Categorie
Eventi

Un viaggio nel “Sogno d’amore” di Marc Chagall

“Mi basta aprire la finestra della mia stanza e l’aria blu, l’amore e i fiori entrano con lei”

Marc Chagall

Una scalinata piena di fiori cattura l’attenzione dei passanti e dei turisti che percorrono via dei Tribunali; questa straordinaria esplosione di colori tra i palazzi antichi di una delle più storiche strade di Napoli è un’anticipazione della mostra Chagall. Sogno d’amore che si tiene all’interno della Basilica di S. Maria Maggiore alla Pietrasanta.  

52441756_714481698946023_952595335044136960_n

Tra navate e stucchi bianchi si apre un mondo onirico e favolistico, da cui emerge subito la capacità dell’artista di guardare la realtà e di  rappresentarla attraverso un’infantile  fantasia che si nutre delle esperienze vissute.

Questo connubio è alla base delle illustrazioni realizzate da Chagall per le favole dello scrittore francese La Fontaine. In questa meravigliosa galleria di litografie non è ancora presente quella vivacità incontenibile di colori che caratterizzerà le opere più tarde dell’artista russo-francese, ma la fantasia, elemento costante, si esprime umanizzando gli animali, che diventano i protagonisti di racconti moraleggianti e satirici. Tutti i vizi che lo scrittore francese del Seicento descriveva nelle sue favole, prendono vita nelle rappresentazioni  del mondo animale realizzate da Chagall, realtà che il pittore conosceva molto bene e che celebrava con la sua arte, ritornando con la memoria a quel villaggio in Russia dove aveva trascorso la fanciullezza.

Osservare le opere esposte, ascoltando la loro genesi e la loro storia raccontate da una voce femminile, che si presenta come la figlia dell’artista, rende il percorso ancora più intimo e particolare e permette di comprendere quanta realtà e quanta vita vissuta ci sia nelle sue opere. Infatti, intimo ed evocativo è il rapporto di Chagall con la religione, intendendo l’arte stessa come una religione, soprattutto l’arte creata al di sopra di qualsiasi interesse di gloria. Le sue rappresentazioni religiose, soprattutto quelle tratte dal libro dell’Esodo, mostrano non solo la sofferenza di un popolo che, fuggito dalla schiavitù, si rende libero dotandosi di leggi proprie, ma richiama anche le persecuzioni subite dagli Ebrei durante la Seconda guerra mondiale, che lo stesso artista ha vissuto, costretto a lasciare Parigi per gli Stati Uniti; in ultimo il peregrinare del popolo ebraico è particolarmente sentito da Chagall perché la sua stessa vita è stata contrassegnata da peregrinazioni e perdite. Tramite il ricordo, l’evocazione e l’arte tutto ciò che l’artista ha dovuto lasciare non è andato mai perduto, né i paesaggi della Russia, né le scoperte artistiche parigine, né l’amore per  la moglie Bella.

L’inesauribile tavolozza espressiva di Chagall attinge tutte le sue sfumature di colore proprio dall’amore: questo sentimento è  inteso dall’artista in modo universale, come un fluire armonico e  privo di limiti che  prende vita dalle sue pennellate, le quali non conoscono i confini delle figure, ma li valicano abbracciando tutto il quadro e mescolandosi tra di loro. La linea che separa la realtà dalla fantasia non esiste: ecco perché le sue rappresentazioni floreali si slanciano nitide e vivide davanti agli occhi dell’osservatore che vorrebbe toccare con mano vasi quei vasi traboccanti di colori e  sembra  quasi percepirne il profumo. Giocando con la fantasia Chagall  riesce a rendere incantato qualsiasi oggetto animato e inanimato: violini, asini, mazzi di fiori.

