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Jojo Rabbit: la necessità di conoscere e la banalità del male

Agli occhi di un bambino che da tempo non ha più notizie del padre, non può che finire per rappresentare un sicuro punto di riferimento una figura maschile che si mostra forte e assolutamente fiduciosa nella propria, chiarissima, visione del mondo. Se poi si tratta di un bambino dai capelli biondi e dagli occhi celesti della Germania nazista del 1945, l’àncora ideologica alla quale aggrapparsi è naturalmente il sistema di pensiero propugnato da Adolf Hitler: ecco come il dittatore tedesco diventa il compagno immaginario con cui il piccolo Jojo si confronta quotidianamente e dal quale ottiene sempre una spronata a dare il meglio di sé, debellando ogni sua paura e incertezza.
La madre del bambino, Rosie, è una donna bella, carismatica, energica e solare. Tenta di trasmettere a suo figlio la leggerezza e l’amore, la gioia dell’essere vivi e consapevoli di esserlo: un dono che va celebrato ballando, muovendosi, dando spazio di espressione alla propria carica vitale. Eppure, è una donna segnata dall’incertezza del destino a cui è andato incontro il marito, oltre che dalla recente perdita della figlia adolescente, Inga. Rosie lotta per ciò in cui crede senza abbassare mai lo sguardo, lotta per dare spazio a Jojo e permettergli di crescere al sicuro; fa “quello che può”, ogni giorno, con tenacia.
Un’altra figura femminile, nel frattempo, vive un’esistenza parallela in casa di Rosie e Jojo Betzler: confinata in un’intercapedine nella stanza ormai deserta di Inga, la giovane ebrea Elsa affronta la monotonia, l’asfissia e il buio di una prigionia che è allo stesso tempo riparo e salvezza da un destino atroce. Le sporadiche visite serali di Rosie, che le porta del cibo e una candela, rappresentano l’unico contatto con il mondo esterno. Questa situazione dura fino a quando uno spaventatissimo Jojo, armato del coltellino dei giovani nazisti, scopre l’intercapedine e la sua occupante. Diviso tra le spinte a denunciarla, che provengono dalla sua visione di Hitler, e la curiosità di conoscere Elsa, alla quale non esita a chiedere dove siano le tipiche corna da ebreo, Jojo scopre di dover fare i conti con nuove prospettive e tragici sviluppi, mentre si verificano eventi storici che sconvolgono il panorama politico.
Sul filo della tragicommedia, Jojo Rabbit è un film bellissimo: è delicato, ironico, colorato, profondo e commovente. Attraverso gli occhi di un bambino vengono passate in rassegna e amplificate le movenze e le ideologie degli adulti, un mondo in cui i più giovani spesso vengono coinvolti con ruoli e responsabilità ben al di là delle loro naturali competenze.
Non solo deve essere visto: Jojo Rabbit dovrebbe essere rivisto, discusso e approfondito, soprattutto alla luce della preoccupante violenza di pensiero e di azioni degli ultimi tempi nei confronti delle categorie ritenute più deboli. Che si tratti, infatti, degli stessi ebrei, come ha tristemente rivelato il giorno della memoria e messo ben in luce la senatrice Liliana Segre nel suo recente discorso al Parlamento europeo, o delle persone dai tratti orientali, emarginate nella convinzione che siano automaticamente portatrici del coronavirus, o delle donne, o dei meridionali, o degli immigrati, o di chi sceglie una ‘diversa’ identità sessuale, o di coloro che hanno a lungo studiato una disciplina e per questo dovrebbero essere ascoltati e rispettati, non osteggiati in quanto presuntuosi che soffocano il libero pensiero altrui. Gli esempi potrebbero non finire mai, purtroppo, e ogni momento storico ha il suo ‘demone’ da perseguitare, al di là di ogni razionalità, umanità ed empatia. “La banalità del male”, nella celebre espressione di Hannah Arendt, è ciò che oggi spaventa e ciò a cui bisognerebbe sempre porre attenzione, per cercare di intervenire prontamente. Chiunque non abbia la capacità di riflettere sul significato delle proprie azioni, sulle conseguenze e sui risvolti che si riverberano su altri esseri umani, è responsabile inconsapevole della diffusione di un cancro. Il rimedio, se esiste, potrebbe essere individuato nello sviluppo della capacità critica: studiare, fare attenzione alle sfumature, riflettere, educare al confronto, aprire la mente e provare a valutare diversi punti di vista. Forse, il mondo potrebbe essere così un posto più civile.