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Ogni vita è un viaggio tra arte e amore

Un filo rosso sgomitolato che si dipana in volute e spirali è l’immagine rappresentata sulla copertina di Ogni storia è una storia d’amore di Alessandro D’Avenia, la cui lettura si svolge seguendo proprio questo filo, cercando di sciogliere i nodi che via via si formano e provando a raggiungere la matassa da cui ha avuto origine.

Il filo narrativo è il racconto mitico di Orfeo ed Euridice, tratto dal X libro delle Metamorfosi di Ovidio, che con i suoi sublimi esametri ripropone una delle tante versioni di questa storia d’amore e morte, di gioia per le nozze che si stanno per celebrare, ma anche di dolore per l’improvvisa morte di Euridice; è un racconto che descrive la discesa agli Inferi di un uomo ancora in vita, Orfeo, e l’ascesa dello stesso, solo dopo essere morto, verso i Campi dei Beati dove si ricongiungerà con la sua Euridice.

Il mito non è narrato per esteso ma diviso in dieci “soste” che intervallano trentasei racconti di donne in carne e ossa, le cui vicende, sebbene storicamente ambientate nelle epoche più disparate, sono legate da un altro filo, che è il filo tematico di tutto il libro: quello dell’amore. Quindi se il mito è pausa, momento di sublimazione della riflessione amorosa, i trentasei racconti, divisi in triadi, sono dedicati alle donne che sono state protagoniste di queste vicende in cui il filo dell’amore si è intrecciato indissolubilmente a quello dell’arte, della storia e della vita.

Dunque è attraverso degli exempla che si svolge questo viaggio che, pur avendo come protagonista il sentimento più trattato, cantato e idealizzato, risulta ancora originale e incomprensibile nella sua interezza; l’amore è movimento, scintilla creativa che ha acceso e bruciato, in alcuni casi, la vita e le opere di queste donne e di questi uomini, che questo sentimento non lo hanno solo vissuto, ma sublimato ed elevato oltre lo spazio e il tempo quotidiano e hanno finito per portarlo verso qualcosa che è infinito e incompiuto. Così da una serie di “casi particolari”, di vicende biografiche e letterarie, la riflessione, che l’autore propone e il lettore accoglie, è universale.

Per permettere ciò le trentasei storie non sono raccontate con la voce dei protagonisti, ma sempre da una terza persona, un narratore fuoricampo onnisciente, che prima, nelle vesti di spettatore, ha assistito alla vicenda e ora, come narratore, cerca di dipanare per il lettore i fili intrecciati di queste storie. Si tratta di una modalità narrativa particolare perché consente al lettore di avere la giusta distanza per immedesimarsi pur rimanendo se stesso, come doveva accadere agli spettatori che assistevano alle tragedie nell’Atene di V sec. a.C., che, con la visione di tali spettacoli, giungevano alla catarsi delle loro emozioni.

Così il marito di Fanny Brawne racconta di come in cinquant’anni di matrimonio con la donna non riuscì mai a eguagliare la sublimazione perfetta di un amore mai vissuto tra lei e il poeta John Keats; l’agente di Scott Fitzgerald è lo spettatore e narratore della scintilla che accese e bruciò la storia d’amore e arte di quest’ultimo con sua moglie Zelda; Luina Czechowska, che era stata una delle modelle di Amedeo Modigliani, descrive la storia di due anime che si intrecciarono così tragicamente e saldamente da non poter distinguere più quali fossero gli occhi di Jeanne Hébuterne e quali quelli di Modì; Doris, sorella dell’attrice statunitense Constance Dowling , racconta  di come Cesare Pavese fu distrutto da quell’amore mal ricambiato, che fu per lui grande fonte di ispirazione, tanto da dire: “Le poesie sono venute con te e se ne vanno con te”; alla stessa fonte prima di Pavese aveva bevuto già Leopardi quando, non ricambiato da Fanny, produsse il Ciclo d’Aspasia, com’è raccontato da Antonio Ranieri, l’amico che gli fu vicino fino alla morte; al poeta Paul Claudel è demandato il compito di raccontare l’amore e il disamore, scolpiti nella pietra, della sorella Camille e di Auguste Rodin; mentre nelle lettere al fratello Theo si legge la storia d’amore e salvezza tra Van Gogh e una prostituta chiamata Sien, che ebbe esito tragico.

 

 

Queste storie, come le altre contenute nel libro, dove amore, disamore e arte si intrecciano, sembrano rimanere aperte e sospese: spesso l’autore conclude la narrazione con una domanda e in ogni capitolo si cerca la risposta al quesito posto al principio del viaggio: “L’amore salva?” .