 

I confini nella pittura di Chagall non esistono soprattutto quando si tratta di separare la realtà dal sogno; se l’artista nei suoi quadri è riuscito a mescolare scene di vita quotidiana con animali fantastici, a far volteggiare in assenza di gravità due sposi novelli, a descrivere con una leggerezza disarmante gli orrori di una guerra e a dare vita ai racconti moraleggianti delle favole, è proprio perché i confini per lui non sono mai esistiti. Essere un viaggiatore invece che un esule, sublimare un amore invece di piangerne la scomparsa, sono caratteristiche di un animo che non ha mai perso quella componente fanciullesca che gli ha permesso di guardare con leggerezza, che non è superficialità, alle grandi o piccole tragedie che costellano la vita umana. L’immaginario onirico non è un rifugio o una fuga, ma un modo attraverso il quale gli elementi e le figure della quotidianità diventano più colorate e vivide; ecco perché alla fine della mostra si apre una meravigliosa “Dream room” in cui lasciarsi avvolgere e trasportare in un turbinio di immagini e colori, dal blu più scuro al giallo più acceso, tra linee e fiori, suonatori di flauto e violinisti.

Il percorso, che si è aperto e sviluppato attraverso opere che hanno raccontato la vita di Chagall, si conclude immergendosi e passeggiando nel sogno dell’artista, dove tutte le immagini viste precedentemente ritornano, apparendo a spezzoni qua e là e scomparendo in un armonico fluire di forme e colori. Dunque è nella dimensione onirica e psichica del pittore che si conclude la mostra, e non poteva che essere altrimenti per un artista come Chagall che ha considerato l’arte uno stato d’animo e l’anima la sua unica patria.

 

 

Categorie
Arte Eventi

Ovidio: il cantore d’amore che vinse il tempo

Dopo più di duemila anni il poeta Ovidio torna a Roma attraverso un’affascinante mostra curata dalle Scuderie del Quirinale che, mediante opere d’arte e versi, ripercorre le tappe fondamentali della sua vita e del suo percorso poetico. Ho deciso di visitare la mostra perché ho amato Ovidio sin dai tempi del liceo, quando per la prima volta mi trovai davanti quei versi dinamici e al contempo leggeri. Sì perché Ovidio, per riprendere un’espressione di calviniana memoria, è in primis poeta della leggerezza, intesa come eliminazione di qualsiasi tipo di orpello del discorso e concettuale per far spazio al realismo delle forme, delle idee, della narrazione.

Ma è anche cantore e affabulatore quando ci trasporta in quell’affascinante mondo di miti senza tempo, creando figure concrete e reali, quasi umane.

Infine è un uomo che, nonostante l’infelice destino e la relegazione in una terra barbara, lontano dai fasti della sua amata Roma, riesce a sconfiggere il tempo attraverso la propria arte.

Il mio viaggio alla riscoperta del poeta inizia sulla scalinata delle Scuderie, dove mi si presenta di fronte un’enorme insegna che riporta: “Ovidio: Amori, miti e altre storie”. Il suo nome, scritto a caratteri cubitali e illuminato da una luce sottile ma viva, subito suscita in me la forte curiosità di saperne di più, di perlustrare ogni singola stanza e di farmi trasportare dall’emozione di assistere al connubio tra arte visiva e poesia, cosa che forse solo un amante di cultura classica può capire profondamente.

48417673_231057821124876_6393455915592318976_n

La prima stanza contiene i manoscritti delle opere più note: ci sono gli Amores, la scandalosa Ars Amatoria e, prime fra tutte, le Metamorfosi. Sulle pareti è possibile leggere alcuni dei versi più belli evidenziati da colori vivaci e fluo: “Omnis amans militat”, “Nam placuisse nocet”, “Omnia mutantur, nihil interit”, “Quod cupio mecum est”, “Venus ventus temerarus”.

 

 

Il protagonista indiscusso è l’amore, che Ovidio concepisce in modo totalmente opposto e innovativo rispetto ai suoi contemporanei e alla morale del tempo imposta da Augusto. L’amore ovidiano è fusione tra corpo e anima, passione ardente, fuoco vivo, talvolta inganno mortale, talvolta fautore di nuova vita, capace di coinvolgere uomini e divinità senza alcuna distinzione.

48415795_367274280713517_5764639486180851712_n

Procedendo nella sala successiva lo sguardo si ferma a contemplare le fattezze sinuose e armoniche della Venere Callipigia (proveniente dal Museo Archeologico di Napoli) che con leggera sensualità solleva il peplo lasciando scoperte le sue nudità e sembra essere ammirata e colpita con l’arco da un Eros vivace che le è posto accanto.

