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Letteratura

L’arte del sognare nella duologia di Laini Taylor

Prendi la mia mano e tuffati nelle pieghe delle pagine fruscianti profumate d’inchiostro, bosco e fiabe incantate. Guarda: un’austera biblioteca cela segreti dorati, un giovane sagace sogna mondi colorati mentre un’anima multiforme e silenziosa viaggia tra le menti degli umani.

La fantasia costruisce ponti tra gli argini di un’antica memoria e lo studio paziente e certosino di quell’umile ragazzo tesse la trama di un grandioso destino.
No, non scacciare quella falena: non puoi saperlo, ma è la compagna divina del notturno labirinto dei tuoi pensieri.
Cosa ci fa qui un promettente alchimista, dici? Indaga i segreti della natura, chiaramente! Non chiedermi se vi riesce: la sua dura ricerca può avere esiti imprevisti.

Salta dal primo romanzo, Il sognatore, al secondo, La musa degli incubi: l’editore Fazi ha aperto due varchi per la storia di Lazlo.

Osserva intorno a te: un vasto deserto e una lingua sconosciuta, antiche divinità e giovani possibilità, mondi interrelati e l’astratto che si fonde col concreto.

Il bello del sognare è desiderare con tutto il cuore; la meraviglia è aprire gli occhi e scoprire di avere il potere di plasmare la propria realtà. Il costo sarà alto, bisognerà lottare e fare i conti con le zone d’ombra; ma provare a dar vita alle proprie speranze sarà sempre la scelta migliore.

Entra in una dimensione sorprendente, in cui una narrativa fluida e vibrante svela la realtà di un mito perduto: lascia che il racconto di Laini Taylor ti apra insoliti portali e ti mostri quanto siano forti le potenzialità di un sogno.

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Letteratura

Volteggiare sulle esistenze poetiche: “Con in bocca il sapore del mondo” di Fabio Stassi

Profumo di legna bruciata e stradine di pietra chiara: l’esistenza ispirata alla biografia di Dino Campana viene raccontata in volute di fumo indefinite che si condensano in figure evanescenti, sfuggenti, evocative. Brevi annotazioni si susseguono per seguire le emozioni rapide e intense di un’anima emarginata, errabonda e istintuale. Il poeta è come un goffo uccellino che sfrutta l’impeto del vento per spiccare il volo, ma a metà di un volteggio ripiomba nel suo stretto nido, dove è solo pur essendo in compagnia.

La figura di Gabriele D’Annunzio prorompe in un’ondata di energia produttiva che non si arresta mai: corre libera zigzagando come corrente elettrica che accende scintille di fuoco lungo il percorso, e proprio come il fuoco risulta tanto ipnotica e coinvolgente.

L’essenza di Aldo Palazzeschi si svolge lungo il filo dell’equilibrista, in bilico tra la progressiva costruzione di un’identità caleidoscopica e l’esuberanza allegra dell’originale personalità, in un vortice di luce, vita e suoni, che si staglia nel buio come un fuoco d’artificio.

Come un turbine in punta di piedi, si delinea l’immagine di Alda Merini, che nella sua follia, prolifica di affascinanti e tormentate metafore naturali, tratteggia sentimenti straripanti e fugaci, intensi e strazianti.

Nel suo “gioco di imposture letterarie”, Fabio Stassi ci fa dono di una galleria di bozzetti acquarellati che riproducono scorci significativi di vite poetiche. I sentimenti più profondi sembrano rappresentare le principali energie motrici dell’essere umano che sceglie di canalizzare i moti del suo animo in composizioni artistiche.

Viaggiare attraverso Con in bocca il sapore del mondo, edito da Minimum fax, vuol dire fare esperienza di dieci delicate biografie disincarnandosi, volando attraverso il tempo e lo spazio per poi posarsi sul cuore di un poeta per ascoltarne i battiti.

