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La poesia di Franco Arminio e il luogo infinito dell’amore.

Tutte le riflessioni più profonde nascono dalla più sincera delle ammissioni: “io non so che cosa sia l’amore…”; con questa avvertenza Franco Arminio sviluppa la sua riflessione poetica senza la pretesa di fornire alcuna definizione del sentimento meno definibile in assoluto.

Lo strumento adoperato è la poesia che, come Arminio ci ha insegnato, non deve essere qualcosa di avulso dalla realtà, ma un modo di guardare il mondo e soprattutto un’ “arma” per cercare di salvare la nostra umanità.

Visitiamo, attraverso la parola poetica, i luoghi in cui l’amore si rende corporeo e si mostra a noi, viaggiatori spesso frettolosi e disillusi.

Il perno attorno a cui ruota l’intera raccolta è la doppia natura del sentimento amoroso: corporeo/incorporeo, finito/infinito, particolare/universale.

L’amore è un ciclo universale, non nasce con noi e non morirà con noi; noi conosciamo una serie di declinazioni fisiche di questo sentimento universale e Arminio le celebra in tutta la loro poetica corporeità: l’amore è quello che proviamo per il nostro partner, per i nostri figli, per i nostri genitori, per il nostro paese, per le nostre radici e anche per la poesia. Noi conosciamo le declinazioni fisiche e finite di un sentimento che trascende queste categorizzazioni perché è una fonte infinita e universale.

Una bottiglia è un posto adatto per un liquido,

ma non per una nuvola.

Proprio per questo l’amore è il più umano dei sentimenti: come noi siamo fatti di un corpo finito e di un’anima infinita, l’amore è finito e corporeo nelle sue manifestazioni e, allo stesso tempo, illimitato nella sua essenza.

Duplice celebrazione quella a cui assistiamo: l’amore è occhi, labbra, braccia, sesso, odore di tristezza e corpi che si ospitano a vicenda; ma l’amore è anche cenere che si disperde con un solo piccolo soffio, è il primo fiocco di neve della prima nevicata invernale, quello che con orgoglio trionfante accogliamo nel palmo della mano e che l’attimo dopo non c’è più, lasciando solo l’accenno di un brivido freddo.

L’unica cosa che fisicamente rimane quando l’amore finisce, l’unico tertium datur, che ci viene concesso è la parola, ancora meglio la parola poetica: è quel bagliore finale ed estremo che compiono le stelle prima di spegnersi definitivamente, è l’occasione che ci viene concessa per lasciare in noi e negli altri la traccia tangibile di qualcosa che non è concesso afferrare.

La poesia e l’amore
sono il nostro cadere più vero
nel modo:
stiamo luccicando prima di spegnerci.

Ogni volta che amiamo, noi lo facciamo in modo finito e infinito: la nostra corporeità diventa infinità perché noi creiamo una dimensione per accogliere questo sentimento e allo stesso tempo diventiamo parte di un meccanismo universale; ogni volta che amiamo siamo noi che realizziamo “l’infinito senza farci caso”, perché compiamo qualcosa che va oltre la nostra volontà; non è qualcosa di pensabile o calcolabile, né misurato, né misurabile; scappa fuori da noi, involontariamente e, soprattutto, generosamente, un pezzo d’anima che regaliamo a un altro essere umano.

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Letteratura

L’ “Impossibile” di Erri de Luca

In montagna, su sentieri impervi e poco battuti si può scivolare, non è “impossibile”; non è “impossibile” che il cadavere precipitato dalla Cengia del Bandiarac sia di un ex collaboratore di giustizia che circa quarant’anni prima aveva denunciato coloro che, insieme a lui, facevano parte di un collettivo organizzato nella lotta politica armata; ancora non “impossibile” è il fatto che a chiamare il 112 sia proprio uno di quei compagni denunciati.

Non è “impossibile” una simile coincidenza, ma certo “insospettisce”; questo afferma il giovane magistrato mentre interroga in maniera serrata e acuta l’anziano accusato.

Nessun nome in questo racconto, poiché a emergere sono le personalità e soprattutto, gli ideali e i valori di cui i protagonisti diventano baluardi. Quello che viene descritto sembra essere un duello tra due forti personalità, le quali prendono posizioni nette e contrastanti su ideologie politiche, sul valore della storia, sulla lotta armata dei collettivi negli “anni di piombo” e sul ruolo  svolto dallo Stato, ora come allora.

Sembra uno scontro tra generazioni, soprattutto quando il dialogo-interrogatorio tocca i temi della giustizia e della libertà; ritorna l’antica quaestio tra Diritto Naturale e Diritto Positivo, come se Creonte e Antigone non avessero mai cessato di dibattere.

I due personaggi della tragedia, proprio come i protagonisti del racconto di Erri De Luca, non discutono davvero, poiché le posizioni non sono le stesse: “tra accusatore e prigioniero non si duella né si duetta”.

È un interrogatorio, un momento istituzionale, e questo viene trasmesso al lettore anche attraverso la scelta dei caratteri dattiloscritti, come se si leggesse un verbale; una scelta narrativa che riguarda le pagine destinate a descrivere in primo luogo l’interrogatorio, ma anche il magistrato che, per l’anziano accusato di omicidio, non solo rappresenta, ma è, in tutto e per tutto, l’Istituzione. I ruoli dei due protagonisti sono antiteticamente complementari dall’inizio alla fine, poiché anche “il prigioniero” è, e rimane, un tutt’uno con i proprio ideali politici:

“Mi può togliere un po’ di libertà di movimento, ma non la libertà che sta nelle mie ragioni e convinzioni”.

Da questo dialogo-interrogatorio, che sembra guidato dall’inizio alla fine dall’accusato, emerge l’inconciliabilità di due visioni che hanno, per assurdo, la medesima matrice: il desiderio di giustizia. Il rispetto di fondo che i due protagonisti hanno l’uno per l’altro si può intravedere proprio nella religiosità con cui hanno aderito a questo ideale.

Così, il caso giudiziario che coinvolge l’accusato è il filo rosso che serve a collegare il passato con il presente: crea un ponte narrativo tra chi quel passato non solo lo ha vissuto, ma ne è stato artefice, e chi, invece, lo ha studiato dai libri e dagli atti giudiziari.