48389995_330213957814947_5553405482665771008_n

Tutte le sale successive sono dedicate proprio alle divinità e alle loro nuove caratterizzazioni.

Gli dei ovidiani sono portatori di passioni e sentimenti comuni a quelli degli uomini e spesso li estremizzano suscitando fatali conseguenze. E così assistiamo a una Venere libertina e impudica che si diletta nei tradimenti con Marte, a Giove ingannatore e bugiardo dedito a meschini adulteri, ai figli di Latona, Apollo e Artemide, crudeli vendicatori che fanno strage dei figli di Niobe. È evidente che tale rappresentazione delle divinità principali del pantheon romano si scontrava con gli ideali moralizzanti di Augusto, che vedevano in Venere la progenitrice della gens Giulia, in Giove il padre austero degli dei e nei figli di Latona i portatori delle più alte virtù morali.

 

 

Proprio allo scontro col princeps è dedicata un’altra sala della mostra, dove le statue di Augusto e di sua moglie Livia, presentati nelle sembianze di Giove e Giunone, sovrastano fiere nella loro marmorea rigidità.

La parte più emozionante, però, è quella che porta alla scoperta delle Metamorfosi attraverso il racconto dei miti più affascinanti e commoventi. La narrazione inizia con i miti di Dafne, Io, Europa, Marsia, Leda per poi procedere al secondo piano con quella di altri miti tra cui: Fetonte, Icaro, Adone, Arianna, Ganimede.

Avanzo tra sculture, dipinti e vasi antichi che rappresentano ogni storia con un realismo toccante e a tratti struggente. Mi sembra a poco a poco di immergermi in un’altra dimensione e così osservo Dafne fuggire da Apollo e trasformarsi lentamente in alloro, sento la sofferenza di Io, imprigionata in un corpo bovino che non le appartiene, sono trascinata insieme ad Europa sul dorso del toro, mi rifletto nelle acque del fiume con Narciso. Non sono sazia di storie, sento il bisogno di conoscerne altre, così il mio passo si fa più rapido e mi ritrovo faccia a faccia con Arianna sofferente, abbandonata da Teseo e da lontano, sulla stessa traiettoria, noto Ermafrodito disteso che mostra tutta la bellezza del suo corpo di donna. Il mio sguardo poi si ferma su un dipinto che raffigura la morte di Adone e osservo Venere con gli occhi fissi al cielo, occhi vivi che incutono l’essenza della pietà e del dolore. Continuo il mio percorso e mi fermo a contemplare la storia d’amore di Piramo e Tisbe, i Romeo e Giulietta dell’antichità, poi arrivo nella stanza di Icaro e Fetonte, i due giovani che sfidarono il cielo, a cui Ovidio dedica le pagine più commoventi della sua opera.

 

 

La mostra è giunta quasi al termine, entro nell’ultima sala, quella di Ganimede. La storia del giovane, a cui Giove concesse l’immortalità rendendolo coppiere degli dei, si lega all’apoteosi del poeta e al tema dell’immortalità della poesia. Il dipinto di Nicolas Poussin, raffigurante il trionfo di Ovidio, chiude il mio viaggio.48214188_282876832416316_7258940973047087104_n

Nell’osservare Ovidio, cinto d’alloro, circondato dagli Eroti e da Venere, penso alla grandezza della sua arte. Di lui non ci restano ritratti ufficiali ma solo raffigurazioni, frutto di immaginazione o miniature di manoscritti medievali. Rifletto su questo e penso che in fondo cosa importa che il poeta abbia un volto se è la sua voce a perdurare nei secoli? Quella voce che ha vinto il suo tempo, l’odio di Augusto, l’esilio, le censure, la finitezza di qualsiasi cosa umana, riecheggia ancora oggi, forte e impetuosa per ricordarci che l’arte, la poesia e la bellezza sono in grado di raggiungere l’eternità, e come Ovidio dice al termine delle Metamorfosi:

“Con la parte migliore di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare: fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli, se sono veri i presentimenti dei poeti, vivrò della mia fama”.