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Cinema

Jojo Rabbit: la necessità di conoscere e la banalità del male

Agli occhi di un bambino che da tempo non ha più notizie del padre, non può che finire per rappresentare un sicuro punto di riferimento una figura maschile che si mostra forte e assolutamente fiduciosa nella propria, chiarissima, visione del mondo. Se poi si tratta di un bambino dai capelli biondi e dagli occhi celesti della Germania nazista del 1945, l’àncora ideologica alla quale aggrapparsi è naturalmente il sistema di pensiero propugnato da Adolf Hitler: ecco come il dittatore tedesco diventa il compagno immaginario con cui il piccolo Jojo si confronta quotidianamente e dal quale ottiene sempre una spronata a dare il meglio di sé, debellando ogni sua paura e incertezza.
La madre del bambino, Rosie, è una donna bella, carismatica, energica e solare. Tenta di trasmettere a suo figlio la leggerezza e l’amore, la gioia dell’essere vivi e consapevoli di esserlo: un dono che va celebrato ballando, muovendosi, dando spazio di espressione alla propria carica vitale. Eppure, è una donna segnata dall’incertezza del destino a cui è andato incontro il marito, oltre che dalla recente perdita della figlia adolescente, Inga. Rosie lotta per ciò in cui crede senza abbassare mai lo sguardo, lotta per dare spazio a Jojo e permettergli di crescere al sicuro; fa “quello che può”, ogni giorno, con tenacia.
Un’altra figura femminile, nel frattempo, vive un’esistenza parallela in casa di Rosie e Jojo Betzler: confinata in un’intercapedine nella stanza ormai deserta di Inga, la giovane ebrea Elsa affronta la monotonia, l’asfissia e il buio di una prigionia che è allo stesso tempo riparo e salvezza da un destino atroce. Le sporadiche visite serali di Rosie, che le porta del cibo e una candela, rappresentano l’unico contatto con il mondo esterno. Questa situazione dura fino a quando uno spaventatissimo Jojo, armato del coltellino dei giovani nazisti, scopre l’intercapedine e la sua occupante. Diviso tra le spinte a denunciarla, che provengono dalla sua visione di Hitler, e la curiosità di conoscere Elsa, alla quale non esita a chiedere dove siano le tipiche corna da ebreo, Jojo scopre di dover fare i conti con nuove prospettive e tragici sviluppi, mentre si verificano eventi storici che sconvolgono il panorama politico.
Sul filo della tragicommedia, Jojo Rabbit è un film bellissimo: è delicato, ironico, colorato, profondo e commovente. Attraverso gli occhi di un bambino vengono passate in rassegna e amplificate le movenze e le ideologie degli adulti, un mondo in cui i più giovani spesso vengono coinvolti con ruoli e responsabilità ben al di là delle loro naturali competenze.
Non solo deve essere visto: Jojo Rabbit dovrebbe essere rivisto, discusso e approfondito, soprattutto alla luce della preoccupante violenza di pensiero e di azioni degli ultimi tempi nei confronti delle categorie ritenute più deboli. Che si tratti, infatti, degli stessi ebrei, come ha tristemente rivelato il giorno della memoria e messo ben in luce la senatrice Liliana Segre nel suo recente discorso al Parlamento europeo, o delle persone dai tratti orientali, emarginate nella convinzione che siano automaticamente portatrici del coronavirus, o delle donne, o dei meridionali, o degli immigrati, o di chi sceglie una ‘diversa’ identità sessuale, o di coloro che hanno a lungo studiato una disciplina e per questo dovrebbero essere ascoltati e rispettati, non osteggiati in quanto presuntuosi che soffocano il libero pensiero altrui. Gli esempi potrebbero non finire mai, purtroppo, e ogni momento storico ha il suo ‘demone’ da perseguitare, al di là di ogni razionalità, umanità ed empatia. “La banalità del male”, nella celebre espressione di Hannah Arendt, è ciò che oggi spaventa e ciò a cui bisognerebbe sempre porre attenzione, per cercare di intervenire prontamente. Chiunque non abbia la capacità di riflettere sul significato delle proprie azioni, sulle conseguenze e sui risvolti che si riverberano su altri esseri umani, è responsabile inconsapevole della diffusione di un cancro. Il rimedio, se esiste, potrebbe essere individuato nello sviluppo della capacità critica: studiare, fare attenzione alle sfumature, riflettere, educare al confronto, aprire la mente e provare a valutare diversi punti di vista. Forse, il mondo potrebbe essere così un posto più civile.

