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Veni, vidi, legi: un fumetto per raccontare Cesare

Isola di Farmacussa, 75 a.C.: un giovane romano è prigioniero dei pirati.
Diecimila sesterzi per la mia testa? Valgo molto di più, pirata!“.

Così si apre questo straordinario fumetto incentrato sulla vita di Giulio Cesare, l’ottavo numero della collana Historica Biografie pubblicato recentemente da Mondadori Comics.

Il racconto segue le principali tappe biografiche dell’uomo politico più controverso della storia. L’ambitio e la virtus guidano la sua ascesa, progettata con prudente lungimiranza e realizzata con ferma perseveranza. Il cuore della storia sembra essere proprio il vaglio della personalità di Cesare: la visione chiara dei suoi obiettivi è correlata alla lucida capacità di mettere a punto la strategia più efficace per raggiungerli, soprattutto attraverso la disamina delle potenzialità degli avversari e degli alleati, mentre fa da contrappunto il ricordo delle gesta di Alessandro Magno, stimolo per azioni ancora più grandi e gloriose.

Oh, sarà senz’altro un fallimento. Non ha importanza. Dobbiamo ampliare le nostre frontiere“.

La narrazione è fluida e sinuosa, a tratti placida, poi rapida, come un corso d’acqua che precede una cascata. Perfino chi conosce bene la storia può sorprendersi di alcune svolte, merito della sceneggiatura di Mathieu Gabella e dei disegni di Andrea Meloni.

Lo stile asciutto dei dialoghi e l’impostazione paratattica del racconto stesso, essenziale ma profondamente denso di significato, richiamano le caratteristiche dei Commentarii cesariani (la cui stesura è rievocata con un leggero tocco di ironia); le scene ampie e spettacolari – come quella che fotografa la battaglia di Farsalo – accanto ad altre più piccole, ricche di dettagli o dedicate a primi piani molto espressivi, non solo seguono l’andamento del racconto ma hanno un ruolo chiave nella resa semantica complessiva.

Ad impreziosire il fumetto concorre la consulenza storica del professore Giusto Traina. Affascina e colpisce l’assoluta precisione dei dettagli, dall’architettura alle armate, dalle celebrazioni pubbliche alle tattiche militari, dai volti dei personaggi che ricalcano la statuaria più celebre ai contributi delle fonti storico-letterarie più o meno riconoscibili.

Uomini carismatici intrecciano le proprie storie con quella di Cesare, contribuendo a delineare e a definire la sua indole. Il rapporto con Vercingetorige è molto singolare: emerge una sorta di piacere nel confronto con il grande nemico gallo, determinato dalla sua forte tempra e dall’entità della sfida. Vercingetorige, infatti, è dotato di grande abilità strategica e nutre alte ambizioni; tuttavia, all’apice del successo subisce una dura sconfitta, deludendo Cesare: “Pensavo di incontrare un uomo come me… invece ho visto ciò che non voglio assolutamente diventare“.

Passo dopo passo, Cesare trionfa e afferma il proprio potere. Purtroppo, però, per costruire la grandezza e la civiltà di un popolo non bastano le conquiste, che riscuotono largo successo, sono necessarie soprattutto le riforme, che spesso generano profonde spaccature nella società. I cambiamenti sono dichiaratamente invocati e sperati ma intimamente temuti e osteggiati.

Sulla vita dell’illustre uomo politico cala così il sipario impregnato di rosso, cucito dalle mani di chi gli è sempre stato accanto. Eppure, le imprese di uomini come Alessandro Magno e Giulio Cesare hanno dato origine a civiltà e culture che sono sopravvissute ai propri fondatori: si sono sviluppate, estese, frantumate, scontrate, rappacificate, rese autonome e trasformate. Oggi forse sono quasi irriconoscibili, ma la memoria e la comprensione storica sono gli spiragli attraverso i quali civiltà e culture possono far rivivere quegli uomini.

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Eventi Letteratura Teatro

Glob(e)al Shakespeare e la sfida dell’atemporalità

Glob(e)al Shakespeare, la produzione della Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, un progetto di Gabriele Russo, si propone di coniugare il linguaggio contemporaneo con quello del celebre drammaturgo elisabettiano.

Di fatto, il pubblico si trova immediatamente immerso nell’atmosfera inglese grazie alla particolare conformazione data alla platea: le tradizionali poltroncine rosse sono sostituite da panche di legno disposte in semicerchio attorno ad un insolito palcoscenico a forma di pedana che arriva fin quasi al centro della platea.

Nella stessa serata sono portate alla ribalta una tragedia, Giulio Cesare. Uccidere il tiranno, e una commedia, Una commedia di errori, due originali riscritture curate dai registi Andrea De Rosa ed Emanuele Valenti.

Giulio Cesare. Uccidere il tiranno esordisce con l’ingresso silenzioso di Antonio, con camicia e pantaloni neri eleganti. La scena è molto semplice: un grande sacco nero, pesante, pende dal centro del soffitto, mentre sulla pedana si notano tre botole piccole e una più grande centrale, tutte vuote. Antonio colpisce il sacco nero e un violento effetto sonoro coincide con il buio improvviso in sala. Dal sacco comincia a scendere lentamente del terriccio, come la sabbia di una macabra clessidra. Antonio prende una pala e comincia a gettare meccanicamente il terriccio nella botola più grande.

Dalla botola piccola centrale emerge Bruto. La sala è buia; una luce tenue e fredda imperla il giovane impaurito e pieno di rimorso che rimugina sul suo atroce delitto, riflettendo sulla secolare opposizione tra civiltà e natura.

