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Letteratura

“I Romanov: storia di una dinastia tra luci e ombre” di Raffaella Ranise

“La Russia è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma”.

Con questa citazione di W. Churchill si apre la premessa dell’opera, citazione che racchiude il senso più profondo dell’animo russo, della sua storia e delle sue leggende.

In effetti tuttora la Russia, terra lontana e sconfinata, si presenta come un mondo misterioso, enigmatico e per alcuni versi impenetrabile, con le sue terre ancora aride e solitarie ricoperte per la maggior parte dell’anno dai ghiacci. Eppure proprio questo scrigno cesellato di mistero racchiude la forza e il fascino di un popolo che si avvia al progresso ma che al contempo resta ancorato a un passato percepibile in ogni singolo aspetto della sua cultura. L’incantevole paesaggio arricchito da palazzi sontuosi con particolari aurei, le chiese ortodosse dai colori vivaci e le forme orientaleggianti, quella fusione tra oriente e occidente percepibile in ogni angolo di Mosca e San Pietroburgo portano una sola firma: quella dei Romanov.

A 100 anni dallo sterminio dell’ultimo zar e della sua famiglia, il libro di Raffaella Ranise ripercorre la storia della dinastia dagli albori fino al tragico epilogo. La decisione della Ranise di scrivere un libro dedicato a questa dinastia nasce in seguito a una visita al Museo della Moda e del Profumo Daphnè, nella città di Sanremo.

Potrebbe venir spontaneo chiedersi quale connessione ci sia tra questa città italiana e la lontana Russia. In realtà tra la fine dell‘800 e gli inizi del ‘900 la riviera ligure ospitò numerosi membri dell’aristocrazia russa, attratti dal clima e dalla bellezza dei luoghi. Tra questi spicca la figura della zarina Maria Aleksandrovna che soggiornò per lungo tempo a Sanremo e donò come segno di riconoscenza le note palme che adornano il viale del corso, non a caso chiamato corso Imperatrice.

Sarà, però, un particolare a suscitare l’interesse dell’autrice e a spingerla a ricerche più approfondite sulle vicende della famiglia reale: un foulard realizzato dalla maison Daphnè con al centro una rosa, detta rosa dei Romanov.

In poche pagine scorrevoli e dal tono piacevole la Ranise racchiude trecento anni di potere, intrighi, fascino e leggende partendo dalla formazione del popolo russo che intorno al IX secolo d.C. diede origine allo stato di Kiev, primo stato russo per poi passare alla carismatica figura di Ivan il Grande, fautore del primo grande sviluppo russo nonché primo a innescare l’idea di patria; e ancora la descrizione del “periodo dei torbidi”, periodo buio della storia russa che però aprì la strada a un’altra grande figura, quella di Michele, primo Romanov.

Le pagine più interessanti sono tuttavia quelle dedicate alle zarine, figure carismatiche e forti, portatrici di innovazioni e progresso. Tra queste ricordiamo soprattutto Caterina I, Anna, Elisabetta e in particolare Caterina II, detta la Grande, nota a tutti per le sue idee illuministe. E così, in un crescendo di battaglie, intrighi, amori e spaccati di vita quotidiana e intima si giunge all’epilogo finale.

Le ultime pagine, quelle più lunghe, sono dedicate alla storia dell’ultimo zar Nicola II e della zarina Alessandra. La loro tragica fine insieme a quella dei loro figli Alessio, Olga Tatiana, Maria e Anastasia ha da sempre incuriosito i lettori, non solo perché si trattò di una vera e propria strage familiare da parte dei rivoluzionari, ma anche perché dopo la morte i loro resti furono bruciati e sciolti nell’acido per non lasciare alcuna traccia del massacro. Questo ha fatto sì che nel corso del tempo si susseguissero numerose figure di donne che vantavano di essere le zarine sopravvissute al massacro. Gli studi recenti e la scoperta di altri resti ci permette oggi di confutare ogni dubbio e al contempo spezza quell’alone di sogno portato avanti dalla leggenda.