Tutto si mescola: gli interrogatori diventano momenti per ripercorrere le tappe della giovinezza dell’accusato; il lettore, come il magistrato, ascolta racconti in cui le parole e le emozioni sono pesate e filtrate, senza riuscire mai a scorgere fino in fondo la verità delle cose. Abile e dotato di una calma freddezza l’accusato non cade mai in contraddizione o in qualche momento di sconforto e nervosismo; tutto sembra essere pesato e calibrato,  tanto le parole quanto i pensieri.

Ma la freddezza apparente è smorzata da una serie di lettere che l’uomo scrive, senza inviarne nessuna, a “Ammoremio” o “Ammoremì”. Attraverso queste, scritte con un carattere diverso, corsivo, proprio per comunicare l’intimità del contenuto, emerge, oltre l’amore e l’affetto per la destinataria, il profondo senso di rispetto verso la libertà individuale che ha accompagnato e accompagna le scelte del protagonista:

“La libertà per me non sta nel potermene andare in giro, ma nel tenere insieme le parole per te e le conseguenze. Ti dico che ti voglio bene e lo faccio continuamente. Libertà sta nel tenere insieme noi due pure qua dentro. Nessuna cella mi può togliere questa libertà”.

Così, un’indagine su un presunto omicidio diventa l’occasione per trattare temi che hanno a che fare con il nostro presente e che dovrebbero smuovere una serie di interrogativi necessari: pur conoscendo la storia, quanto riusciamo a capirla, mutate le condizioni effettive e ideologiche in cui tali eventi si sono verificati? Si può ancora parlare di un’adesione a forti ideali politici? Era, ed è ancora giusto, avere una fede cieca in tali ideali? Ha senso ritenere la giustizia un valore assoluto, oppure, ciecamente, questo concetto inficia le libertà personali e il così detto Diritto di Natura?

 

Antigone e Creonte ancora dibattono, come il magistrato e il suo imputato; su questo dovremmo riflettere anche noi.

 

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Eventi

Un viaggio nel “Sogno d’amore” di Marc Chagall

“Mi basta aprire la finestra della mia stanza e l’aria blu, l’amore e i fiori entrano con lei”

Marc Chagall

Una scalinata piena di fiori cattura l’attenzione dei passanti e dei turisti che percorrono via dei Tribunali; questa straordinaria esplosione di colori tra i palazzi antichi di una delle più storiche strade di Napoli è un’anticipazione della mostra Chagall. Sogno d’amore che si tiene all’interno della Basilica di S. Maria Maggiore alla Pietrasanta.  

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Tra navate e stucchi bianchi si apre un mondo onirico e favolistico, da cui emerge subito la capacità dell’artista di guardare la realtà e di  rappresentarla attraverso un’infantile  fantasia che si nutre delle esperienze vissute.

Questo connubio è alla base delle illustrazioni realizzate da Chagall per le favole dello scrittore francese La Fontaine. In questa meravigliosa galleria di litografie non è ancora presente quella vivacità incontenibile di colori che caratterizzerà le opere più tarde dell’artista russo-francese, ma la fantasia, elemento costante, si esprime umanizzando gli animali, che diventano i protagonisti di racconti moraleggianti e satirici. Tutti i vizi che lo scrittore francese del Seicento descriveva nelle sue favole, prendono vita nelle rappresentazioni  del mondo animale realizzate da Chagall, realtà che il pittore conosceva molto bene e che celebrava con la sua arte, ritornando con la memoria a quel villaggio in Russia dove aveva trascorso la fanciullezza.

Osservare le opere esposte, ascoltando la loro genesi e la loro storia raccontate da una voce femminile, che si presenta come la figlia dell’artista, rende il percorso ancora più intimo e particolare e permette di comprendere quanta realtà e quanta vita vissuta ci sia nelle sue opere. Infatti, intimo ed evocativo è il rapporto di Chagall con la religione, intendendo l’arte stessa come una religione, soprattutto l’arte creata al di sopra di qualsiasi interesse di gloria. Le sue rappresentazioni religiose, soprattutto quelle tratte dal libro dell’Esodo, mostrano non solo la sofferenza di un popolo che, fuggito dalla schiavitù, si rende libero dotandosi di leggi proprie, ma richiama anche le persecuzioni subite dagli Ebrei durante la Seconda guerra mondiale, che lo stesso artista ha vissuto, costretto a lasciare Parigi per gli Stati Uniti; in ultimo il peregrinare del popolo ebraico è particolarmente sentito da Chagall perché la sua stessa vita è stata contrassegnata da peregrinazioni e perdite. Tramite il ricordo, l’evocazione e l’arte tutto ciò che l’artista ha dovuto lasciare non è andato mai perduto, né i paesaggi della Russia, né le scoperte artistiche parigine, né l’amore per  la moglie Bella.

L’inesauribile tavolozza espressiva di Chagall attinge tutte le sue sfumature di colore proprio dall’amore: questo sentimento è  inteso dall’artista in modo universale, come un fluire armonico e  privo di limiti che  prende vita dalle sue pennellate, le quali non conoscono i confini delle figure, ma li valicano abbracciando tutto il quadro e mescolandosi tra di loro. La linea che separa la realtà dalla fantasia non esiste: ecco perché le sue rappresentazioni floreali si slanciano nitide e vivide davanti agli occhi dell’osservatore che vorrebbe toccare con mano vasi quei vasi traboccanti di colori e  sembra  quasi percepirne il profumo. Giocando con la fantasia Chagall  riesce a rendere incantato qualsiasi oggetto animato e inanimato: violini, asini, mazzi di fiori.

 

I confini nella pittura di Chagall non esistono soprattutto quando si tratta di separare la realtà dal sogno; se l’artista nei suoi quadri è riuscito a mescolare scene di vita quotidiana con animali fantastici, a far volteggiare in assenza di gravità due sposi novelli, a descrivere con una leggerezza disarmante gli orrori di una guerra e a dare vita ai racconti moraleggianti delle favole, è proprio perché i confini per lui non sono mai esistiti. Essere un viaggiatore invece che un esule, sublimare un amore invece di piangerne la scomparsa, sono caratteristiche di un animo che non ha mai perso quella componente fanciullesca che gli ha permesso di guardare con leggerezza, che non è superficialità, alle grandi o piccole tragedie che costellano la vita umana. L’immaginario onirico non è un rifugio o una fuga, ma un modo attraverso il quale gli elementi e le figure della quotidianità diventano più colorate e vivide; ecco perché alla fine della mostra si apre una meravigliosa “Dream room” in cui lasciarsi avvolgere e trasportare in un turbinio di immagini e colori, dal blu più scuro al giallo più acceso, tra linee e fiori, suonatori di flauto e violinisti.