Categorie
Folklore

Villa dei Marchesi Cappelli: un breve viaggio in attesa del Natale

Il profumo degli abeti si spande per le strade, Napoli si colora di luci e l’odore di calde castagne riempie le case; è in questa magica atmosfera, nell’attesa del Natale, che la Villa dei Marchesi Cappelli invita il pubblico a prendere parte ad un evento (che si terrà dal 10 novembre al 23 Dicembre) che fonde insieme l’attesa del Natale e la tradizione del Presepe. La struttura è stata edificata nel XVII secolo ed è collocata nel punto più elevato del Comune di Pollena Trocchia, in provincia di Napoli; rientra nella categoria delle ville vesuviane e palazzi gentilizi nei quali i nobili napoletani amavano trascorrere i mesi estivi.

Il visitatore è subito immerso in un giardino antistante l’ingresso, reso caldo e accogliente da diverse decorazioni. L’atmosfera è resa ancor più suggestiva da canti natalizi che fanno da sottofondo e accompagnano lo spettatore durante tutto il percorso.

6

 

Una breve scalinata conduce all’interno della villa, nello specifico al salone dei balli, il cui soffitto presenta la raffigurazione della dea romana Aurora con i quattro figli nati dalla sua unione col dio dei venti, Eolo: Borea, Euro, Zefiro e Noto. Il dipinto viene attribuito al celebre pittore Francesco de Mura.

Le pareti del salone sono decorate da affreschi che rappresentano vedute su ampi saloni, sormontati da terrazze e colonnati.

 

Nel salone e nelle stanze adiacenti a questo è possibile ammirare diversi presepi, alcuni dei quali risalgono addirittura al ‘700. L’attenzione al dettaglio e la passione di questi artisti balza subito agli occhi del pubblico, che resta meravigliato spesso dalla scene di vita quotidiana, come quella che rappresenta uomini seduti a bere in una tipica locanda.

 

Un’altra sala è poi riservata alla proiezione di un video che spiega agli osservatori l’arte di creare pastori, un tempo realizzati interamente in legno, poi in ferro per consentire loro di assumere posizioni naturali ed essere più vicini, dunque, alla realtà.

È possibile acquistare libri sulla storia del presepe, oppure statue di pulcinella, il tutto esposto su un apposito stand.

5

In conclusione, si tratta di un viaggio breve ma intenso durante il quale è possibile distaccarsi per un momento dal caos del mondo esterno per ascoltare il respiro sereno dei pastori.

Categorie
Eventi

Escher: prospettive, metamorfosi e realtà al Palazzo delle Arti di Napoli

“Solo coloro che tentano l’assurdo raggiungeranno l’impossibile”

Mauritius Cornelius Escher

Una caleidoscopica girandola di tasselli, un vortice di linee, un turbinio di incisioni, dove tutto sconcerta e stupisce, soprattutto la realtà e le sue rappresentazioni: questa è la mostra di Escher al Palazzo delle Arti Napoli, poiché questo è il percorso artistico di Escher.

Agli occhi di chi classifica il sapere in discipline ordinate e categorie precostituite, gli interessi dell’artista olandese appaiono ossimorici e paradossali, poiché spaziano dall’arte greco-romana alle teorie della relatività di Einstein, dallo stile moresco alle formule goeometrico-matematiche; dalla loro apparente inconciliabilità  si origina un nuovo approccio all’arte intesa come modo di guardare il mondo decostruendolo e ricostruendolo. Nelle opere di Escher il punto di vista dell’artista e quello degli spettatori acquistano la stessa importanza, pur essendo inconciliabili: è la realizzazione del concetto di arte come dialogo inesauribile tra chi la produce e chi ne usufruisce.

Gli Emblemata sono la rappresentazione esemplare della volontà dell’artista di creare un dialogo destabilizzante con lo spettatore, perché è la realtà stessa a essere destabilizzante e incongruente: immagini armoniosamente realizzate si trovano in antitesi con i motti in latino e fiammingo che le accompagnano; così una farfalla agli occhi dell’artista diventa signum immortalitatis fragile admodum, dove l’antitesi che si coglie nel definire qualcosa come fragile e immortale è la stessa che l’artista scorge tra il modo in cui il mondo appare e il modo in cui si cerca di descriverlo tramite immagini o parole. La stessa scelta della litografia e della xilografia come tecniche di stampa per le opere implica un messaggio di fondo: l’opera dev’essere pensata e rappresentata al contrario, viene alla luce dal suo opposto, sottintende, già in fase di realizzazione, due punti di vista contrari e complementari.