Potrebbe sovvenire un’ulteriore domanda: “si possiede il giusto coraggio per salvare ed essere salvati?”. Da queste storie paradigmatiche, infatti, emerge con chiarezza che la prima componente fondamentale per amare è rinunciare al disamore, cioè all’egoismo e al desiderio di possedere l’oggetto amato, che appunto non dev’essere considerato oggetto, ma soggetto; il percorso per riconoscere il proprio disamore è impervio e necessita di un’analisi introspettiva che comporta una rivalutazione di tutti i parametri sui quali si sono basati i rapporti, è un viaggio che si deve intraprendere con coraggio e che necessita di un grande sforzo. Chi si incammina lo fa perché messo in moto dall’amore stesso che per sua natura è il sentimento produttivo per eccellenza; infatti, in queste storie d’amore si evince in modo tangibile cosa l’amore può produrre e come sia capace di sconfiggere il tempo e la morte: perché i versi di Pavese, i volti di Modigliani, i film di Fellini e i cieli stellati di Van Gogh sono frutto d’amore, di un fare produttivo che ha come base e motore propulsivo un sentimento che insegna l’arte e la vita.

Il mito di Orfeo ed Euridice chiarisce ancora meglio questo percorso: quando Orfeo scende negli Inferi per riportare indietro Euridice affronta la morte attraverso la sua arte, la blandisce con il suo canto; usa un trucco, è protetto dalla sua arte e si fa forte su questa, la quale però, per alimentarsi, userà proprio il dolore. Orfeo, infatti, contravvenendo agli ordini, si gira a guardare Euridice proprio poco prima di ritornare sulla Terra e la perde di nuovo, ma con quel dolore nutre la Musa che lo ispira e compone qualcosa di meraviglioso, tanto da suscitare l’invidia di chi non potrà produrre mai un canto così bello, ispirato da un dolore tanto grande. Orfeo muore per cantare Euridice e solo in questo modo, rinunciando a se stesso e alla cetra che lo proteggeva, può incontrare nuovamente Euridice non negli Inferi ma nei Campi dei Beati. Quella di Orfeo è una rinuncia di sé che è allo stesso tempo riaffermazione di sé, un sé ormai imprescindibile da quello di Euridice.

Bisogna fare attenzione a non ritenere che questo modo d’amare e la possibilità di intraprendere tale percorso sia fattibile solo per chi è ispirato dalla Musa: è sufficiente leggere la storia di Giulietta Masina e Federico Fellini per capire che lei, in quanto protagonista della sua vita, lo è stata anche delle sue opere d’arte; l’attrice, infatti, è in qualche modo presente persino nei film da lui girati in cui non ha recitato, in quanto forse l’unica in grado di decodificare le immagini visionarie che il regista realizzava.

Di natura molto simile è il rapporto tra Alma Reville e Alfred Hitchcock, rapporto che lui ha voluto celebrare in occasione dell’Oscar alla carriera con una delle dichiarazioni d’amore, ma soprattutto di stima, più belle in assoluto: “Lasciatemi ricordare per nome solo quattro persone che mi hanno dato il massimo affetto, stima, incoraggiamento e costante collaborazione. La prima delle quattro è una montatrice, la seconda è una sceneggiatrice, la terza è la madre di mia figlia, Pat, e la quarta è una cuoca capace di miracoli mai compiuti in una cucina casalinga. E si chiamano tutte Alma Reville“.

Testimonianza di quanto la vita sia il vero motore propulsivo e sublimante dell’arte è la storia di J. R. R. Tolkien e sua moglie Edith M. Bratt. Lo scrittore combatte e attraversa mille vicissitudini e traversie per la sua donna, le stesse che farà attraversare ai protagonisti dei suo romanzi, sottolineando un concetto importantissimo che rivoluziona completamente l’idea d’amore romantico: in una lettera indirizzata al figlio, infatti, Tolkien scrive che le donne sono “compagne nelle avversità” e non “stelle-guida“.

Questi tre racconti esemplari permettono di ritrovare il bandolo della matassa: i nomi delle donne che danno i titoli ai vari racconti non sono ideali romantici lontani e immaginifici, ma eroine che hanno agito fortemente per le loro storie a prescindere dal finale. Dunque ogni storia d’amore è realizzata da eroi ed eroine e, prendendo in prestito i versi da un’altra opera ovidiana,  Amores I, 9: “ogni amante è un soldato e Amore ha i suoi accampamenti; veglia, viaggia anche attraverso monti e fiumi ingrossati, e ha un coraggio senza limiti“.

Il coraggio qui richiesto è quello delle azioni quotidiane nelle quali si realizza e dalle quali trae la sua forza. Così, anche l’amore non nasce nell’arte ma genera l’arte dall’esperienza quotidiana, perché, prima che amore, l’arte è vita; l’amore permette solo la sublimazione di entrambe.