Il percorso, che si è aperto e sviluppato attraverso opere che hanno raccontato la vita di Chagall, si conclude immergendosi e passeggiando nel sogno dell’artista, dove tutte le immagini viste precedentemente ritornano, apparendo a spezzoni qua e là e scomparendo in un armonico fluire di forme e colori. Dunque è nella dimensione onirica e psichica del pittore che si conclude la mostra, e non poteva che essere altrimenti per un artista come Chagall che ha considerato l’arte uno stato d’animo e l’anima la sua unica patria.

 

 

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Eventi

Escher: prospettive, metamorfosi e realtà al Palazzo delle Arti di Napoli

“Solo coloro che tentano l’assurdo raggiungeranno l’impossibile”

Mauritius Cornelius Escher

Una caleidoscopica girandola di tasselli, un vortice di linee, un turbinio di incisioni, dove tutto sconcerta e stupisce, soprattutto la realtà e le sue rappresentazioni: questa è la mostra di Escher al Palazzo delle Arti Napoli, poiché questo è il percorso artistico di Escher.

Agli occhi di chi classifica il sapere in discipline ordinate e categorie precostituite, gli interessi dell’artista olandese appaiono ossimorici e paradossali, poiché spaziano dall’arte greco-romana alle teorie della relatività di Einstein, dallo stile moresco alle formule goeometrico-matematiche; dalla loro apparente inconciliabilità  si origina un nuovo approccio all’arte intesa come modo di guardare il mondo decostruendolo e ricostruendolo. Nelle opere di Escher il punto di vista dell’artista e quello degli spettatori acquistano la stessa importanza, pur essendo inconciliabili: è la realizzazione del concetto di arte come dialogo inesauribile tra chi la produce e chi ne usufruisce.

Gli Emblemata sono la rappresentazione esemplare della volontà dell’artista di creare un dialogo destabilizzante con lo spettatore, perché è la realtà stessa a essere destabilizzante e incongruente: immagini armoniosamente realizzate si trovano in antitesi con i motti in latino e fiammingo che le accompagnano; così una farfalla agli occhi dell’artista diventa signum immortalitatis fragile admodum, dove l’antitesi che si coglie nel definire qualcosa come fragile e immortale è la stessa che l’artista scorge tra il modo in cui il mondo appare e il modo in cui si cerca di descriverlo tramite immagini o parole. La stessa scelta della litografia e della xilografia come tecniche di stampa per le opere implica un messaggio di fondo: l’opera dev’essere pensata e rappresentata al contrario, viene alla luce dal suo opposto, sottintende, già in fase di realizzazione, due punti di vista contrari e complementari.

 

Dunque, il viaggio artistico di Escher è una fuga da ogni categorizzazione del sapere: insofferente nei confronti dei canonici sistemi di apprendimento, l’arte è per lui ragionamento e percorso che da uno stimolo iniziale, esterno, sviluppa se stessa e non si esaurisce in una sola forma chiusa di rappresentazione, ma necessita di infinite forme e di infiniti punti di vista, perché infinito è il numero di coloro che ne entreranno in contatto. L’ammirazione per le architetture del mondo arabo, per i paesaggi italiani e per le opere del mondo greco-romano è espressa attraverso un processo di rilettura: osservare, analizzare, scomporre le grandi opere del passato e ricomporle secondo la sua prospettiva, a dimostrazione che non c’è nulla di perfettamente compiuto e che tutto è passibile di rivisitazione e rivalutazione, cambiando il proprio punto di vista.

 

Comune denominatore tra arte e scienza è l’indagine; la curiosità è sia stimolo creativo che slancio iniziale dell’osservazione scientifica e porta a rapportarsi con il mondo esterno senza nessun preconcetto, anzi, indagando la realtà, le sovrastrutture mentali dovrebbero venir meno così da poter riscrivere ogni volta ciò che si offre alla vista  con nuovi paradigmi e categorie, che in Escher non sono mai definitivi, ma trampolino di lancio per una nuova prospettiva e un nuovo percorso.

Come le rampe di scale nell’opera Relatività cambiano direzione a seconda di chi le percorre e di come l’osservatore guarda, così la realtà, l’arte e i modi di comunicare cambiano a seconda dell’individuo, e soprattutto, di ciò che l’individuo ha vissuto, ha visto e ha appreso. Dunque, il destino dell’artista, o meglio dell’uomo in generale, è quello di percorrere scale all’infinito senza possibilità di incrociare nessun altro, senza un pavimento solido da cui partire e un soffitto sicuro a cui giungere, una spirale di nichilismo e incomunicabilità senza soluzione? Dare una risposta a questa domanda vanificherebbe il motivo di fondo dei lavori di Escher: non è importante categorizzare il punto d’arrivo e di partenza, ma essere pronti a modificare, se il percorso lo richiede, prospettive, conoscenze acquisite e lo stesso punto d’arrivo, se lungo il tragitto questo perdesse di valore.

 

Motivo ricorrente nel pensiero di Escher è l’idea dell’impossibilità di rappresentare la realtà nella sua interezza e veridicità con immagini e parole; l’arte, non avendo più questo scopo, diventa altro e forse trova davvero la sua funzione: non rappresentare ma capire la realtà, presentarsi come uno strumento di indagine che permette di vedere l’uomo e la realtà come un qualcosa di composto da tantissimi piccoli tasselli, che, combinati insieme, danno un’immagine più grande e unitaria, la quale però, inevitabilmente, non può rimanere sempre la stessa, poiché soggetta al trascorre del tempo e agli accadimenti che influenzano percezioni e ragionamenti; mentre i piccoli tasselli che compongono l’uomo e la sua realtà sono sempre gli stessi, ciò che è destinato a subire una metamorfosi è l’immagine generale, è il modo in cui ognuno ordina l’infinito puzzle che è la realtà.