 

Dunque, il viaggio artistico di Escher è una fuga da ogni categorizzazione del sapere: insofferente nei confronti dei canonici sistemi di apprendimento, l’arte è per lui ragionamento e percorso che da uno stimolo iniziale, esterno, sviluppa se stessa e non si esaurisce in una sola forma chiusa di rappresentazione, ma necessita di infinite forme e di infiniti punti di vista, perché infinito è il numero di coloro che ne entreranno in contatto. L’ammirazione per le architetture del mondo arabo, per i paesaggi italiani e per le opere del mondo greco-romano è espressa attraverso un processo di rilettura: osservare, analizzare, scomporre le grandi opere del passato e ricomporle secondo la sua prospettiva, a dimostrazione che non c’è nulla di perfettamente compiuto e che tutto è passibile di rivisitazione e rivalutazione, cambiando il proprio punto di vista.

 

Comune denominatore tra arte e scienza è l’indagine; la curiosità è sia stimolo creativo che slancio iniziale dell’osservazione scientifica e porta a rapportarsi con il mondo esterno senza nessun preconcetto, anzi, indagando la realtà, le sovrastrutture mentali dovrebbero venir meno così da poter riscrivere ogni volta ciò che si offre alla vista  con nuovi paradigmi e categorie, che in Escher non sono mai definitivi, ma trampolino di lancio per una nuova prospettiva e un nuovo percorso.

Come le rampe di scale nell’opera Relatività cambiano direzione a seconda di chi le percorre e di come l’osservatore guarda, così la realtà, l’arte e i modi di comunicare cambiano a seconda dell’individuo, e soprattutto, di ciò che l’individuo ha vissuto, ha visto e ha appreso. Dunque, il destino dell’artista, o meglio dell’uomo in generale, è quello di percorrere scale all’infinito senza possibilità di incrociare nessun altro, senza un pavimento solido da cui partire e un soffitto sicuro a cui giungere, una spirale di nichilismo e incomunicabilità senza soluzione? Dare una risposta a questa domanda vanificherebbe il motivo di fondo dei lavori di Escher: non è importante categorizzare il punto d’arrivo e di partenza, ma essere pronti a modificare, se il percorso lo richiede, prospettive, conoscenze acquisite e lo stesso punto d’arrivo, se lungo il tragitto questo perdesse di valore.

 

Motivo ricorrente nel pensiero di Escher è l’idea dell’impossibilità di rappresentare la realtà nella sua interezza e veridicità con immagini e parole; l’arte, non avendo più questo scopo, diventa altro e forse trova davvero la sua funzione: non rappresentare ma capire la realtà, presentarsi come uno strumento di indagine che permette di vedere l’uomo e la realtà come un qualcosa di composto da tantissimi piccoli tasselli, che, combinati insieme, danno un’immagine più grande e unitaria, la quale però, inevitabilmente, non può rimanere sempre la stessa, poiché soggetta al trascorre del tempo e agli accadimenti che influenzano percezioni e ragionamenti; mentre i piccoli tasselli che compongono l’uomo e la sua realtà sono sempre gli stessi, ciò che è destinato a subire una metamorfosi è l’immagine generale, è il modo in cui ognuno ordina l’infinito puzzle che è la realtà.

47573069_602030610216454_5990276039752810496_n

L’artista stesso, nel definire il suo lavoro un gioco molto serio, dimostra di essere consapevole del paradosso implicito nelle sue opere e la mostra esposta al PAN rende giustizia a questo concetto; il visitatore è invitato a entrare nel mondo di Escher con tutti i sensi tramite esperimenti interattivi che, sotto l’apparente semplicità del gioco, servono a rendere tangibile quanto di scientifico, di filosofico e di tecnico sia sotteso al lavoro dell’artista olandese.

