Categorie
Cinema

Il fiabesco, il moderno e l’umanità nel film “Gatta Cenerentola”

Gatta Cenerentola è stato la rivelazione della 74esima edizione del Festival del cinema di Venezia, dove ha fatto la sua prima apparizione nella sezione “Orizzonti”.  Una vittoria tutta partenopea dato che i produttori Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone fanno parte della Mad, realtà produttiva napoletana. Il film è preceduto da un breve cortometraggio, Simposio suino in re minore, realizzato da Francesco Filippini.

Gatta Cenerentola è un film d’animazione ispirato alla celebre fiaba di Basile, riproposta in chiave moderna e con un’ambientazione interamente partenopea.
La vicenda della piccola Mia, definita dalla perfida matrigna “’a iatta”, si svolge all’interno di una nave tecnologica, la Megaride, capace di registrare qualsiasi cosa accada per poi riprodurla sotto forma di ologrammi. La nave è stata costruita dal padre Vittorio Basile, un ricco armatore e scienziato con un grande progetto: quello di trasformare la città in un avanzato polo tecnologico. La vita dell’uomo, però, viene spezzata dal perfido Salvatore Lo Giusto, un trafficante di droga segretamente amante di Angelica, la promessa sposa di Basile. In seguito allo shock la piccola Mia perde l’uso della parola ed è costretta a vivere con Angelica e le sue figlie tra angherie e frustrazioni. L’intervento di Primo Gemito, ex uomo della scorta di Basile, sarà fondamentale nel susseguirsi delle vicende e soprattutto nell’ostacolare i diabolici piani di Salvatore.

Dagli autori è stato messo in evidenza il ruolo dominante della nave. Se è vero che l’impronta napoletana è presente ovunque, dalla lingua alla caratterizzazione dei personaggi, d’altro canto, però, non possiamo negare che la protagonista assoluta è proprio la nave. Questa, infatti, è il principale palcoscenico su cui si svolgono le principali vicende, un enorme contenitore che ha a disposizione un vasto archivio. Questo aspetto fa sì che ogni persona possa rivivere avvenimenti del passato simili a quelli che stanno per accadere. Scienza e memoria vengono cristallizzate insieme nel concetto di ologramma. Proprio la nave potrebbe essere considerata la fata turchina di questa storia perché aiuta più volte la giovane Mia a evitare pericoli imminenti e a rivolgersi sempre verso il bene.

Un altro elemento importante è il contrasto che viene a crearsi tra elementi antichi come gli abiti dei personaggi ed elementi nuovi come gli ologrammi. Al riguardo i produttori hanno sottolineato la loro volontà di miscelare questi elementi al fine di rendere il film più appetibile allo spettatore. Così si passa dall’art dèco del primo periodo fascista agli anni ’50 per poi giungere al forte modernismo, rappresentato dalla tecnologia. È una miscela di elementi che servono a mantenere l’indefinizione cronologica propria del genere fiabesco senza, però, sfociare nel fantasy.

 

Daniele Sansone è anche il frontman dei Foja, band folk-rock napoletana a cui si deve la paternità della canzone A chi appartieni, cuore pulsante della colonna sonora del film.

Ad un primo ascolto si tende ad associare questa canzone a una perdita, a un dolore, a un silenzio che sembra amplificarsi ancora di più nell’anima di chi sente una simile mancanza; ma da questa situazione di tormento e follia, evocati dalla canzone, emerge un più forte senso di riscatto e di voglia di combattere, racchiuso in una frase che condensa il significato più profondo di tutto il testo: nunn’è ca me sento cchiù overo si piglio e me invento ‘na via ma saccio ca n’omme è cchiù sulo si resta assettato a guardà”.

Così, dall’impotenza e dal dolore la visuale si amplia e la canzone invita a fare un balzo fuori dal nostro piccolo mondo. L’inerzia, qualunque sia la sua origine, è il peccato maggiore che possiamo commettere verso di noi, ma anche verso ciò che ci circonda. Rimanere fermi a guardare tutto crollare, chiudersi e isolarsi in questa inerzia è la peggiore delle soluzioni. La struggente malinconia è evocata per immagini, come quel ridere in mezzo alla gente, o sbagliare ed essere contenti: è una malinconia che ha in sé una grande luce, che si esprime proprio nella forza di riuscire a comunicare questa situazione. Mettersi in moto e agire, in qualsiasi ambito della vita, non è garanzia di successo, non rende più veri o più forti, rende meno soli. Sentirsi parte di qualcosa, tanto nelle relazioni personali quanto nella comunità, rende umani; “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” (“Sono un essere umano, nulla che sia umano mi è estraneo”).

Dunque, riascoltando questa canzone, il messaggio potrebbe essere quello di guardare un po’ più in là delle nostre mancanze o tormenti personali, o meglio, di partire da queste per vedere quelle di chi è intorno noi. È un invito a non essere inerti e indifferenti; un invito a essere umani. Nel rimanere fermi a pensare di non poter fare mai niente si genera un circolo ancora più alienante di apatia e distanza da tutto e tutti; girarsi dall’altra parte per mantenere uno stato di tranquillità non è vivere ma fuggire.

“Da sule nun se vence maje”, dicono i  Foja in un altro loro brano, ed è su questo che bisogna riflettere. A chi appartieni può essere anche letto come un invito, un invito a prestare attenzione alle persone che fanno parte della nostra vita, un invito a prestare attenzione alla comunità di cui facciamo parte, al signore per strada e al conoscente che racconta qualcosa di sé, a chi amiamo e a chi non conosciamo, non per buonismo o apparenza, ma perché siamo umani e possiamo sempre fare qualcosa, soprattutto in un contesto sociale che alcune volte può portare a sentirsi inerti e spaventati, dove, se ci sentiamo messi all’angolo, chiuderci sembra l’unica opzione. Reagire è un dovere, è qualcosa  che dobbiamo in prima istanza a  noi stessi; e in questa reazione dovremmo coinvolgere anche gli altri, perché la cosa peggiore che può capitarci è quella di farci togliere le parole, ma soprattutto la voglia di conoscere le gioie e i tormenti di chi vive accanto a noi.