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L’artista stesso, nel definire il suo lavoro un gioco molto serio, dimostra di essere consapevole del paradosso implicito nelle sue opere e la mostra esposta al PAN rende giustizia a questo concetto; il visitatore è invitato a entrare nel mondo di Escher con tutti i sensi tramite esperimenti interattivi che, sotto l’apparente semplicità del gioco, servono a rendere tangibile quanto di scientifico, di filosofico e di tecnico sia sotteso al lavoro dell’artista olandese.

Vorticando, si esce da questo percorso destabilizzati, non perché si è privi di certezze, bensì perché Escher mostra come l’uomo abbia la capacità intellettuale e la sensibilità artistica di rapportarsi, di comprendere e raffigurare la mutevolezza della realtà e delle sue rappresentazioni.

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“Ricomincio dai libri” al MANN

I giardini storici del Museo Archeologico Nazionale di Napoli hanno ospitato la quinta edizione dell’evento Ricomincio dai libri, tenutosi il 5, 6 e 7 di ottobre, rendendo incantevole, oltre che interessante, la partecipazione a tale iniziativa.

Passeggiare tra i libri, esposti da case editrici emergenti campane o da altre più famose, come Editori Laterza e Cliquot, risulta ancora più suggestivo sotto lo “sguardo” dalle  sculture della Campania romana.

Oltre alle varie iniziative di intrattenimento come quella tenuta dalla Scuola Italiana di Comix e quella per i più piccini a cura di Nati per leggere, la nostra attenzione  è stata catturata dalla presentazione del libro “Come se tu non fossi femmina- Appunti per crescere una figlia.”

L’autrice Annalisa Monfreda insieme all’intervistatrice Conchita Sannio hanno messo in luce il potere e i rapporti delle donne nella nostra società. Dal dialogo emerge una condivisibile idea su come dovrebbe articolarsi il rapporto tra donne: non fondato sulla competitività ma sulla collaborazione, senza alcuna volontà di primeggiare. Questa dinamica porterebbe a ottimi risultati tanto in casa, prendendo come esempio il rapporto tra sorelle, quanto sul luogo di lavoro, basandosi su quello tra colleghe.43342686_1101135423382888_8888008380359114752_n

Ancora più interessante è l’analisi di uno dei consigli che l’autrice offre nel suo libro, da lei chiamate “lezioni”, che si intitola: “Nutritevi di grandi libri”. Grazie alla lettura dei grandi classici, cosa che andrebbe fatta fin da bambini, l’essere umano impara a sezionare e analizzare le emozioni in quanto queste prendono forma e corporeità tramite i personaggi narrati; ciò accade perché, come l’autrice ha sottolineato, “la forza dei libri è proprio nel mostrare la complessità del genere umano, buono o cattivo che sia.”

Ricomincio dai libri è un’iniziativa che è cresciuta moltissimo in questi cinque anni, riuscendo  a “conquistare” sempre più interesse, consensi e attenzione; questo sicuramente è accaduto perché mai come oggi c’è bisogno di dare valore e valorizzazione a ciò che è prezioso, di mettere in luce lo splendore che giace nascosto e questa iniziativa mira proprio a questo. Emblematica è infatti la frase dello scrittore napoletano Lorenzo Marone, riportata nella guida di questa quinta edizione:

“Crediamo nel valore salvifico delle parole, strumento di conoscenza e aggregazione. Crediamo che oggi più che mai ci sia bisogno di parole attente e gentili per abbattere le barriere e vivere in un mondo senza più muri.”

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Letteratura

“Resteranno i canti”: la poesia e la paesologia di Franco Arminio

Con la poesia non bisogna essere egoisti, oltre che leggerla per sé bisogna anche leggerla agli altri. Anzi, più ci tocca e più nasce spontaneo il desiderio di condividerla. La poesia è un farmaco, ma è anche una malattia contagiosa, è capace di rivelarci a noi stessi, come tutte le esperienze più estreme.

La poesia è un’esperienza; Resteranno i canti di Franco Arminio è un’esperienza di prosa e poesia, non è un libro adatto a essere raccontato, descritto o recensito, ma, come fosse un essere umano, lo si può solo percepire, ascoltare e vivere.

Il lettore entra in una nuova dimensione, dove la materia poetica è sempre ancorata alle cose: è un’evocazione costante dove l’amore e la morte sono presenti, alcune volte in modo latente altre in modo più palese, ma mai evanescenti. La materia poetica nasce da oggetti fisici: gli alberi, le strade, il corpo, che tramite la scrittura diventano evocazione e, allo steso tempo, rendono la parola poetica tangibile.

In questo universo, che sembra richiamare la “poetica delle cose” attribuita alla poesia di Montale, la fisicità è il perno di tutto; la poesia nasce da qualcosa che viene meno nella realtà, qualcosa che è necessario continuare a ricordare e vivere, diventa parola sublimata dopo, prima è stata un oggetto, un luogo, un qualcosa che si è vissuto.

La morte e la  perdita nella poesia di Franco Arminio hanno a che fare soprattutto con la scomparsa dei paesi, con il venir meno di una dimensione che sarebbe complesso spiegare se non la si è vissuta. Assistere al disgregarsi di questi piccoli centri, è, per chi è nato e cresciuto in tali luoghi, un dolore che va oltre la semplice nostalgia del passato; rappresenta la mancanza di una dimensione propria, una radicale insicurezza che porta però a non fermarsi in una sterile contemplazione malinconica del passato, ma è per il poeta motore di tutto. Si evoca ciò che è stato e non c’è più o sta scomparendo per fare qualcosa, per rendere se stessi e gli altri coscienti che non ci si può fermare, inermi, di fronte agli accadimenti. La poesia è lo strumento di evocazione e di ribellione che il poeta ha adottato per questa battaglia.

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Temi come la morte, l’amore e la fugacità della tempo sono dei pilastri della poesia a partire dai simposi del mondo greco, passando per il carpe diem oraziano e finendo con i poeti più recenti; anche questi assumono una veste nuova, assolutamente non formale ma decisamente fisica e ancorata al momento. L’amore passa dal corpo, è un sentire doloroso, è un aprirsi a un invasione esterna che l’essere umano sembra non voler accettare, nonostante sia inevitabile. Tale sentimento non è descritto come contemplazione o esaltazione dell’oggetto d’amore ma come un incontro che permette di vedere realmente se stessi, di rinascere nella propria totalità di corpo e anima: è un sentimento puro, che si origina da slanci fisici; è un sentimento sublimante, che si determina in un contatto di anime.