Vorticando, si esce da questo percorso destabilizzati, non perché si è privi di certezze, bensì perché Escher mostra come l’uomo abbia la capacità intellettuale e la sensibilità artistica di rapportarsi, di comprendere e raffigurare la mutevolezza della realtà e delle sue rappresentazioni.

Categorie
Arte Eventi Folklore

“Connettere il mondo con le storie che contano”: la World Press Photo Exhibition 2018 al PAN

Nel mare cristallino dell’arcipelago di Zanzibar quattro donne completamente vestite galleggiano stese a pancia in su, tenendo stretta sul petto una tanica di plastica vuota. Hanno gli occhi chiusi e l’espressione concentrata, mentre le loro vesti gialle ondeggiano leggere sul pelo dell’acqua azzurra. È una scena strana, attira l’attenzione e incuriosisce. La descrizione accanto rivela che lo scatto di Anna Boyiazis racconta lo svolgimento di un corso di nuoto rivolto alle donne: un corso di nuoto che si rende necessario perché la maggior parte delle donne non sa nuotare, dal momento che la cultura islamica conservatrice impone delle restrizioni e non esistono costumi da bagno considerati sufficientemente decorosi. Infatti, le donne ritratte sono coperte dalla testa ai piedi: è l’unica soluzione che permette loro di entrare in acqua e imparare a nuotare grazie all’apposito progetto locale, denominato Panje, “pesce grande”.

Tre fiori gialli coprono il volto di una ragazza avvolta in una veste magenta; altri tre ritratti mostrano ragazzine nigeriane con il volto coperto – dall’abito, dall’ombra, dalle proprie mani. Un gruppo di militanti islamici rapisce giovani donne che vanno a scuola, le cinge con cinture esplosive e le invia in luoghi affollati come arma da guerra. Il gruppo si chiama Boko Haram, traducibile con “l’istruzione occidentale è proibita”. Le ragazze immortalate da Adam Ferguson sono riuscite a scappare e a trovare aiuto.

Due anziani cinesi sorridono felici attorno a un tavolo ricoperto di farina e impasto fatto in casa. Un cagnolino si stiracchia sotto il tavolo, crogiolandosi alla luce di un raggio di sole che attraversa una finestra. Un altro raggio fende l’oscurità dell’ambiente ristretto, rivelando un piccolo letto, un mobiletto e un piano da lavoro sovraccarico. La fotografia di Li Huaifeng racconta un istante della vita serena di due fratelli all’interno della loro yaodong, un tipo antichissimo di abitazione della Cina centrale, scavata nel fianco di una collina. Le yaodong sono numerosissime nell’altopiano del Loess, la cui conformazione permette alle abitazioni di preservare un clima fresco in estate e caldo in inverno.

In Kenya sorge un rifugio per cuccioli di elefante gestito dagli abitanti del luogo, ex guerrieri Samburu. Gli elefanti vengono curati e accuditi fino al loro reinserimento nel proprio habitat naturale. Ami Vitale fotografa il momento in cui gli animali vengono nutriti, una tenera carezza, il dolce e colorato salvataggio di un cucciolo, e, infine, la dimostrazione del modo in cui fare un “bagno di terra” rivolto ai piccoli nuovi arrivati da parte di un elefante adulto.

Kadir van Lohuizen attraverso quattro scatti narra la gestione dei rifiuti in Nigeria, in Olanda, in Giappone e negli Stati Uniti. La produzione dei rifiuti sta aumentando in maniera esponenziale, tanto che non siamo più in grado di gestirli correttamente: di questo passo entro trent’anni gli oceani potrebbero arrivare a contenere più plastica che pesci, secondo il Forum Economico Mondiale.

È difficilissimo uscire dal Palazzo delle Arti Napoli senza avere la mente dominata da forti impressioni: donne che cercano di impedire lo sviluppo del seno delle proprie bambine per proteggerle dalle aggressioni, la vita spensierata di due ragazzine in un villaggio bioenergetico in Austria, il fragile ecosistema delle Galapagos, uomini e donne usciti per andare nel proprio ufficio londinese o ad un concerto in America, che si ritrovano invece, improvvisamente, vittime della follia omicida, sul ciglio della strada o a terra, tra un rivolo di sangue e il palco allestito.

