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Cinema

La Napoli velata e l’opacità del vero

Napoli Velata, l’ultimo film di Ferzan Ozpetek, si rivela un ammaliante racconto sospeso tra realtà e ricordo, immaginazione e rappresentazione, deduzione e rivelazione.

Una sera, ad una festa in cui assistono all’arcaico rito della “Figliata dei Femminielli”, Adriana e Andrea s’incontrano, sono magneticamente attratti l’uno dall’altra e decidono subito di passare la notte insieme. Il sesso tra i due è rappresentato nella maniera più realistica possibile, senza mezze inquadrature, senza romanticismi né sottintesi; si assiste alla concretezza del primario desiderio senza il velo del pudore, e tale prospettiva non viene accolta con completa disinvoltura dal pubblico in sala. È proprio vero: “non si sopporta la troppa verità”.

Eppure nulla è come sembra: questo non è il semplice incipit di un’improvvisa e travolgente relazione passionale tra due sconosciuti, è l’origine di una concatenazione di eventi che faranno emergere tormenti psichici, vecchi fantasmi e violenze celate.

I personaggi intrecciano una serie di profonde relazioni tra se stessi e l’ambiente circostante, in cui soprattutto l’arte, “l’abuso di verità”, è la cornice, la tela e il veicolo d’espressione dell’intera storia. Statue classiche e affreschi pompeiani riportano alla mente di Adriana il corpo e i gesti di Andrea, icasticamente impressi nella memoria e rivissuti dai sensi. L’arredo costituito da vasi antichi e sedie eleganti fornisce la testimonianza di una vita passata ancora aleggiante, i cui echi si riverberano tra le pareti di una casa che rievoca di continuo una verità sepolta, a sprazzi riemergente.

Gli occhi rappresentano il simbolo principale della storia: possono scivolare sulle curve di un corpo, scrutare la bellezza di un’immagine, riprodurre una figura, portare fortuna o anche essere oscurati per non intralciare i desideri più profondi dell’animo.

Napoli, la città attraversata da Adriana, è essa stessa eterogeneità e spettacolo, una città il cui folklore è portato alla luce non come mero elemento accessorio ma come profonda espressione scenica della sua anima misterica, tradizionale, superstiziosa, simbolica e viscerale.

Il thriller si snoda così tra le strade della città, tra incantevoli paesaggi naturali, preziosi complessi monumentali e strette vie popolari, proponendo un’insolita alternanza di volti comuni, riconoscibili nel quotidiano, e maschere allegoriche stranianti, in un’ipnotica giustapposizione di particolarissime espressività.

Dopo aver stimolato diverse congetture, l’essenza del racconto conduce gradualmente all’idea che la realtà nella sua interezza è inconoscibile; si può scegliere di vivere il presente senza scostarne il velo, accettando la compresenza di luci e ombre, evidenti certezze e indimostrabili convinzioni, oppure ci si può rifugiare consapevolmente in un mondo immaginifico e illusorio che può offrire risposte confortanti ma assolutamente vane.