Il libro si conclude con un’immagine molto emblematica tratta dal film Arca russa di Aleksandr Sokurov: quella di una processione di dame meravigliose e imbellettate nei loro abiti splendenti strette ai loro cavalieri, ugualmente eleganti e statuari che procedono verso il nulla, incapaci di comprendere la fine del loro mondo dorato. Immagine forte che racchiude tutto il senso della Russia imperiale, un mondo ricco e sfavillante destinato, però, a finire nel nulla di una casa nella fredda Ekaterinburg in quella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918.

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Letteratura

“La principessa di ghiaccio” di Camilla Läckberg

«Detestava fortemente gli stereotipi di quel genere, sentiva che ciò di cui desiderava scrivere era qualcosa di autentico. Qualcosa che cercasse di spiegare perché una persona possa commettere il peggiore dei peccati: togliere la vita a un altro essere umano». Camilla Läckberg attribuisce questa riflessione alla protagonista dei suoi gialli, Erica Falck, una giovane scrittrice alle prese con la sua prima crime story, letteraria e ‘reale’ allo stesso tempo.

Ne La principessa di ghiaccio, infatti, in una gelida mattinata svedese Erica s’imbatte in un uomo terrorizzato che le indica una vecchia casa, urlando: «è morta!». La giovane conosce bene quella casa. Quando, entrando, trova il corpo senza vita dell’amica d’infanzia Alexandra Wijkner, Erica è cristallizzata dallo shock. Da quel momento, il tagliente turbinio della tragedia la coinvolge sempre più da vicino, portandola a scrivere un libro incentrato su quella vicenda, e intrecciando così la sua storia con l’indagine ufficiale condotta dall’amico poliziotto Patrik Hedström.

Sin dalle prime pagine appare evidente che quell’approfondimento psicologico prospettato da Erica è in realtà la principale caratteristica della prosa di Camilla Läckberg. La scrittrice svedese accompagna i suoi lettori dietro le quinte del racconto, un passo dopo l’altro, quasi giocando con il sipario che nasconde la verità più recondita: ora apre uno spiraglio, ora lo chiude; tira un po’ la corda, poi crea ad arte una pausa di suspense prima di rivelare un indizio cruciale. Le piste si moltiplicano e si sovrappongono come un raggio di luce che continua a riflettersi in un corridoio di specchi.

Nel corso della vicenda si dipanano le trame personali dei vari personaggi, ognuno progressivamente approfondito dal punto di vista psicologico e comportamentale: un tassello dopo l’altro si costruisce l’immagine vivida di un essere umano quasi palpabile, riconoscibile, comprensibile.

I gialli di Camilla Läckberg non si limitano a svolgere un’indagine: costruiscono un’architettura solida, articolata e geometrica, in cui è possibile seguire la linea dei singoli archi e pilastri, per poi ammirare il sorprendente complesso a cui hanno dato forma. I lettori possono passeggiare in quell’ambientazione accuratissima, soffermarsi sul vissuto di ogni personaggio, apprezzare i fitti legami tra essi, scoprire un intreccio e tornare indietro per riconoscere e finalmente capire le allusioni e le sfumature di senso fino a quel momento lasciate in sospeso.

Così, l’obiettivo dell’autenticità è pienamente raggiunto. Ogni storia sembra strutturata per indagare la voragine della mente criminale: scandagliare la ridda di emozioni e speranze scaturite da alcune vicende biografiche, al fine di rendere chiaro il percorso che ha condotto un innocente alla colpa più atroce.

Eppure, contrariamente a quanto si potrebbe credere, Camilla Läckberg riesce nel suo intento adottando un tono meravigliosamente leggero, spontaneo, schietto; la prosa è fluida, raccoglie l’attenzione del lettore come una conchiglia sul bagnasciuga e la trascina al largo placidamente, sospingendola solo con piccole onde che incrinano appena la superficie.

Piena di fascino è in particolare la storia de L’uccello del malaugurio, la quarta avventura di Erica e Patrik: un apparente incidente d’auto e uno spinto reality show sono i due ingredienti iniziali da cui prende le mosse la ricetta di questo giallo ipnotizzante e sorprendente.