore accorre la particolare circostanza della scoperta scientifica sensazionale che può minacciare le fondamenta della religione tradizionale. Tuttavia, ben presto ci si rende conto che la storia attraversa quei binari per poi percorrere una strada in parte differente.

Riconoscibili elementi della narrativa di Dan Brown sono costituiti dall’involontario ruolo chiave di Robert Langdon nello svolgimento della storia, dalla presenza di una co-protagonista femminile profondamente coinvolta nella vicenda, ma soprattutto dalla figura del sicario che agisce all’ombra di un misterioso mandante, perseguendo a tutti i costi uno scopo in cui crede ciecamente. Come di consueto, è dato grande risalto alle opere artistiche, agli edifici storici e alle notazioni culturali; le descrizioni sono molto precise ed evocative ma un po’ prolisse, e in alcuni punti sono intenzionalmente iterati dei passaggi, a netto sfavore delle scene d’azione e di suspense.

La trama non è particolarmente intricata e gli ostacoli lanciano sfide abbastanza semplici da superare. Si ha così l’impressione di un Dan Brown più “smussato” rispetto al passato, più cauto, attento alla contestualizzazione piuttosto che allo sconvolgimento. Il clamore è annunciato a più riprese, ma soltanto la conclusione può davvero offrire un momento di forte coinvolgimento.

Nonostante questo, il tema alla base di Origin è attuale e molto interessante: offre numerosi spunti di riflessione ben sviluppati che risultano decisamente stimolanti. La questione cardine, scientificamente supportata, appassiona il lettore, mentre l’aspetto descrittivo lo intrattiene, soddisfacendo anche la sua curiosità intellettuale. Il momento conclusivo epifanico è coerente ed equilibrato: il quadro complessivo è già intuibile a partire da alcune informazioni semi-nascoste nel corpo della narrazione, ma vale assolutamente la pena di gustarsi fino alla fine ogni parola e ogni scena per apprezzare davvero il potente messaggio di fondo della storia.

Categorie
Comics

Veni, vidi, legi: un fumetto per raccontare Cesare

Isola di Farmacussa, 75 a.C.: un giovane romano è prigioniero dei pirati.
Diecimila sesterzi per la mia testa? Valgo molto di più, pirata!“.

Così si apre questo straordinario fumetto incentrato sulla vita di Giulio Cesare, l’ottavo numero della collana Historica Biografie pubblicato recentemente da Mondadori Comics.

Il racconto segue le principali tappe biografiche dell’uomo politico più controverso della storia. L’ambitio e la virtus guidano la sua ascesa, progettata con prudente lungimiranza e realizzata con ferma perseveranza. Il cuore della storia sembra essere proprio il vaglio della personalità di Cesare: la visione chiara dei suoi obiettivi è correlata alla lucida capacità di mettere a punto la strategia più efficace per raggiungerli, soprattutto attraverso la disamina delle potenzialità degli avversari e degli alleati, mentre fa da contrappunto il ricordo delle gesta di Alessandro Magno, stimolo per azioni ancora più grandi e gloriose.

Oh, sarà senz’altro un fallimento. Non ha importanza. Dobbiamo ampliare le nostre frontiere“.

La narrazione è fluida e sinuosa, a tratti placida, poi rapida, come un corso d’acqua che precede una cascata. Perfino chi conosce bene la storia può sorprendersi di alcune svolte, merito della sceneggiatura di Mathieu Gabella e dei disegni di Andrea Meloni.

Lo stile asciutto dei dialoghi e l’impostazione paratattica del racconto stesso, essenziale ma profondamente denso di significato, richiamano le caratteristiche dei Commentarii cesariani (la cui stesura è rievocata con un leggero tocco di ironia); le scene ampie e spettacolari – come quella che fotografa la battaglia di Farsalo – accanto ad altre più piccole, ricche di dettagli o dedicate a primi piani molto espressivi, non solo seguono l’andamento del racconto ma hanno un ruolo chiave nella resa semantica complessiva.