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Cinema Letteratura Teatro

Manto racconta “Conversazione su Tiresia”

Chiamatemi Manto. Con questo rotolo di papiro voglio parlarvi di un recente scritto incentrato sulle molteplici vite di mio padre, l’indovino Tiresia.

In una cristallina sera d’estate un grande scrittore della vostra epoca, Andrea Camilleri, vi ha accompagnato con la sua voce modulata attraverso le principali rappresentazioni mitico-letterarie di mio padre, dai racconti degli antichi alle interpretazioni più recenti: l’indovino che riceve il dono di vivere ben sette esistenze, si ritrova in realtà a vivere in eterno mutando sempre forma e significato attraverso le leggende e la letteratura.

Quella sera, tra i gradoni del Teatro greco di Siracusa sono risuonate queste parole: “ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne”. Il messaggio era talmente forte che ha vibrato fino ai cuori degli spettatori e poi si è spinto oltre, fino a rivolgersi a un pubblico ben più ampio: Conversazione su Tiresia è diventato un breve scritto edito da Sellerio, è stato proiettato al cinema e il 5 marzo andrà in onda su Rai 1.

La vita di mio padre viene raccontata sin dalle sue origini tebane, vengono percorsi gli anni dell’adolescenza fino all’episodio dei due serpenti, che gli procura un repentino cambio di genere, poi è narrato il coinvolgimento nel diverbio tra Era e Zeus, l’ira dell’una e il dono dell’altro: si tratta dell’episodio cruciale, quello che definisce mio padre come indovino.

La storia si ramifica e vengono seguite le differenti versioni del mito tramandate nel corso dei secoli: il personaggio di Tiresia viene plasmato a seconda dell’epoca e secondo le ideologie correnti, viene rivisitato e rimodellato in funzione di ciò che ognuno vede nell’indovino cieco dalle molteplici esistenze. Questo percorso a tappe è condotto con ironia e con lo sguardo moderno dell’autore, che risulta essere Tiresia stesso, immerso in una nuova epoca, una nuova persona, un nuovo ruolo.

Così, attraverso la fitta trama dei continui apporti al personaggio, s’intravede l’eternità. Finché esisteranno lo studio critico e la rielaborazione innovativa, tanto un personaggio, quanto una produzione letteraria o un’opera d’arte, tutti i dolci frutti del passato, insomma, continueranno a vivere attraverso le epoche.

“Può darsi che ci rivediamo tra cent’anni in questo stesso posto. Me lo auguro. Ve lo auguro”.

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Teatro

L’incanto de “La Cantata dei Pastori” di Peppe Barra al Politeama

“Due ladroni a Betlemme” e l’atavica lotta vana
del male contro il bene. Si rinnova la tradizione:
al teatro Politeama è di scena fino alla befana
La Cantata dei Pastori con qualche innovazione.

L’ambientazione bucolica e il tono maccheronico
si ritrovano in una cornice sacra tradizionale.
Si alternano e si fondono il serio e il comico,
la lingua italiana e quella dialettale.

La commedia seicentesca racconta il cammino
della coppia beata, che molti ostacoli si trova ad affrontare
per proteggere la nascita del proprio Bambino,
mentre il Diavolo il suo piano comincia a tramare.

Ma in questa Cantata il sacro si mescola al profano
e, così, le strane avventure di Giuseppe e Maria
s’intrecciano a quelle di un assassino e uno scrivano
in fuga e in viaggio lungo la stessa via.

Tempeste, draghi, veleno e fuoco:
grazie all’angelo Gabriello
scampano le insidie dei diavoli e di un cuoco
evitando ogni volta un bel tranello.

Il bene combatte contro il male a passi di danza
sulle note allegre degli strumenti musicali,
opponendo allo scoramento la speranza
contro tutti i frequenti pericoli fatali.

 

Peppe Barra interpreta un Razzullo non di certo inappetente,
il suo personaggio ormai ben consolidato;
Rosalia Porcaro è un Sarchiapone sorprendente:
spontaneo, simpatico e dal pubblico molto apprezzato.