Così concludeva una sua poesia Alda Merini, per la quale amore e arte furono la stessa cosa:

Ecco,
fate l’amore e non vergognatevi,
perché l’amore è arte,
e voi i capolavori.

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Letteratura

Un amore “liberato”

Diritto d’amore di Stefano Rodotà, pubblicato da Laterza nel luglio 2017, a un mese dalla sua scomparsa, è una riflessione profonda sulla società nella quale viviamo, che parte da una conoscenza altissima della materia giuridica, legislativa e costituzionale, resa accessibile anche e soprattutto ai non addetti ai lavori.

Profonde sono le considerazioni sul senso e sul valore delle relazioni nella società odierna e su come queste si siano evolute nel corso degli anni, di come l’istituzione matrimoniale monogamica ed eterosessuale non sia più il percorso obbligato e soprattutto l’unica e assoluta rappresentazione dell’amore; non a caso una delle pagine più dense di significato è quella in cui l’autore riflettere sul senso intrinseco del termine “coppia di fatto”, come forma riduttiva e infelice che nasce per differenziare questa condizione dalle cosiddette “coppie di diritto”.

In questa disamina un posto importante è occupato dall’evoluzione che ha subito il ruolo della donna in seno alla società, che le ha permesso di passare da uno stato di sottomissione e subordinazione alla possibilità di conseguire rapporti paritari con l’altro sesso.

Attraverso un percorso diacronico e sincronico Rodotà ha analizzato quasi settant’anni di evoluzioni sociali che hanno interessato l’Italia, ma anche l’Europa e gli Stati Uniti, in materia di relazioni, matrimoni e diritto di famiglia, ma soprattutto in relazione ai diritti fondamentali. Infatti, l’analisi dei casi specifici parte da una concezione di fondo: il diritto d’amore è associato a quei diritti fondamentali che Rodotà ha sempre considerato “presidio della vita”; esso dovrebbe basarsi sull’autodeterminazione del singolo individuo e dovrebbe essere svincolato da qualsiasi forma di sottomissione, utilitarismo e coercizione. Questa premessa è funzionale a rispondere alla domanda che viene posta nell’incipit: “Le parole diritto e amore sono compatibili?”.

L’autore accompagna il lettore verso la risposta come attraverso un sentiero che ha disseminato di mollichine di pane: abbiamo riferimenti legislativi e costituzionali, testimonianze di casi specifici, citazioni dal De Amore di Andrea Cappellano e dall’Epistolario di Stendhal. Tutto ciò è funzionale a mostrare una società in mutamento perché formata da individui che amano, e l’amore è in assoluto il sentimento meno vincolabile a norme cristallizzate.

Dunque, con queste premesse, potrebbe sembrare un’aporia parlare di diritto d’amore? Niente affatto. L’amore non ha bisogno di legittimazione ma di comprensione; le dinamiche relazionali e i rapporti non sono immutabili ed eterni e perciò non può esistere un insieme di norme o leggi immutabile che tuteli tali rapporti. Da ciò l’autore preme affinché ci sia una maggiore elasticità da parte del sistema legislativo, perché è la materia stessa a richiederla; come sottolinea: “la regola giuridica può accompagnare
la vita e l’amore e non imporre modelli obbligati”, perché il diritto d’amore è “un diritto di libertà e non necessita di una concessione”.
Viene presentato al lettore un amore “liberato” che si manifesta nella coppia senza distinzione di sesso, che si realizza nell’intimità e nell’affermazione dell’identità dell’individuo. Il momento in cui si inizia a parlare di diritto d’amore è in relazione all’altro, cioè nella dialettica coppia/società. Tanto nell’intimità questo sentimento dovrebbe essere libero e invincolabile, quanto all’esterno dovrebbe essere tutelato, garantito con norme che crescano e si evolvano con e nella società stessa.

Sarebbe possibile scrivere pagine e pagine di riflessioni partendo dalla lettura di questo libro, sviluppare infinite discussioni sul ruolo della donna, sulle unioni civili, sul principio di autodeterminazione, perché è un testo che tocca molto da vicino il modo in cui viviamo e guardiamo ai rapporti e ancor più perché la nostra generazione si colloca nel mezzo, tra il retaggio di una società patriarcale e la spinta propulsiva data al modo di concepire le relazioni dalle leggi del 1970 e 1978, rispettivamente la legge sul divorzio e quella sull’aborto.

Ogni riflessione sarebbe vana se non si partisse dal presupposto che un’idea così elevata dell’amore può basarsi solo e soltanto sul rispetto della libertà personale di ogni essere umano. Questo è il lascito di Stefano Rodotà.