Ad impreziosire il fumetto concorre la consulenza storica del professore Giusto Traina. Affascina e colpisce l’assoluta precisione dei dettagli, dall’architettura alle armate, dalle celebrazioni pubbliche alle tattiche militari, dai volti dei personaggi che ricalcano la statuaria più celebre ai contributi delle fonti storico-letterarie più o meno riconoscibili.

Uomini carismatici intrecciano le proprie storie con quella di Cesare, contribuendo a delineare e a definire la sua indole. Il rapporto con Vercingetorige è molto singolare: emerge una sorta di piacere nel confronto con il grande nemico gallo, determinato dalla sua forte tempra e dall’entità della sfida. Vercingetorige, infatti, è dotato di grande abilità strategica e nutre alte ambizioni; tuttavia, all’apice del successo subisce una dura sconfitta, deludendo Cesare: “Pensavo di incontrare un uomo come me… invece ho visto ciò che non voglio assolutamente diventare“.

Passo dopo passo, Cesare trionfa e afferma il proprio potere. Purtroppo, però, per costruire la grandezza e la civiltà di un popolo non bastano le conquiste, che riscuotono largo successo, sono necessarie soprattutto le riforme, che spesso generano profonde spaccature nella società. I cambiamenti sono dichiaratamente invocati e sperati ma intimamente temuti e osteggiati.

Sulla vita dell’illustre uomo politico cala così il sipario impregnato di rosso, cucito dalle mani di chi gli è sempre stato accanto. Eppure, le imprese di uomini come Alessandro Magno e Giulio Cesare hanno dato origine a civiltà e culture che sono sopravvissute ai propri fondatori: si sono sviluppate, estese, frantumate, scontrate, rappacificate, rese autonome e trasformate. Oggi forse sono quasi irriconoscibili, ma la memoria e la comprensione storica sono gli spiragli attraverso i quali civiltà e culture possono far rivivere quegli uomini.

Categorie
Arte Letteratura

Ogni vita è un viaggio tra arte e amore

Un filo rosso sgomitolato che si dipana in volute e spirali è l’immagine rappresentata sulla copertina di Ogni storia è una storia d’amore di Alessandro D’Avenia, la cui lettura si svolge seguendo proprio questo filo, cercando di sciogliere i nodi che via via si formano e provando a raggiungere la matassa da cui ha avuto origine.

Il filo narrativo è il racconto mitico di Orfeo ed Euridice, tratto dal X libro delle Metamorfosi di Ovidio, che con i suoi sublimi esametri ripropone una delle tante versioni di questa storia d’amore e morte, di gioia per le nozze che si stanno per celebrare, ma anche di dolore per l’improvvisa morte di Euridice; è un racconto che descrive la discesa agli Inferi di un uomo ancora in vita, Orfeo, e l’ascesa dello stesso, solo dopo essere morto, verso i Campi dei Beati dove si ricongiungerà con la sua Euridice.

Il mito non è narrato per esteso ma diviso in dieci “soste” che intervallano trentasei racconti di donne in carne e ossa, le cui vicende, sebbene storicamente ambientate nelle epoche più disparate, sono legate da un altro filo, che è il filo tematico di tutto il libro: quello dell’amore. Quindi se il mito è pausa, momento di sublimazione della riflessione amorosa, i trentasei racconti, divisi in triadi, sono dedicati alle donne che sono state protagoniste di queste vicende in cui il filo dell’amore si è intrecciato indissolubilmente a quello dell’arte, della storia e della vita.

Dunque è attraverso degli exempla che si svolge questo viaggio che, pur avendo come protagonista il sentimento più trattato, cantato e idealizzato, risulta ancora originale e incomprensibile nella sua interezza; l’amore è movimento, scintilla creativa che ha acceso e bruciato, in alcuni casi, la vita e le opere di queste donne e di questi uomini, che questo sentimento non lo hanno solo vissuto, ma sublimato ed elevato oltre lo spazio e il tempo quotidiano e hanno finito per portarlo verso qualcosa che è infinito e incompiuto. Così da una serie di “casi particolari”, di vicende biografiche e letterarie, la riflessione, che l’autore propone e il lettore accoglie, è universale.