Bravissimi i musicisti, che con i loro strumenti
oltre alle canzoni classiche dello spettacolo
riescono a creare accompagnamenti divertenti
e partecipano con allegria alla messa in scena del miracolo.

Con scherzi e lazzi la quarta parete è spesso infranta
e Razzullo si rivolge al pubblico e ai musicisti;
tra uno scambio di battute meravigliosamente canta,
insieme agli altri eccezionali artisti.

Così, ci si sente parte della bella scenografia,
si ride, ci si commuove sorridendo
e si ammira una particolare coreografia.
Il successo della Cantata non sta certo diminuendo:

grande entusiasmo dal pubblico per musiche, danze e attori,
tanti vivaci applausi da diverse generazioni
che ricordano o che scoprono La Cantata dei Pastori.

 

 

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Arte Eventi Folklore

“Connettere il mondo con le storie che contano”: la World Press Photo Exhibition 2018 al PAN

Nel mare cristallino dell’arcipelago di Zanzibar quattro donne completamente vestite galleggiano stese a pancia in su, tenendo stretta sul petto una tanica di plastica vuota. Hanno gli occhi chiusi e l’espressione concentrata, mentre le loro vesti gialle ondeggiano leggere sul pelo dell’acqua azzurra. È una scena strana, attira l’attenzione e incuriosisce. La descrizione accanto rivela che lo scatto di Anna Boyiazis racconta lo svolgimento di un corso di nuoto rivolto alle donne: un corso di nuoto che si rende necessario perché la maggior parte delle donne non sa nuotare, dal momento che la cultura islamica conservatrice impone delle restrizioni e non esistono costumi da bagno considerati sufficientemente decorosi. Infatti, le donne ritratte sono coperte dalla testa ai piedi: è l’unica soluzione che permette loro di entrare in acqua e imparare a nuotare grazie all’apposito progetto locale, denominato Panje, “pesce grande”.

Tre fiori gialli coprono il volto di una ragazza avvolta in una veste magenta; altri tre ritratti mostrano ragazzine nigeriane con il volto coperto – dall’abito, dall’ombra, dalle proprie mani. Un gruppo di militanti islamici rapisce giovani donne che vanno a scuola, le cinge con cinture esplosive e le invia in luoghi affollati come arma da guerra. Il gruppo si chiama Boko Haram, traducibile con “l’istruzione occidentale è proibita”. Le ragazze immortalate da Adam Ferguson sono riuscite a scappare e a trovare aiuto.

Due anziani cinesi sorridono felici attorno a un tavolo ricoperto di farina e impasto fatto in casa. Un cagnolino si stiracchia sotto il tavolo, crogiolandosi alla luce di un raggio di sole che attraversa una finestra. Un altro raggio fende l’oscurità dell’ambiente ristretto, rivelando un piccolo letto, un mobiletto e un piano da lavoro sovraccarico. La fotografia di Li Huaifeng racconta un istante della vita serena di due fratelli all’interno della loro yaodong, un tipo antichissimo di abitazione della Cina centrale, scavata nel fianco di una collina. Le yaodong sono numerosissime nell’altopiano del Loess, la cui conformazione permette alle abitazioni di preservare un clima fresco in estate e caldo in inverno.

In Kenya sorge un rifugio per cuccioli di elefante gestito dagli abitanti del luogo, ex guerrieri Samburu. Gli elefanti vengono curati e accuditi fino al loro reinserimento nel proprio habitat naturale. Ami Vitale fotografa il momento in cui gli animali vengono nutriti, una tenera carezza, il dolce e colorato salvataggio di un cucciolo, e, infine, la dimostrazione del modo in cui fare un “bagno di terra” rivolto ai piccoli nuovi arrivati da parte di un elefante adulto.

Kadir van Lohuizen attraverso quattro scatti narra la gestione dei rifiuti in Nigeria, in Olanda, in Giappone e negli Stati Uniti. La produzione dei rifiuti sta aumentando in maniera esponenziale, tanto che non siamo più in grado di gestirli correttamente: di questo passo entro trent’anni gli oceani potrebbero arrivare a contenere più plastica che pesci, secondo il Forum Economico Mondiale.

