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Ovidio: il cantore d’amore che vinse il tempo

Dopo più di duemila anni il poeta Ovidio torna a Roma attraverso un’affascinante mostra curata dalle Scuderie del Quirinale che, mediante opere d’arte e versi, ripercorre le tappe fondamentali della sua vita e del suo percorso poetico. Ho deciso di visitare la mostra perché ho amato Ovidio sin dai tempi del liceo, quando per la prima volta mi trovai davanti quei versi dinamici e al contempo leggeri. Sì perché Ovidio, per riprendere un’espressione di calviniana memoria, è in primis poeta della leggerezza, intesa come eliminazione di qualsiasi tipo di orpello del discorso e concettuale per far spazio al realismo delle forme, delle idee, della narrazione.

Ma è anche cantore e affabulatore quando ci trasporta in quell’affascinante mondo di miti senza tempo, creando figure concrete e reali, quasi umane.

Infine è un uomo che, nonostante l’infelice destino e la relegazione in una terra barbara, lontano dai fasti della sua amata Roma, riesce a sconfiggere il tempo attraverso la propria arte.

Il mio viaggio alla riscoperta del poeta inizia sulla scalinata delle Scuderie, dove mi si presenta di fronte un’enorme insegna che riporta: “Ovidio: Amori, miti e altre storie”. Il suo nome, scritto a caratteri cubitali e illuminato da una luce sottile ma viva, subito suscita in me la forte curiosità di saperne di più, di perlustrare ogni singola stanza e di farmi trasportare dall’emozione di assistere al connubio tra arte visiva e poesia, cosa che forse solo un amante di cultura classica può capire profondamente.

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La prima stanza contiene i manoscritti delle opere più note: ci sono gli Amores, la scandalosa Ars Amatoria e, prime fra tutte, le Metamorfosi. Sulle pareti è possibile leggere alcuni dei versi più belli evidenziati da colori vivaci e fluo: “Omnis amans militat”, “Nam placuisse nocet”, “Omnia mutantur, nihil interit”, “Quod cupio mecum est”, “Venus ventus temerarus”.

 

 

Il protagonista indiscusso è l’amore, che Ovidio concepisce in modo totalmente opposto e innovativo rispetto ai suoi contemporanei e alla morale del tempo imposta da Augusto. L’amore ovidiano è fusione tra corpo e anima, passione ardente, fuoco vivo, talvolta inganno mortale, talvolta fautore di nuova vita, capace di coinvolgere uomini e divinità senza alcuna distinzione.

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Procedendo nella sala successiva lo sguardo si ferma a contemplare le fattezze sinuose e armoniche della Venere Callipigia (proveniente dal Museo Archeologico di Napoli) che con leggera sensualità solleva il peplo lasciando scoperte le sue nudità e sembra essere ammirata e colpita con l’arco da un Eros vivace che le è posto accanto.

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Tutte le sale successive sono dedicate proprio alle divinità e alle loro nuove caratterizzazioni.

Gli dei ovidiani sono portatori di passioni e sentimenti comuni a quelli degli uomini e spesso li estremizzano suscitando fatali conseguenze. E così assistiamo a una Venere libertina e impudica che si diletta nei tradimenti con Marte, a Giove ingannatore e bugiardo dedito a meschini adulteri, ai figli di Latona, Apollo e Artemide, crudeli vendicatori che fanno strage dei figli di Niobe. È evidente che tale rappresentazione delle divinità principali del pantheon romano si scontrava con gli ideali moralizzanti di Augusto, che vedevano in Venere la progenitrice della gens Giulia, in Giove il padre austero degli dei e nei figli di Latona i portatori delle più alte virtù morali.

 

 

Proprio allo scontro col princeps è dedicata un’altra sala della mostra, dove le statue di Augusto e di sua moglie Livia, presentati nelle sembianze di Giove e Giunone, sovrastano fiere nella loro marmorea rigidità.

La parte più emozionante, però, è quella che porta alla scoperta delle Metamorfosi attraverso il racconto dei miti più affascinanti e commoventi. La narrazione inizia con i miti di Dafne, Io, Europa, Marsia, Leda per poi procedere al secondo piano con quella di altri miti tra cui: Fetonte, Icaro, Adone, Arianna, Ganimede.

Avanzo tra sculture, dipinti e vasi antichi che rappresentano ogni storia con un realismo toccante e a tratti struggente. Mi sembra a poco a poco di immergermi in un’altra dimensione e così osservo Dafne fuggire da Apollo e trasformarsi lentamente in alloro, sento la sofferenza di Io, imprigionata in un corpo bovino che non le appartiene, sono trascinata insieme ad Europa sul dorso del toro, mi rifletto nelle acque del fiume con Narciso. Non sono sazia di storie, sento il bisogno di conoscerne altre, così il mio passo si fa più rapido e mi ritrovo faccia a faccia con Arianna sofferente, abbandonata da Teseo e da lontano, sulla stessa traiettoria, noto Ermafrodito disteso che mostra tutta la bellezza del suo corpo di donna. Il mio sguardo poi si ferma su un dipinto che raffigura la morte di Adone e osservo Venere con gli occhi fissi al cielo, occhi vivi che incutono l’essenza della pietà e del dolore. Continuo il mio percorso e mi fermo a contemplare la storia d’amore di Piramo e Tisbe, i Romeo e Giulietta dell’antichità, poi arrivo nella stanza di Icaro e Fetonte, i due giovani che sfidarono il cielo, a cui Ovidio dedica le pagine più commoventi della sua opera.