Storie che riscuotono dal torpore a cui un’informazione superficiale acquisita passivamente può facilmente condurre. Attimi di una vita trascorsa in maniera difficile, o in maniera semplice, secondo le tradizioni del proprio paese o cercando soluzioni innovative per far fronte agli ostacoli: tutti gli scatti della World Press Photo Exhibition 2018 aprono la mente e donano un po’ di consapevolezza in più riguardo a ciò che succede nel mondo e al mondo, al di là della nostra porta. La mostra di fotogiornalismo durerà fino al 16 dicembre; visitarla è come fare un viaggio attraverso milioni di vite.

 

Categorie
Arte Eventi

Un viaggio fantastico nell’etereo mondo di Klimt

Immaginate una stanza regale, divanetti confortevoli, una dolce musica in sottofondo e d’improvviso la magia… tutti i quadri di Gustav Klimt prendono vita e allo spettatore sembrerà di farne parte.

Tutto questo insieme allo sfavillare degli effetti speciali è al centro della mostra multimediale dedicata a Klimt che dal 7 giugno 2017 sta occupando le stanze della Reggia di Caserta, affascinando milioni di visitatori. Un’iniziativa prodotta da Crossmedia Group e distribuita da Gest Show che permette di vivere un’esperienza emozionante all’insegna dell’arte e della cultura.

Potrete osservare il bacio più lungo della storia, catturato in quell’attimo di eternità senza fine, l’austera Giuditta ricorperta d’oro, la Veritas senza veli e le mille altre donne che hanno fatto parte della vita e dell’opera del grande maestro viennese. Sono proprio le donne, infatti, il perno dell’arte klimtiana, le protagoniste assolute del suo estro, ritratte nelle forme più svariate e con ruoli molteplici. Nobildonne, ninfe, personificazioni di concetti astratti, spesso figure eteree e inafferrabili, ritratte per lo più nude. Se è vero che gli esempi di nudo nell’arte sono innumerevoli, tuttavia quello klimtiano è carico di significati che vanno ben oltre l’erotismo. Esso, infatti, esprime i concetti di grazia e sensualità incarnati da queste figure femminili che sembrano essere tornate alle origini, alla loro essenza primordiale, prive degli artifizi che la cultura del tempo e quella precedente avevano loro imposto. Eppure il nostro artista seppe conciliare alla perfezione questa semplicità delle figure con il preziosismo e l’accuratezza dei dettagli, i colori vivaci, la forte impronta realistica propria dell’art nouveau nonché con i forti significati celati nei suoi quadri.

 

In ogni opera si intravede un alone di mistero e di inesplorato, una sorta di lotta eterna tra la vita e la morte, tra la giovinezza e la vecchiaia come possiamo dedurre da Le tre età della donna e Morte e vita. Su tutto, però, vince la Speranza ritratta spesso dall’artista come una donna incinta e con un compito arduo: quello di partorire per l’umanità la possibilità di un cambiamento. Proprio il cambiamento, infatti, rappresenta il fine ultimo della sua arte, il volersi distaccare dai maestri contemporanei per dar vita a qualcosa di nuovo e in questo Klimt riuscì perfettamente anche se dovette scontrarsi coi tabù e le restrizioni della sua Vienna.

La mostra offre allo spettatore diversi momenti per entrare in contatto con questi capolavori e per conoscere più a fondo la personalità dell’artista: l’esposizione delle copie dei quadri più noti, l’utilizzo di un visore vr che permette di compiere un percorso virtuale all’interno di alcuni di essi e, infine, la completa presentazione multimediale di tutte le opere klimtiane.

Il visore, in particolare, trascina lo spettatore in una realtà fantastica, suscitando alterne e diverse sensazioni: dalla paura del fuoco (allegoria dell’incendio del castello di Immendorf, al cui interno erano custoditi Quadri delle Facoltà) si passa alla quiete di una giornata primaverile trascorsa sul laghetto del Kammer Castle of Lake.

klimtfine

Insomma non resta che lasciarsi affascinare da questa esperienza unica e irripetibile che, grazie al successo ottenuto, sarà ancora disponibile fino al 7 gennaio 2018.