L’invito che si potrebbe leggere in queste pagine è quello all’attenzione, alla cura, alla passione e alla purezza: verso i luoghi, perché potrebbero scomparire; verso le persone, perché potrebbero non esserci per sempre; verso se stessi, perché si cambia inevitabilmente.

Dunque la poesia dovrebbe avere questo compito: ricordare e richiamare non per vezzo o decorazione, ma accompagnare la vita attiva, le esperienze; deve essere un luogo in cui fermarsi per qualche minuto a riflettere sull’importanza di tutto ciò che riempie le vite frenetiche e, dopo questa riflessione, deve permettere uno slancio attivo. La poesia così assume una corporeità: permette di mettere a fuoco ciò che troppo rapidamente scorre davanti agli occhi, permette di vedere la bellezza o la stortura e dopo ciò, ha in se la forza di spingere al cambiamento, alla ribellione, all’azione che, così, diventa un’azione poetica.

Scrivo, come dice un’amica,

“per smontare il marchingegno

del miracolo”, lo smonto

e lo rimonto all’infinito.

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Letteratura

Gerda Taro: l’inafferrabile ragazza con la Leica

“Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro. Si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto.”

 

Libera e sfuggente è La ragazza con la Leica di Helena Janeczek e i due  aggettivi sono i più indicati a descrivere la figura complessa e variegata protagonista di questo romanzo storico-biografico. Per rendere giustizia e fare emergere appieno la personalità caleidoscopica di Gerda Taro, l’autrice ha operato scelte narrative altrettanto complesse e audaci:  la breve vita di questa coraggiosa donna, morta a soli 26 anni (il 26 luglio del 1937), mentre si trovava a Brunete per fotografare la resistenza durante la guerra civile spagnola, è descritta in tre capitoli che rappresentano tre punti di vista differenti, o meglio ancora, la figura di Gerda è fotografata con tre obiettivi diversi e da tutte le angolazioni possibili, risaltando grazie a un continuo gioco di luci e ombre, tecnica che accompagna tutta la narrazione.

Attraverso i ricordi di un amico della Taro, Willy Chardack, il lettore si trova a passeggiare nella Parigi degli anni Trenta  insieme a  Gerda, Willy  e a tutti coloro che, in quanto ebrei e comunisti, si erano trovati costretti a lasciare la Germania e cercavano nella capitale francese di proseguire i loro studi e le loro vite con una spensieratezza che da lì a poco non sarebbe più stata possibile, mostrando attenzione, interesse e preoccupazione per un’ Europa in cui si rafforzavano sempre più i regimi totalitari. Willy, sebbene da sempre innamorato di Gerda, è il primo testimone del particolarissimo rapporto che nasce in quegli anni  tra la donna e Andrè Friedmann, a cui proprio la Taro diede lo pseudonimo di Robert Capa.

Il legame amoroso e professionale tra i due è messo ancora più in luce nel secondo capitolo dove Ruth Cerf, amica di Gerda fin da giovanissima, si trova a ricordare, a un anno di distanza, i difficili momenti immediatamente successivi alla morte di quest’ultima. Questa volta il lettore viaggia con Ruth, Capa e  un comune amico dei due su un treno dalla Francia alla Spagna per recuperare il corpo di Gerda; come nel capitolo precedente è l’assenza della Taro che fa emergere ancor di più la sua presenza: entrambi si colpevolizzano per la morte della donna, consci di aver avuto con lei un rapporto burrascoso e altalenante, entrambi ammaliati e allo stesso tempo turbati dalla spensierata ostinazione e avventatezza di quella donna che aveva segnato indelebilmente le loro vite.

Con il terzo capitolo e con  Georg Kuritzkes il lettore conquista l’ultimo tassello per ricostruire la figura di Gerda. L’uomo evoca, in una altalena cronologica ed emotiva di ricordi, come la sua Gerda sia passata dall’essere la ragazza mondana e a tratti frivola che aveva conosciuto a Lipsia e di cui si era innamorato, alla fotografa ostinata e coraggiosa che aveva rincontrato nel 1936 proprio in Spagna. Come far combaciare queste due immagini?

Il romanzo, fuori dall’essere un panegirico encomiastico della fotografa o un manifesto di femminismo esasperato, mette in luce le contraddizioni e le opposizioni insite nel carattere della protagonista: Gerda non è etichettabile come la compagna di Robert Capa, o la fotografa, o l’amica di Ruth, o  la piccoloborghese che si era avvicinata al partito socialista, o la donna amata da Willy e Georg, non è descrivibile per esclusione ma per inclusione: era la somma di tutti questi rapporti e molto altro.

In maniera preponderante infatti emerge nel romanzo come non siano stati solo l’ambiente politico e sociale in cui la Taro è cresciuta ad aver influito sulla sua personalità e carriera ma soprattutto quanto lei stessa abbia condizionato chi ha incrociato il suo cammino. La scelta di raccontare la vita della fotografa alternando svariati piani cronologici mostra al lettore come ognuno dei tre narratori evochi il ricordo di Gerda in un momento complicato della propria vita; Willy, Ruth e Georg sono a un bivio, devono prendere delle decisioni, fare un salto e l’unica che può supportarli in un tale momento è l’avventata e temeraria Gerda. Del resto:

” Ciascuno ricorda ciò che gli serve, quel che lo aiuta a mantenersi in sella.” 

Helena Janeczek ha realizzato la sua ragazza con la Leica attingendo a fonti storiche, documenti e archivi fotografici cercando di romanzare il meno possibile, per sua stessa ammissione, consegnando al lettore un album fotografico non “di Gerda Taro” ma ” su Gerda Taro”, sul suo modo di vivere, di vedere e di fermare la realtà in una foto.

 

 

 

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Arte Letteratura

Ogni vita è un viaggio tra arte e amore

Un filo rosso sgomitolato che si dipana in volute e spirali è l’immagine rappresentata sulla copertina di Ogni storia è una storia d’amore di Alessandro D’Avenia, la cui lettura si svolge seguendo proprio questo filo, cercando di sciogliere i nodi che via via si formano e provando a raggiungere la matassa da cui ha avuto origine.

