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Teatro

L’incanto de “La Cantata dei Pastori” di Peppe Barra al Politeama

“Due ladroni a Betlemme” e l’atavica lotta vana
del male contro il bene. Si rinnova la tradizione:
al teatro Politeama è di scena fino alla befana
La Cantata dei Pastori con qualche innovazione.

L’ambientazione bucolica e il tono maccheronico
si ritrovano in una cornice sacra tradizionale.
Si alternano e si fondono il serio e il comico,
la lingua italiana e quella dialettale.

La commedia seicentesca racconta il cammino
della coppia beata, che molti ostacoli si trova ad affrontare
per proteggere la nascita del proprio Bambino,
mentre il Diavolo il suo piano comincia a tramare.

Ma in questa Cantata il sacro si mescola al profano
e, così, le strane avventure di Giuseppe e Maria
s’intrecciano a quelle di un assassino e uno scrivano
in fuga e in viaggio lungo la stessa via.

Tempeste, draghi, veleno e fuoco:
grazie all’angelo Gabriello
scampano le insidie dei diavoli e di un cuoco
evitando ogni volta un bel tranello.

Il bene combatte contro il male a passi di danza
sulle note allegre degli strumenti musicali,
opponendo allo scoramento la speranza
contro tutti i frequenti pericoli fatali.

 

Peppe Barra interpreta un Razzullo non di certo inappetente,
il suo personaggio ormai ben consolidato;
Rosalia Porcaro è un Sarchiapone sorprendente:
spontaneo, simpatico e dal pubblico molto apprezzato.

Bravissimi i musicisti, che con i loro strumenti
oltre alle canzoni classiche dello spettacolo
riescono a creare accompagnamenti divertenti
e partecipano con allegria alla messa in scena del miracolo.

Con scherzi e lazzi la quarta parete è spesso infranta
e Razzullo si rivolge al pubblico e ai musicisti;
tra uno scambio di battute meravigliosamente canta,
insieme agli altri eccezionali artisti.

Così, ci si sente parte della bella scenografia,
si ride, ci si commuove sorridendo
e si ammira una particolare coreografia.
Il successo della Cantata non sta certo diminuendo:

grande entusiasmo dal pubblico per musiche, danze e attori,
tanti vivaci applausi da diverse generazioni
che ricordano o che scoprono La Cantata dei Pastori.

 

 

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Cinema

La Napoli velata e l’opacità del vero

Napoli Velata, l’ultimo film di Ferzan Ozpetek, si rivela un ammaliante racconto sospeso tra realtà e ricordo, immaginazione e rappresentazione, deduzione e rivelazione.

Una sera, ad una festa in cui assistono all’arcaico rito della “Figliata dei Femminielli”, Adriana e Andrea s’incontrano, sono magneticamente attratti l’uno dall’altra e decidono subito di passare la notte insieme. Il sesso tra i due è rappresentato nella maniera più realistica possibile, senza mezze inquadrature, senza romanticismi né sottintesi; si assiste alla concretezza del primario desiderio senza il velo del pudore, e tale prospettiva non viene accolta con completa disinvoltura dal pubblico in sala. È proprio vero: “non si sopporta la troppa verità”.

Eppure nulla è come sembra: questo non è il semplice incipit di un’improvvisa e travolgente relazione passionale tra due sconosciuti, è l’origine di una concatenazione di eventi che faranno emergere tormenti psichici, vecchi fantasmi e violenze celate.

I personaggi intrecciano una serie di profonde relazioni tra se stessi e l’ambiente circostante, in cui soprattutto l’arte, “l’abuso di verità”, è la cornice, la tela e il veicolo d’espressione dell’intera storia. Statue classiche e affreschi pompeiani riportano alla mente di Adriana il corpo e i gesti di Andrea, icasticamente impressi nella memoria e rivissuti dai sensi. L’arredo costituito da vasi antichi e sedie eleganti fornisce la testimonianza di una vita passata ancora aleggiante, i cui echi si riverberano tra le pareti di una casa che rievoca di continuo una verità sepolta, a sprazzi riemergente.

Gli occhi rappresentano il simbolo principale della storia: possono scivolare sulle curve di un corpo, scrutare la bellezza di un’immagine, riprodurre una figura, portare fortuna o anche essere oscurati per non intralciare i desideri più profondi dell’animo.

Napoli, la città attraversata da Adriana, è essa stessa eterogeneità e spettacolo, una città il cui folklore è portato alla luce non come mero elemento accessorio ma come profonda espressione scenica della sua anima misterica, tradizionale, superstiziosa, simbolica e viscerale.

Il thriller si snoda così tra le strade della città, tra incantevoli paesaggi naturali, preziosi complessi monumentali e strette vie popolari, proponendo un’insolita alternanza di volti comuni, riconoscibili nel quotidiano, e maschere allegoriche stranianti, in un’ipnotica giustapposizione di particolarissime espressività.

Dopo aver stimolato diverse congetture, l’essenza del racconto conduce gradualmente all’idea che la realtà nella sua interezza è inconoscibile; si può scegliere di vivere il presente senza scostarne il velo, accettando la compresenza di luci e ombre, evidenti certezze e indimostrabili convinzioni, oppure ci si può rifugiare consapevolmente in un mondo immaginifico e illusorio che può offrire risposte confortanti ma assolutamente vane.