Per permettere ciò le trentasei storie non sono raccontate con la voce dei protagonisti, ma sempre da una terza persona, un narratore fuoricampo onnisciente, che prima, nelle vesti di spettatore, ha assistito alla vicenda e ora, come narratore, cerca di dipanare per il lettore i fili intrecciati di queste storie. Si tratta di una modalità narrativa particolare perché consente al lettore di avere la giusta distanza per immedesimarsi pur rimanendo se stesso, come doveva accadere agli spettatori che assistevano alle tragedie nell’Atene di V sec. a.C., che, con la visione di tali spettacoli, giungevano alla catarsi delle loro emozioni.

Così il marito di Fanny Brawne racconta di come in cinquant’anni di matrimonio con la donna non riuscì mai a eguagliare la sublimazione perfetta di un amore mai vissuto tra lei e il poeta John Keats; l’agente di Scott Fitzgerald è lo spettatore e narratore della scintilla che accese e bruciò la storia d’amore e arte di quest’ultimo con sua moglie Zelda; Luina Czechowska, che era stata una delle modelle di Amedeo Modigliani, descrive la storia di due anime che si intrecciarono così tragicamente e saldamente da non poter distinguere più quali fossero gli occhi di Jeanne Hébuterne e quali quelli di Modì; Doris, sorella dell’attrice statunitense Constance Dowling , racconta  di come Cesare Pavese fu distrutto da quell’amore mal ricambiato, che fu per lui grande fonte di ispirazione, tanto da dire: “Le poesie sono venute con te e se ne vanno con te”; alla stessa fonte prima di Pavese aveva bevuto già Leopardi quando, non ricambiato da Fanny, produsse il Ciclo d’Aspasia, com’è raccontato da Antonio Ranieri, l’amico che gli fu vicino fino alla morte; al poeta Paul Claudel è demandato il compito di raccontare l’amore e il disamore, scolpiti nella pietra, della sorella Camille e di Auguste Rodin; mentre nelle lettere al fratello Theo si legge la storia d’amore e salvezza tra Van Gogh e una prostituta chiamata Sien, che ebbe esito tragico.

 

 

Queste storie, come le altre contenute nel libro, dove amore, disamore e arte si intrecciano, sembrano rimanere aperte e sospese: spesso l’autore conclude la narrazione con una domanda e in ogni capitolo si cerca la risposta al quesito posto al principio del viaggio: “L’amore salva?” .

Potrebbe sovvenire un’ulteriore domanda: “si possiede il giusto coraggio per salvare ed essere salvati?”. Da queste storie paradigmatiche, infatti, emerge con chiarezza che la prima componente fondamentale per amare è rinunciare al disamore, cioè all’egoismo e al desiderio di possedere l’oggetto amato, che appunto non dev’essere considerato oggetto, ma soggetto; il percorso per riconoscere il proprio disamore è impervio e necessita di un’analisi introspettiva che comporta una rivalutazione di tutti i parametri sui quali si sono basati i rapporti, è un viaggio che si deve intraprendere con coraggio e che necessita di un grande sforzo. Chi si incammina lo fa perché messo in moto dall’amore stesso che per sua natura è il sentimento produttivo per eccellenza; infatti, in queste storie d’amore si evince in modo tangibile cosa l’amore può produrre e come sia capace di sconfiggere il tempo e la morte: perché i versi di Pavese, i volti di Modigliani, i film di Fellini e i cieli stellati di Van Gogh sono frutto d’amore, di un fare produttivo che ha come base e motore propulsivo un sentimento che insegna l’arte e la vita.