 

 

La mostra è giunta quasi al termine, entro nell’ultima sala, quella di Ganimede. La storia del giovane, a cui Giove concesse l’immortalità rendendolo coppiere degli dei, si lega all’apoteosi del poeta e al tema dell’immortalità della poesia. Il dipinto di Nicolas Poussin, raffigurante il trionfo di Ovidio, chiude il mio viaggio.48214188_282876832416316_7258940973047087104_n

Nell’osservare Ovidio, cinto d’alloro, circondato dagli Eroti e da Venere, penso alla grandezza della sua arte. Di lui non ci restano ritratti ufficiali ma solo raffigurazioni, frutto di immaginazione o miniature di manoscritti medievali. Rifletto su questo e penso che in fondo cosa importa che il poeta abbia un volto se è la sua voce a perdurare nei secoli? Quella voce che ha vinto il suo tempo, l’odio di Augusto, l’esilio, le censure, la finitezza di qualsiasi cosa umana, riecheggia ancora oggi, forte e impetuosa per ricordarci che l’arte, la poesia e la bellezza sono in grado di raggiungere l’eternità, e come Ovidio dice al termine delle Metamorfosi:

“Con la parte migliore di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare: fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli, se sono veri i presentimenti dei poeti, vivrò della mia fama”.

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Letteratura

“I Romanov: storia di una dinastia tra luci e ombre” di Raffaella Ranise

“La Russia è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma”.

Con questa citazione di W. Churchill si apre la premessa dell’opera, citazione che racchiude il senso più profondo dell’animo russo, della sua storia e delle sue leggende.

In effetti tuttora la Russia, terra lontana e sconfinata, si presenta come un mondo misterioso, enigmatico e per alcuni versi impenetrabile, con le sue terre ancora aride e solitarie ricoperte per la maggior parte dell’anno dai ghiacci. Eppure proprio questo scrigno cesellato di mistero racchiude la forza e il fascino di un popolo che si avvia al progresso ma che al contempo resta ancorato a un passato percepibile in ogni singolo aspetto della sua cultura. L’incantevole paesaggio arricchito da palazzi sontuosi con particolari aurei, le chiese ortodosse dai colori vivaci e le forme orientaleggianti, quella fusione tra oriente e occidente percepibile in ogni angolo di Mosca e San Pietroburgo portano una sola firma: quella dei Romanov.

A 100 anni dallo sterminio dell’ultimo zar e della sua famiglia, il libro di Raffaella Ranise ripercorre la storia della dinastia dagli albori fino al tragico epilogo. La decisione della Ranise di scrivere un libro dedicato a questa dinastia nasce in seguito a una visita al Museo della Moda e del Profumo Daphnè, nella città di Sanremo.

Potrebbe venir spontaneo chiedersi quale connessione ci sia tra questa città italiana e la lontana Russia. In realtà tra la fine dell‘800 e gli inizi del ‘900 la riviera ligure ospitò numerosi membri dell’aristocrazia russa, attratti dal clima e dalla bellezza dei luoghi. Tra questi spicca la figura della zarina Maria Aleksandrovna che soggiornò per lungo tempo a Sanremo e donò come segno di riconoscenza le note palme che adornano il viale del corso, non a caso chiamato corso Imperatrice.

Sarà, però, un particolare a suscitare l’interesse dell’autrice e a spingerla a ricerche più approfondite sulle vicende della famiglia reale: un foulard realizzato dalla maison Daphnè con al centro una rosa, detta rosa dei Romanov.

In poche pagine scorrevoli e dal tono piacevole la Ranise racchiude trecento anni di potere, intrighi, fascino e leggende partendo dalla formazione del popolo russo che intorno al IX secolo d.C. diede origine allo stato di Kiev, primo stato russo per poi passare alla carismatica figura di Ivan il Grande, fautore del primo grande sviluppo russo nonché primo a innescare l’idea di patria; e ancora la descrizione del “periodo dei torbidi”, periodo buio della storia russa che però aprì la strada a un’altra grande figura, quella di Michele, primo Romanov.

Le pagine più interessanti sono tuttavia quelle dedicate alle zarine, figure carismatiche e forti, portatrici di innovazioni e progresso. Tra queste ricordiamo soprattutto Caterina I, Anna, Elisabetta e in particolare Caterina II, detta la Grande, nota a tutti per le sue idee illuministe. E così, in un crescendo di battaglie, intrighi, amori e spaccati di vita quotidiana e intima si giunge all’epilogo finale.

Le ultime pagine, quelle più lunghe, sono dedicate alla storia dell’ultimo zar Nicola II e della zarina Alessandra. La loro tragica fine insieme a quella dei loro figli Alessio, Olga Tatiana, Maria e Anastasia ha da sempre incuriosito i lettori, non solo perché si trattò di una vera e propria strage familiare da parte dei rivoluzionari, ma anche perché dopo la morte i loro resti furono bruciati e sciolti nell’acido per non lasciare alcuna traccia del massacro. Questo ha fatto sì che nel corso del tempo si susseguissero numerose figure di donne che vantavano di essere le zarine sopravvissute al massacro. Gli studi recenti e la scoperta di altri resti ci permette oggi di confutare ogni dubbio e al contempo spezza quell’alone di sogno portato avanti dalla leggenda.

Il libro si conclude con un’immagine molto emblematica tratta dal film Arca russa di Aleksandr Sokurov: quella di una processione di dame meravigliose e imbellettate nei loro abiti splendenti strette ai loro cavalieri, ugualmente eleganti e statuari che procedono verso il nulla, incapaci di comprendere la fine del loro mondo dorato. Immagine forte che racchiude tutto il senso della Russia imperiale, un mondo ricco e sfavillante destinato, però, a finire nel nulla di una casa nella fredda Ekaterinburg in quella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918.