È difficilissimo uscire dal Palazzo delle Arti Napoli senza avere la mente dominata da forti impressioni: donne che cercano di impedire lo sviluppo del seno delle proprie bambine per proteggerle dalle aggressioni, la vita spensierata di due ragazzine in un villaggio bioenergetico in Austria, il fragile ecosistema delle Galapagos, uomini e donne usciti per andare nel proprio ufficio londinese o ad un concerto in America, che si ritrovano invece, improvvisamente, vittime della follia omicida, sul ciglio della strada o a terra, tra un rivolo di sangue e il palco allestito.

Storie che riscuotono dal torpore a cui un’informazione superficiale acquisita passivamente può facilmente condurre. Attimi di una vita trascorsa in maniera difficile, o in maniera semplice, secondo le tradizioni del proprio paese o cercando soluzioni innovative per far fronte agli ostacoli: tutti gli scatti della World Press Photo Exhibition 2018 aprono la mente e donano un po’ di consapevolezza in più riguardo a ciò che succede nel mondo e al mondo, al di là della nostra porta. La mostra di fotogiornalismo durerà fino al 16 dicembre; visitarla è come fare un viaggio attraverso milioni di vite.

 

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Letteratura

“Ogni coincidenza ha un’anima” – un immaginario colloquio con il biblioterapeuta Vince Corso

Non so lasciar andare, signor Corso.

Mi scusi, signorina, non credo di aver capito bene.

Per usare una metafora, non riesco a mollare gli ormeggi e a scivolare verso il mare aperto. Ho bisogno di trattenere, controllare, ponderare. Non amo gli imprevisti, né gli insuccessi che ne possono derivare. Mi rifugio nel passato, che ormai è passato e non può più cambiare. Ogni situazione nuova è una prova difficile da affrontare: non so se sarò in grado di gestire tutto. Ecco perché preferisco trattenermi nel porto.

Capisco. La fallibilità è una caratteristica umana, tuttavia.

Lo so. So che non si cresce se non ci si mette in viaggio, con l’animo pronto ad affrontare imprevisti e ostacoli. In fondo, tutti gli strumenti per farcela li possediamo già; dobbiamo solo individuarli e capire come usarli, creare strategie sempre nuove per poter procedere. Questo lo so bene, l’ho capito. Il problema è che non ne sono in grado. Sono da lei per un libro che mi racconti come si fa, davanti ad un ostacolo, a trovare un espediente per andare incontro alla tempesta, affrontarla e uscirne, preservando comunque se stessi.

Ho la cura che fa per lei. Mi lasci un attimo per cercarlo… scusi il disordine… ecco, questo romanzo è ciò che le serve. È una storia che parla di letteratura, memoria e imprevedibilità.

Promette bene.