Il mito di Orfeo ed Euridice chiarisce ancora meglio questo percorso: quando Orfeo scende negli Inferi per riportare indietro Euridice affronta la morte attraverso la sua arte, la blandisce con il suo canto; usa un trucco, è protetto dalla sua arte e si fa forte su questa, la quale però, per alimentarsi, userà proprio il dolore. Orfeo, infatti, contravvenendo agli ordini, si gira a guardare Euridice proprio poco prima di ritornare sulla Terra e la perde di nuovo, ma con quel dolore nutre la Musa che lo ispira e compone qualcosa di meraviglioso, tanto da suscitare l’invidia di chi non potrà produrre mai un canto così bello, ispirato da un dolore tanto grande. Orfeo muore per cantare Euridice e solo in questo modo, rinunciando a se stesso e alla cetra che lo proteggeva, può incontrare nuovamente Euridice non negli Inferi ma nei Campi dei Beati. Quella di Orfeo è una rinuncia di sé che è allo stesso tempo riaffermazione di sé, un sé ormai imprescindibile da quello di Euridice.

Bisogna fare attenzione a non ritenere che questo modo d’amare e la possibilità di intraprendere tale percorso sia fattibile solo per chi è ispirato dalla Musa: è sufficiente leggere la storia di Giulietta Masina e Federico Fellini per capire che lei, in quanto protagonista della sua vita, lo è stata anche delle sue opere d’arte; l’attrice, infatti, è in qualche modo presente persino nei film da lui girati in cui non ha recitato, in quanto forse l’unica in grado di decodificare le immagini visionarie che il regista realizzava.

Di natura molto simile è il rapporto tra Alma Reville e Alfred Hitchcock, rapporto che lui ha voluto celebrare in occasione dell’Oscar alla carriera con una delle dichiarazioni d’amore, ma soprattutto di stima, più belle in assoluto: “Lasciatemi ricordare per nome solo quattro persone che mi hanno dato il massimo affetto, stima, incoraggiamento e costante collaborazione. La prima delle quattro è una montatrice, la seconda è una sceneggiatrice, la terza è la madre di mia figlia, Pat, e la quarta è una cuoca capace di miracoli mai compiuti in una cucina casalinga. E si chiamano tutte Alma Reville“.

Testimonianza di quanto la vita sia il vero motore propulsivo e sublimante dell’arte è la storia di J. R. R. Tolkien e sua moglie Edith M. Bratt. Lo scrittore combatte e attraversa mille vicissitudini e traversie per la sua donna, le stesse che farà attraversare ai protagonisti dei suo romanzi, sottolineando un concetto importantissimo che rivoluziona completamente l’idea d’amore romantico: in una lettera indirizzata al figlio, infatti, Tolkien scrive che le donne sono “compagne nelle avversità” e non “stelle-guida“.

Questi tre racconti esemplari permettono di ritrovare il bandolo della matassa: i nomi delle donne che danno i titoli ai vari racconti non sono ideali romantici lontani e immaginifici, ma eroine che hanno agito fortemente per le loro storie a prescindere dal finale. Dunque ogni storia d’amore è realizzata da eroi ed eroine e, prendendo in prestito i versi da un’altra opera ovidiana,  Amores I, 9: “ogni amante è un soldato e Amore ha i suoi accampamenti; veglia, viaggia anche attraverso monti e fiumi ingrossati, e ha un coraggio senza limiti“.

Il coraggio qui richiesto è quello delle azioni quotidiane nelle quali si realizza e dalle quali trae la sua forza. Così, anche l’amore non nasce nell’arte ma genera l’arte dall’esperienza quotidiana, perché, prima che amore, l’arte è vita; l’amore permette solo la sublimazione di entrambe.

Così concludeva una sua poesia Alda Merini, per la quale amore e arte furono la stessa cosa:

Ecco,
fate l’amore e non vergognatevi,
perché l’amore è arte,
e voi i capolavori.