Il filo narrativo è il racconto mitico di Orfeo ed Euridice, tratto dal X libro delle Metamorfosi di Ovidio, che con i suoi sublimi esametri ripropone una delle tante versioni di questa storia d’amore e morte, di gioia per le nozze che si stanno per celebrare, ma anche di dolore per l’improvvisa morte di Euridice; è un racconto che descrive la discesa agli Inferi di un uomo ancora in vita, Orfeo, e l’ascesa dello stesso, solo dopo essere morto, verso i Campi dei Beati dove si ricongiungerà con la sua Euridice.

Il mito non è narrato per esteso ma diviso in dieci “soste” che intervallano trentasei racconti di donne in carne e ossa, le cui vicende, sebbene storicamente ambientate nelle epoche più disparate, sono legate da un altro filo, che è il filo tematico di tutto il libro: quello dell’amore. Quindi se il mito è pausa, momento di sublimazione della riflessione amorosa, i trentasei racconti, divisi in triadi, sono dedicati alle donne che sono state protagoniste di queste vicende in cui il filo dell’amore si è intrecciato indissolubilmente a quello dell’arte, della storia e della vita.

Dunque è attraverso degli exempla che si svolge questo viaggio che, pur avendo come protagonista il sentimento più trattato, cantato e idealizzato, risulta ancora originale e incomprensibile nella sua interezza; l’amore è movimento, scintilla creativa che ha acceso e bruciato, in alcuni casi, la vita e le opere di queste donne e di questi uomini, che questo sentimento non lo hanno solo vissuto, ma sublimato ed elevato oltre lo spazio e il tempo quotidiano e hanno finito per portarlo verso qualcosa che è infinito e incompiuto. Così da una serie di “casi particolari”, di vicende biografiche e letterarie, la riflessione, che l’autore propone e il lettore accoglie, è universale.

Per permettere ciò le trentasei storie non sono raccontate con la voce dei protagonisti, ma sempre da una terza persona, un narratore fuoricampo onnisciente, che prima, nelle vesti di spettatore, ha assistito alla vicenda e ora, come narratore, cerca di dipanare per il lettore i fili intrecciati di queste storie. Si tratta di una modalità narrativa particolare perché consente al lettore di avere la giusta distanza per immedesimarsi pur rimanendo se stesso, come doveva accadere agli spettatori che assistevano alle tragedie nell’Atene di V sec. a.C., che, con la visione di tali spettacoli, giungevano alla catarsi delle loro emozioni.

Così il marito di Fanny Brawne racconta di come in cinquant’anni di matrimonio con la donna non riuscì mai a eguagliare la sublimazione perfetta di un amore mai vissuto tra lei e il poeta John Keats; l’agente di Scott Fitzgerald è lo spettatore e narratore della scintilla che accese e bruciò la storia d’amore e arte di quest’ultimo con sua moglie Zelda; Luina Czechowska, che era stata una delle modelle di Amedeo Modigliani, descrive la storia di due anime che si intrecciarono così tragicamente e saldamente da non poter distinguere più quali fossero gli occhi di Jeanne Hébuterne e quali quelli di Modì; Doris, sorella dell’attrice statunitense Constance Dowling , racconta  di come Cesare Pavese fu distrutto da quell’amore mal ricambiato, che fu per lui grande fonte di ispirazione, tanto da dire: “Le poesie sono venute con te e se ne vanno con te”; alla stessa fonte prima di Pavese aveva bevuto già Leopardi quando, non ricambiato da Fanny, produsse il Ciclo d’Aspasia, com’è raccontato da Antonio Ranieri, l’amico che gli fu vicino fino alla morte; al poeta Paul Claudel è demandato il compito di raccontare l’amore e il disamore, scolpiti nella pietra, della sorella Camille e di Auguste Rodin; mentre nelle lettere al fratello Theo si legge la storia d’amore e salvezza tra Van Gogh e una prostituta chiamata Sien, che ebbe esito tragico.

 

 

Queste storie, come le altre contenute nel libro, dove amore, disamore e arte si intrecciano, sembrano rimanere aperte e sospese: spesso l’autore conclude la narrazione con una domanda e in ogni capitolo si cerca la risposta al quesito posto al principio del viaggio: “L’amore salva?” .

Potrebbe sovvenire un’ulteriore domanda: “si possiede il giusto coraggio per salvare ed essere salvati?”. Da queste storie paradigmatiche, infatti, emerge con chiarezza che la prima componente fondamentale per amare è rinunciare al disamore, cioè all’egoismo e al desiderio di possedere l’oggetto amato, che appunto non dev’essere considerato oggetto, ma soggetto; il percorso per riconoscere il proprio disamore è impervio e necessita di un’analisi introspettiva che comporta una rivalutazione di tutti i parametri sui quali si sono basati i rapporti, è un viaggio che si deve intraprendere con coraggio e che necessita di un grande sforzo. Chi si incammina lo fa perché messo in moto dall’amore stesso che per sua natura è il sentimento produttivo per eccellenza; infatti, in queste storie d’amore si evince in modo tangibile cosa l’amore può produrre e come sia capace di sconfiggere il tempo e la morte: perché i versi di Pavese, i volti di Modigliani, i film di Fellini e i cieli stellati di Van Gogh sono frutto d’amore, di un fare produttivo che ha come base e motore propulsivo un sentimento che insegna l’arte e la vita.

Il mito di Orfeo ed Euridice chiarisce ancora meglio questo percorso: quando Orfeo scende negli Inferi per riportare indietro Euridice affronta la morte attraverso la sua arte, la blandisce con il suo canto; usa un trucco, è protetto dalla sua arte e si fa forte su questa, la quale però, per alimentarsi, userà proprio il dolore. Orfeo, infatti, contravvenendo agli ordini, si gira a guardare Euridice proprio poco prima di ritornare sulla Terra e la perde di nuovo, ma con quel dolore nutre la Musa che lo ispira e compone qualcosa di meraviglioso, tanto da suscitare l’invidia di chi non potrà produrre mai un canto così bello, ispirato da un dolore tanto grande. Orfeo muore per cantare Euridice e solo in questo modo, rinunciando a se stesso e alla cetra che lo proteggeva, può incontrare nuovamente Euridice non negli Inferi ma nei Campi dei Beati. Quella di Orfeo è una rinuncia di sé che è allo stesso tempo riaffermazione di sé, un sé ormai imprescindibile da quello di Euridice.