Già. Va letto piano, per assaporarne ogni parola. È un testo molto poetico, crea immagini vivide e riesce a trasmettere sensazioni delicate ma allo stesso tempo molto forti. Sembra una contraddizione ma le assicuro che non è così, quando lo leggerà capirà di cosa parlo.
Il protagonista è proprio un biblioterapeuta come me.
Un giorno si presenta una donna matura, affascinante e molto ricca, che gli affida un compito particolare: scoprire da quale romanzo provengono le frasi, apparentemente prive di senso, che suo fratello malato di Alzheimer ripete in continuazione. Non è un’impresa semplice: l’uomo è stato un intellettuale con molteplici interessi, poliglotta, ha letto moltissimo e collezionato preziosi volumi. Per lui perdere la memoria a causa della malattia è stato come mandare in frantumi una preziosa opera d’arte fatta di cristallo. C’è davvero un romanzo al quale cerca disperatamente di aggrapparsi? E perché? Il protagonista cerca di scoprirlo, mentre vive la sua esistenza quotidiana tra persone che inaspettatamente gli aprono nuove prospettive, e i gravi problemi sociali che attualmente attanagliano il nostro paese. Nel corso della storia i colloqui con i suoi pazienti e con gli amici illuminano diverse chiavi di lettura della problematica di fondo.
Prenda ad esempio la storia della donna che non riesce a dimenticare nulla, ma proprio nulla, e pensa che «il tempo è una porta che si chiude e ha un solo verso» e che «tutto accade una volta e basta, e genera conseguenze, episodi totalmente occasionali, eventualità che potevano girare in un altro modo», quindi preferirebbe non ricordare tutto, perché «il passato non è mai stato un luogo più felice e invidiabile del presente»: abbiamo solo mitigato molti ricordi. Non le sembra che non abbia tutti i torti, in fondo? Non sarebbe meglio semplicemente guardare avanti?
L’uomo malato di Alzheimer deve fare i conti con l’impossibilità di conservare tutto il suo passato; si tratta di una condizione terribile, che però va necessariamente affrontata. Così, tra i tanti, sceglie di salvare un solo ricordo, quello più importante, il solo che davvero conti. Non le svelo qual è, naturalmente, ma rifletta su questa cosa: l’imperfezione potrebbe rappresentare la realtà meglio di qualunque altra cosa.
Consideri anche questa, ecco, sì, la storia del reverendo irlandese che aveva inserito una mezza pagina nera nel suo romanzo, molte righe di asterischi e aveva fatto sparire un capitolo, sostenendo che la mancanza di alcune parti avrebbe reso qualsiasi libro più completo.
In quest’ottica anche quest’altra considerazione risulta molto interessante, gliela leggo: «che poi non è vero che la vita è una baraonda incoerente: ci sono delle ragioni, per tutto quello che ci accade, anche per le nostre delusioni»; in questo passo si dice che la letteratura stessa è un elemento di contaminazione, di scompiglio, è la grande sabotatrice di qualsiasi ordine costituito, perché mette in discussione tutto, a partire da chi scrive e da chi legge. In questo romanzo la letteratura è la custode di un ricordo che cerca di resistere al caos, all’incomprensione – un altro tema cardine, affrontato splendidamente.
Insomma, ognuno di noi ha il proprio linguaggio, il proprio sistema di espressione e di esperienza della vita; potrà esserci chi non lo capirà, ma lei dedichi i suoi sforzi a sviluppare il suo, a consolidarlo e a prendere il largo lasciandosi guidare da esso.

Penso proprio che lo leggerò, questo romanzo. Già il titolo mi piace: Ogni coincidenza ha un’anima. Bello. La ringrazio molto, signor Corso.

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Letteratura

“Origin” di Dan Brown: l’origine della specie umana e il potere della tecnologia

Tutti i romanzi di maggior successo di Dan Brown si strutturano attorno a profonde problematiche di interesse globale; non fa eccezione Origin, costruito sulle ataviche domande: “da dove veniamo? Dove andiamo?”. Il futurologo di fama mondiale Edmond Kirsch, genio del campo informatico, dedica tutte le sue energie alla ricerca scientifica e scopre le sconvolgenti risposte. Prima di divulgarle, decide di condividere le sue scoperte con tre importanti capi religiosi, ma il pericolo fatale è dietro l’angolo. Robert Langdon avrà il compito di trovare il bandolo della matassa, mentre minacce insidiose incombono e dolorosi coinvolgimenti personali affliggono il suo animo.

Il cuore pulsante del racconto è rappresentato dal grande potenziale offerto dalla tecnologia nell’ambito degli studi sull’origine della vita e sull’evoluzione della specie, nell’ottica di un superamento del mito della creazione da parte di un’entità divina. A primo impatto, il conflitto tra religione e scienza, ambientato in un paese fortemente cattolico, può portare alla mente la trama di Angeli e Demoni; a intensificare il sentore accorre la particolare circostanza della scoperta scientifica sensazionale che può minacciare le fondamenta della religione tradizionale. Tuttavia, ben presto ci si rende conto che la storia attraversa quei binari per poi percorrere una strada in parte differente.

Riconoscibili elementi della narrativa di Dan Brown sono costituiti dall’involontario ruolo chiave di Robert Langdon nello svolgimento della storia, dalla presenza di una co-protagonista femminile profondamente coinvolta nella vicenda, ma soprattutto dalla figura del sicario che agisce all’ombra di un misterioso mandante, perseguendo a tutti i costi uno scopo in cui crede ciecamente. Come di consueto, è dato grande risalto alle opere artistiche, agli edifici storici e alle notazioni culturali; le descrizioni sono molto precise ed evocative ma un po’ prolisse, e in alcuni punti sono intenzionalmente iterati dei passaggi, a netto sfavore delle scene d’azione e di suspense.