Cassio sale dalla botola sinistra con un movimento atletico ma lento e cadenzato, una voce profonda ipnotica; il congiurato ricorda la personalità politica di Cesare, che “ha fiutato il movimento della storia”, e paragona la città di Roma a una madre violentata che è stata appena salvata grazie al loro intervento.

Dalla botola destra spunta Casca, che con un tono frenetico e quasi esasperato descrive la scena sociale cesariana come una completa, perfetta recitazione di massa in cui i personaggi non sembrano essere consapevoli del ruolo fittizio da loro ricoperto quotidianamente.

Tutti e tre vestono abiti militari contemporanei.
Antonio continua a spalare silenziosamente.

I tre congiurati, pur palesando diverse emozioni, cercano di esprimere il senso del loro gesto, con metafore e similitudini pregnanti accompagnate da una forte gestualità. Il fulcro della riflessione è Cesare, la radicata identificazione del grande uomo politico con Roma, con la Repubblica, con il popolo, ma anche la sua essenza profondamente umana e talvolta addirittura fragile: “il corpo dello Stato era… un corpo come tanti”.

Bruto parla al popolo per persuaderlo della necessità dell’omicidio, ma ad ogni affermazione è colpito da Antonio con una manciata di terra – simbolo delle ceneri di Cesare, della sua fisica presenza pur dopo la morte.

La luce si accende. Antonio scende tra il pubblico e comincia a parlare con una voce dolce e conciliante. L’idea di Cesare è forse morta? No di certo: “lo Stato è un corpo plurale con il volto riconoscibile di un uomo”. Antonio legge le disposizioni testamentarie di Cesare con un microfono, mettendo in luce le qualità positive dell’uomo e i suoi provvedimenti ad esclusivo favore del popolo. Nel frattempo i congiurati si armano e danno il via a una marcia militare quasi danzata.

A differenza dell’originale che si conclude con Ottaviano e Antonio che seppelliscono Cesare, la scena si sposta a Filippi, sipario dei tirannicidi raccontato dalle voci dei protagonisti a mo’ di telecronaca sportiva: con un tono esaltato e appena cantato, sulla base di una musica ritmata e in una climax crescente si succedono immagini cruente che alludono anche alle più distruttive realtà contemporanee come l’uso della bomba e del gas, mentre il teatro si riempie di fumo. Ad uno ad uno muoiono gli assassini, e Antonio si domanda a quel punto “che forma avrà la vita e noi”.

Lo spunto di riflessione è condotto inevitabilmente fino ai giorni nostri, fatto esplodere nel momento in cui vengono abbattuti odierni regimi “tirannici” e la popolazione si trova dilaniata. Labile diventa quindi il confine tra liberatori e oppressori, e forte è il richiamo all’antico dilemma tra libertà e sottomissione al potere, al nodo cruciale in cui ogni comunità si trova a dover scegliere se imparare a gestire la propria libertà oppure rinunciare ad essa in nome della sicurezza.

Su questo atavico interrogativo senza risposta si chiude la bellissima, travolgente tragedia, che riesce brillantemente a dimostrare come le tematiche portate in scena da Shakespeare rappresentino alcuni dei pilastri del pensiero contemporaneo, un imprescindibile patrimonio culturale internazionale che è e sarà sempre percorso da linfa vitale.

Assolutamente all’altezza la spumeggiante Una commedia di errori, ambientata ad Harlem, New York, all’inizio del Novecento.

La scena è creata da una serie di cassette di legno con la scritta “RUM”, la cui disposizione viene cambiata e adattata di volta in volta alle circostanze.

Ispirata ai Menecmi di Plauto, la commedia gioca sulla lunghissima serie di fraintendimenti scatenata dal ricongiungimento – inconsapevole – di due coppie di gemelli di origine napoletana vissute una a Buenos Aires, l’altra a New York.

In un vortice colorato e musicalmente vivacissimo si fondono, scambiano e mescolano goffamente diversi linguaggi, registri linguistici e dialetti. Gli attori interpretano più personaggi in una divertente confusione di persone, identificazioni e scambi verbali accompagnati da frequenti scene di batoste. I personaggi femminili esprimono grande forza, ma soprattutto un’ottima capacità gestionale che fa contrasto con le preponderanti aspirazioni dei personaggi maschili, segnati da grandi sogni e speranze.

Spesso i personaggi fanno riferimento proprio a Shakespeare e ad Una commedia di errori, arrivando perfino a recitarne alcuni estratti; non comprendendo le strane situazioni in cui si è ritrovato, uno dei gemelli esclama: “siamo in una commedia riscritta male!”. In fondo “non conta l’attore, ma il personaggio e le parole che dice”, e infatti grandissima attenzione è riservata alle parole.

Saltando e riemergendo dai tombini, elemento fondamentale dello svolgimento, la serie di errori viene progressivamente svelata. A questo punto, però, avviene il colpo di scena finale: rinunciando alla tradizionale agnizione che coronava felicemente le commedie antiche, una voce da un tombino dichiara che nella nebbia della Grande Mela si sono confuse le lingue ma soprattutto il Riso e il Pianto. “Chiaro nell’essere equivoco”, il dramma si conclude con la morte di alcuni protagonisti in una sparatoria, eliminando il riconoscimento dei gemelli e l’atteso lieto fine, eppure, straordinariamente, non riuscendo a spegnere i sorrisi degli spettatori.

Il progetto Glob(e)al Shakespeare, dunque, porta davvero in scena la sorprendente atemporalità shakespeariana, vincendo senza ombra di dubbio la sfida posta dalla fusione di linguaggi e codici comunicativi differenti. Il merito è sicuramente ascrivibile alla bravura delle figure professionali coinvolte, che hanno saputo dar voce e veste nuova alla smisurata forza delle idee espresse dai drammi di William Shakespeare.