Bisogna fare attenzione a non ritenere che questo modo d’amare e la possibilità di intraprendere tale percorso sia fattibile solo per chi è ispirato dalla Musa: è sufficiente leggere la storia di Giulietta Masina e Federico Fellini per capire che lei, in quanto protagonista della sua vita, lo è stata anche delle sue opere d’arte; l’attrice, infatti, è in qualche modo presente persino nei film da lui girati in cui non ha recitato, in quanto forse l’unica in grado di decodificare le immagini visionarie che il regista realizzava.

Di natura molto simile è il rapporto tra Alma Reville e Alfred Hitchcock, rapporto che lui ha voluto celebrare in occasione dell’Oscar alla carriera con una delle dichiarazioni d’amore, ma soprattutto di stima, più belle in assoluto: “Lasciatemi ricordare per nome solo quattro persone che mi hanno dato il massimo affetto, stima, incoraggiamento e costante collaborazione. La prima delle quattro è una montatrice, la seconda è una sceneggiatrice, la terza è la madre di mia figlia, Pat, e la quarta è una cuoca capace di miracoli mai compiuti in una cucina casalinga. E si chiamano tutte Alma Reville“.

Testimonianza di quanto la vita sia il vero motore propulsivo e sublimante dell’arte è la storia di J. R. R. Tolkien e sua moglie Edith M. Bratt. Lo scrittore combatte e attraversa mille vicissitudini e traversie per la sua donna, le stesse che farà attraversare ai protagonisti dei suo romanzi, sottolineando un concetto importantissimo che rivoluziona completamente l’idea d’amore romantico: in una lettera indirizzata al figlio, infatti, Tolkien scrive che le donne sono “compagne nelle avversità” e non “stelle-guida“.

Questi tre racconti esemplari permettono di ritrovare il bandolo della matassa: i nomi delle donne che danno i titoli ai vari racconti non sono ideali romantici lontani e immaginifici, ma eroine che hanno agito fortemente per le loro storie a prescindere dal finale. Dunque ogni storia d’amore è realizzata da eroi ed eroine e, prendendo in prestito i versi da un’altra opera ovidiana,  Amores I, 9: “ogni amante è un soldato e Amore ha i suoi accampamenti; veglia, viaggia anche attraverso monti e fiumi ingrossati, e ha un coraggio senza limiti“.

Il coraggio qui richiesto è quello delle azioni quotidiane nelle quali si realizza e dalle quali trae la sua forza. Così, anche l’amore non nasce nell’arte ma genera l’arte dall’esperienza quotidiana, perché, prima che amore, l’arte è vita; l’amore permette solo la sublimazione di entrambe.

Così concludeva una sua poesia Alda Merini, per la quale amore e arte furono la stessa cosa:

Ecco,
fate l’amore e non vergognatevi,
perché l’amore è arte,
e voi i capolavori.

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Postcards from Paradise: un’alienante perfezione

Entrando nella sala di Castel dell’Ovo, che ospiterà fino al 9 gennaio 2018 la mostra dell’artista Silvia Papas, si avverte un gelo surreale; a essere surreale non è il tema rappresentato nei venti quadri esposti, ma lo spiazzante realismo che queste opere contengono. Su sfondi urbani che richiamano varie realtà, quali Napoli o New York, si stagliano figure femminili bellissime e sensuali che, come sottolinea la curatrice della mostra Maria Guida, sono debitrici, nella loro rappresentazione, dell’evoluzione che la figura femminile ha avuto nell’arte e nella cultura (dalla Salomè di Klimt alla Rihanna di Damien Hirst).

Queste donne spiccano per i colori accesi e caldi dei loro abiti e accessori, su uno sfondo cittadino caotico e in movimento, che le rende evidenti ancora di più perché dipinto con varie tonalità di grigio; quello che colpisce da subito è il contrasto non solo dei colori tra le figure e l’ambientazione, ma anche quello tra la vivacità degli abiti e l’opacità degli sguardi. Tutta la vitalità, la forza e il calore che ci aspetteremmo di trovare in uno sguardo è reso unicamente dagli abiti.

 

In queste Postcards from Paradise, titolo volutamente provocatorio, l’artista sembra mettere in risalto quello che tutti, o quasi tutti, oggi vorremmo: bellezza, successo e  perfezione, ma esteriori, assolutamente e inesorabilmente artefatti. Queste figure non traboccano di felicità per una vita di successo, o di gioia per un obiettivo raggiunto, o, ancora, di serenità per un momento in famiglia; dallo sguardo traspare una profonda solitudine e dai gesti una costante ricerca di qualcosa celata da un’ostentata sicurezza di sé.

 

L’artista, attraverso il suo punto di vista, mostra allo spettatore qual è il modello femminile imperante oggigiorno, o, più in generale, si potrebbe dire il modello umano.
Guardando questi ritratti risulta surreale l’immediatezza del riconoscervi una gestualità familiare, effettivamente impiegata nella quotidianità; si può comprendere, così, come sia proprio l’esasperante ricerca di differenziazione che, a ben vedere, omologa tutti.

Nell’osservare i dipinti, realizzati come foto o cartelloni pubblicitari, quindi incentrati sull’esteriorità, la riflessione che ne deriva è invece tutta introspettiva: senza indulgere in stereotipati moralismi, in queste opere non c’è una condanna alla bellezza, al culto del bello o alla volontà di essere esteriormente belli, piuttosto uno stimolo a riflettere su cosa si debba intendere per bellezza.

Gli antichi Greci usavano il nesso καλὸς καὶ ἀγαθός (kalòs kai agathòs), per indicare la bellezza e il possesso delle virtù, un nesso imprescindibile per la cultura greca, volto a indicare che a qualità esteriori devono corrispondere pari qualità interiori. Forse dovremmo puntare a questo: considerare che una foto è e rimane solo una foto, che per quanto bella sia, non potrà mai contenere le infinite sfumature, i mille pensieri e le preoccupazioni che caratterizzano l’essere umano; non potrà mai definirci nella nostra interezza e complessità. Proprio in virtù di una tale complessità nessun individuo può essere uguale a un altro e non dovrebbe nemmeno tentare di esserlo andando a eliminare tutte quelle particolarità che lo rendono speciale; riducendo la complessità individuale e mirando all’omologazione l’accettazione è sicura, ma la personalità di ognuno è alla deriva.