La trama non è particolarmente intricata e gli ostacoli lanciano sfide abbastanza semplici da superare. Si ha così l’impressione di un Dan Brown più “smussato” rispetto al passato, più cauto, attento alla contestualizzazione piuttosto che allo sconvolgimento. Il clamore è annunciato a più riprese, ma soltanto la conclusione può davvero offrire un momento di forte coinvolgimento.

Nonostante questo, il tema alla base di Origin è attuale e molto interessante: offre numerosi spunti di riflessione ben sviluppati che risultano decisamente stimolanti. La questione cardine, scientificamente supportata, appassiona il lettore, mentre l’aspetto descrittivo lo intrattiene, soddisfacendo anche la sua curiosità intellettuale. Il momento conclusivo epifanico è coerente ed equilibrato: il quadro complessivo è già intuibile a partire da alcune informazioni semi-nascoste nel corpo della narrazione, ma vale assolutamente la pena di gustarsi fino alla fine ogni parola e ogni scena per apprezzare davvero il potente messaggio di fondo della storia.

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Letteratura

“Prendiluna” di Stefano Benni: il destino del mondo nelle mani di matti e gatti

Cosa spinge due “matti” a fuggire nottetempo da un manicomio? Un trisogno, cioè un sogno-profezia fatto contemporaneamente da tre persone.

Una notte, Dolcino e Michele sognano la missione affidata alla loro anziana insegnante Prendiluna dal luminescente fantasma del gatto Ariel: consegnare i suoi Diecimici a dieci Giusti per salvare il destino del mondo. È così che dopo aver lasciato la clinica del dottor Felison, i due uomini, con abiti stravaganti, si mettono in cammino attraverso una città grigia e monotona, per unirsi alla missione di Prendiluna e incontrare in questo modo il Diobono, rimproverarlo per il male inferto e togliere un po’ di dolore al mondo.

Prendiluna di Stefano Benni si snoda in un “Paese delle Meraviglie” moderno, specchio deformante della nostra realtà odierna, tra “schermofili” dagli sguardi perennemente rivolti ai display, musicisti che devono fare i conti con la decadenza del gusto musicale, ragazzini di una periferia povera che nonostante tutto trovano la gioia nel “pallone invisibile”, emarginati sociali con doti eccezionali che organizzano una piccola comunità parallela nella metropolitana, e in particolare gli antagonisti dei nostri folli protagonisti, i  terrificanti Annibaliani, il cui capo, Chiomadoro, ha in serbo per il mondo un piano devastante:  «C’è un meraviglioso giacimento di odio e rancore nel cuore degli uomini. Noi, restando invisibili, dobbiamo indirizzare questo rancore verso i visibili, soprattutto i più deboli».
Suona familiare?

Eppure esistono ancora dei Giusti, delle persone che nonostante le proprie sfortune, imperfezioni o colpe, cercano almeno di non aggiungere altro dolore al mondo, di vivere nella luce per quanto possibile. Appartiene a queste persone la chiave per la salvezza, l’equilibrio tra il male e il bene: perché la giustizia non si identifica totalmente nel bene né l’ingiustizia nel male. L’essere umano è imperfetto per natura e le vicissitudini della vita implicano spesso degli aspetti contraddittori; ciò che fa realmente la differenza è la volontà di agire correttamente, di non arrecare un danno per il puro piacere di farlo.

Ma l’insolita storia di Prendiluna, dei suoi dieci stranissimi gatti, di Dolcino e di Michele, è completamente reale? Forse è frutto di un sogno Matrioska, oppure potrebbe trattarsi di una composita visione onirica tra la vita e la morte, come “scrive” Cornelius Noon: «Capita di svegliarsi e non sapere dove si è. La morte è tutta qui». In ogni caso, la realtà è sempre inafferrabile e non è mai univoca.