 

Hjalmar Soderberg scriveva:

Vogliamo essere amati.
In mancanza di ciò, ammirati
in mancanza di ciò, temuti
In mancanza di ciò, odiati e disprezzati.

Vogliamo suscitare negli altri qualche sorta di emozione.
L’anima trema davanti al vuoto
e ha bisogno di un contatto a ogni costo“.

L’eccezionale bravura dell’artista risiede proprio nella capacità di ritrarre ciò che tutti “guardiamo” ogni giorno, ma che, filtrato dalle sue opere, diventa un “vedere”, portando a una domanda fondamentale: “l’immagine che offriamo al mondo di noi stessi rappresenta appieno e davvero il nostro io?”.

 

 

 

 

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Pompei@Madre. Materia archeologica: un dialogo artistico tra due epoche

“L’unica via per noi di diventare grandi e, se possibile, insuperabili è l’imitazione degli antichi”. Questa affermazione. con cui J. J. Winckelmann nel Settecento canonizzava la perfezione del mondo antico, porta ancora oggi a domandarsi se effettivamente qualsiasi produzione artistica successiva a quell’epoca aurea abbia dovuto in qualche modo emulare il mondo antico per riuscire almeno a sfiorare quella grandezza senza tempo.

La mostra Pompei@Madre. Materia Archeologica, inaugurata sabato 18 novembre al museo Madre di Napoli, non mette in scena una semplice imitazione o ripresa da parte delle molteplici correnti artistiche che si sono avvicinate a tutto ciò che l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ha conservato, a partire proprio dalla scoperta del sito pompeiano nel 1748, ma un dialogo in diacronia tra la materia artistica contemporanea e quella archeologica.

Museo Madre Opening 2
Le varie sezioni artistiche, che si snodano attraverso quasi tutto il museo, concentrandosi in maniera preminente al terzo piano, non sono realizzate seguendo un criterio cronologico nell’esporre alcuni dei resti provenienti da Pompei, parte del materiale di studio derivato dalle campagne di scavo e riproduzioni d’arte moderna e contemporanea, ma mettendo in luce i molteplici punti di vista attraverso i quali è possibile guardare e riprodurre un singolo evento.

Museo Madre Opening

Il visitatore, così, si troverà ad osservare gli scatti di Victor Burgin con la sua teoria delle colonne di Basilica I e Basilica II e al centro la colonna spezzata di Maria Loboda, che dissacra il concetto stesso di colonna e la sua funzione portante, a dimostrazione di come l’elemento emblematico dell’arte antica possa essere osservato e reinterpretato in svariati modi.

 

 

Legata ancor più al concetto secondo cui l’arte ha il potere di far rivivere un singolo evento infinite volte e di mostrarlo in infiniti modi è la sezione centrale della mostra,  dedicata alla rappresentazione dell’eruzione del Vesuvio.
Posti in maniera speculare, da una parte il famoso Vesuvius di Andy Warhol in modo colorato e vivace, dall’altra con toni cupi e drammatici Eruzione del Vesuvio dal ponte della Maddalena di P. J. Volaire, offrono due letture opposte del medesimo evento, ma entrambe evocative e spiazzanti: questo è il potere dell’arte.

 

In un percorso in cui l’arte ricrea continuamente se stessa e non è relegata al semplice e riduttivo compito di evocare o portare alla memoria qualcosa, anche un elemento caratteristico delle ville sub-urbane di I secolo d.C., quali gli Hortii pompeiani, è ripreso in modo tale da offrire al visitatore l’idea che l’arte abbia la capacità di fiorire in maniera del tutto originale sia su un terreno su cui prima ci sono state altre colture – o culture, sia su un terreno del tutto nuovo.

 

Dunque ogni espressione artistica appartiene a chi la produce e a chi ne usufruisce; ogni visitatore vedrà qualcosa che un altro non può vedere, un filo, una connessione tra le varie opere che è da una parte pubblica, perché sotto gli occhi di tutti, e dall’altra personale, perché legata a parametri interpretativi propri di ognuno.

Come a voler coronare questo percorso fatto di richiami tramite opposizioni e analogie, sulla splendida terrazza del museo una tra le opere esposte si ricollega proprio al principio di dialogo, un dialogo che l’arte deve avere con se stessa in diacronia e sincronia ma anche con altre forme artistiche “Il mare non bagna Napoli” , opera visiva di Bianco-Valenti del 2015, riprendendo il titolo di un famoso libro di Anna Maria Ortese, esprime il modo in cui un’opera d’arte, che ha come suo canale di trasmissione privilegiato la vista, si possa affidare anche alle parole, che sono il normale veicolo d’espressione artistica della scrittura.

 

 

Siamo sempre stati abituati a guardare l’arte attraverso categorie: c’è l’arte antica, quella moderna, quella contemporanea, le diverse sottocategorie, etc. La mostra esposta al Museo Madre potrebbe avere come idea di base proprio quella di superare queste categorie mentali e interpretative, presentando in alcuni casi anche opere visive forti e dissacranti, così da disorientare il visitatore il cui gusto artistico è spesso orientato in base alle categorie suddette. Proprio lo stato di disorientamento genera una riflessione e porta a chiedersi: “Perché?”. Perché associare dei teschi, copie di quelli ritrovati a Pompei, con degli specchi?
Interrogarsi su ciò che si sta vedendo, sulle profonde interconnessioni tra gli oggetti, porta il visitatore a non essere un fruitore passivo dell’opera d’arte, ma attivo: aggiungendo una personale interpretazione si può completare la percezione dell’opera in sé.
“L’arte ci consente di trovare noi stessi e di perdere noi stessi nello stesso momento” diceva Thomas Merton, proprio perché è un dialogo costante con tutte le sue componenti e noi siamo allo stesso tempo i destinatari e in parte i creatori di ogni opera d’arte che facciamo nostra.