Come negli altri romanzi di Stefano Benni, ad esempio Elianto e Terra!, la narrazione è tanto semplice ed essenziale quanto completamente fuori dai binari tradizionali: personaggi singolari ed eccentrici che pur con pochi tratti caratteristici restano impressi nella memoria, vicende paradossali che giocano con elementi realistici, un tono sempre schietto che diverte e accorcia le distanze tra il racconto e il lettore; in questo senso, il polifonico Il bar sotto il mare rappresenta perfettamente lo stile originale dell’autore.
L’ironia e la fantasia dispiegano nel corso delle storie i temi profondi e delicati che costituiscono il cuore dei romanzi. La prosa di Stefano Benni, così, risulta ogni volta irresistibile.

 

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Letteratura

“La principessa di ghiaccio” di Camilla Läckberg

«Detestava fortemente gli stereotipi di quel genere, sentiva che ciò di cui desiderava scrivere era qualcosa di autentico. Qualcosa che cercasse di spiegare perché una persona possa commettere il peggiore dei peccati: togliere la vita a un altro essere umano». Camilla Läckberg attribuisce questa riflessione alla protagonista dei suoi gialli, Erica Falck, una giovane scrittrice alle prese con la sua prima crime story, letteraria e ‘reale’ allo stesso tempo.

Ne La principessa di ghiaccio, infatti, in una gelida mattinata svedese Erica s’imbatte in un uomo terrorizzato che le indica una vecchia casa, urlando: «è morta!». La giovane conosce bene quella casa. Quando, entrando, trova il corpo senza vita dell’amica d’infanzia Alexandra Wijkner, Erica è cristallizzata dallo shock. Da quel momento, il tagliente turbinio della tragedia la coinvolge sempre più da vicino, portandola a scrivere un libro incentrato su quella vicenda, e intrecciando così la sua storia con l’indagine ufficiale condotta dall’amico poliziotto Patrik Hedström.

Sin dalle prime pagine appare evidente che quell’approfondimento psicologico prospettato da Erica è in realtà la principale caratteristica della prosa di Camilla Läckberg. La scrittrice svedese accompagna i suoi lettori dietro le quinte del racconto, un passo dopo l’altro, quasi giocando con il sipario che nasconde la verità più recondita: ora apre uno spiraglio, ora lo chiude; tira un po’ la corda, poi crea ad arte una pausa di suspense prima di rivelare un indizio cruciale. Le piste si moltiplicano e si sovrappongono come un raggio di luce che continua a riflettersi in un corridoio di specchi.

Nel corso della vicenda si dipanano le trame personali dei vari personaggi, ognuno progressivamente approfondito dal punto di vista psicologico e comportamentale: un tassello dopo l’altro si costruisce l’immagine vivida di un essere umano quasi palpabile, riconoscibile, comprensibile.

I gialli di Camilla Läckberg non si limitano a svolgere un’indagine: costruiscono un’architettura solida, articolata e geometrica, in cui è possibile seguire la linea dei singoli archi e pilastri, per poi ammirare il sorprendente complesso a cui hanno dato forma. I lettori possono passeggiare in quell’ambientazione accuratissima, soffermarsi sul vissuto di ogni personaggio, apprezzare i fitti legami tra essi, scoprire un intreccio e tornare indietro per riconoscere e finalmente capire le allusioni e le sfumature di senso fino a quel momento lasciate in sospeso.

Così, l’obiettivo dell’autenticità è pienamente raggiunto. Ogni storia sembra strutturata per indagare la voragine della mente criminale: scandagliare la ridda di emozioni e speranze scaturite da alcune vicende biografiche, al fine di rendere chiaro il percorso che ha condotto un innocente alla colpa più atroce.

Eppure, contrariamente a quanto si potrebbe credere, Camilla Läckberg riesce nel suo intento adottando un tono meravigliosamente leggero, spontaneo, schietto; la prosa è fluida, raccoglie l’attenzione del lettore come una conchiglia sul bagnasciuga e la trascina al largo placidamente, sospingendola solo con piccole onde che incrinano appena la superficie.

Piena di fascino è in particolare la storia de L’uccello del malaugurio, la quarta avventura di Erica e Patrik: un apparente incidente d’auto e uno spinto reality show sono i due ingredienti iniziali da cui prende le mosse la ricetta di questo giallo ipnotizzante e sorprendente.