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Ovidio: il cantore d’amore che vinse il tempo

Dopo più di duemila anni il poeta Ovidio torna a Roma attraverso un’affascinante mostra curata dalle Scuderie del Quirinale che, mediante opere d’arte e versi, ripercorre le tappe fondamentali della sua vita e del suo percorso poetico. Ho deciso di visitare la mostra perché ho amato Ovidio sin dai tempi del liceo, quando per la prima volta mi trovai davanti quei versi dinamici e al contempo leggeri. Sì perché Ovidio, per riprendere un’espressione di calviniana memoria, è in primis poeta della leggerezza, intesa come eliminazione di qualsiasi tipo di orpello del discorso e concettuale per far spazio al realismo delle forme, delle idee, della narrazione.

Ma è anche cantore e affabulatore quando ci trasporta in quell’affascinante mondo di miti senza tempo, creando figure concrete e reali, quasi umane.

Infine è un uomo che, nonostante l’infelice destino e la relegazione in una terra barbara, lontano dai fasti della sua amata Roma, riesce a sconfiggere il tempo attraverso la propria arte.

Il mio viaggio alla riscoperta del poeta inizia sulla scalinata delle Scuderie, dove mi si presenta di fronte un’enorme insegna che riporta: “Ovidio: Amori, miti e altre storie”. Il suo nome, scritto a caratteri cubitali e illuminato da una luce sottile ma viva, subito suscita in me la forte curiosità di saperne di più, di perlustrare ogni singola stanza e di farmi trasportare dall’emozione di assistere al connubio tra arte visiva e poesia, cosa che forse solo un amante di cultura classica può capire profondamente.

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La prima stanza contiene i manoscritti delle opere più note: ci sono gli Amores, la scandalosa Ars Amatoria e, prime fra tutte, le Metamorfosi. Sulle pareti è possibile leggere alcuni dei versi più belli evidenziati da colori vivaci e fluo: “Omnis amans militat”, “Nam placuisse nocet”, “Omnia mutantur, nihil interit”, “Quod cupio mecum est”, “Venus ventus temerarus”.

 

 

Il protagonista indiscusso è l’amore, che Ovidio concepisce in modo totalmente opposto e innovativo rispetto ai suoi contemporanei e alla morale del tempo imposta da Augusto. L’amore ovidiano è fusione tra corpo e anima, passione ardente, fuoco vivo, talvolta inganno mortale, talvolta fautore di nuova vita, capace di coinvolgere uomini e divinità senza alcuna distinzione.

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Procedendo nella sala successiva lo sguardo si ferma a contemplare le fattezze sinuose e armoniche della Venere Callipigia (proveniente dal Museo Archeologico di Napoli) che con leggera sensualità solleva il peplo lasciando scoperte le sue nudità e sembra essere ammirata e colpita con l’arco da un Eros vivace che le è posto accanto.

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Tutte le sale successive sono dedicate proprio alle divinità e alle loro nuove caratterizzazioni.

Gli dei ovidiani sono portatori di passioni e sentimenti comuni a quelli degli uomini e spesso li estremizzano suscitando fatali conseguenze. E così assistiamo a una Venere libertina e impudica che si diletta nei tradimenti con Marte, a Giove ingannatore e bugiardo dedito a meschini adulteri, ai figli di Latona, Apollo e Artemide, crudeli vendicatori che fanno strage dei figli di Niobe. È evidente che tale rappresentazione delle divinità principali del pantheon romano si scontrava con gli ideali moralizzanti di Augusto, che vedevano in Venere la progenitrice della gens Giulia, in Giove il padre austero degli dei e nei figli di Latona i portatori delle più alte virtù morali.

 

 

Proprio allo scontro col princeps è dedicata un’altra sala della mostra, dove le statue di Augusto e di sua moglie Livia, presentati nelle sembianze di Giove e Giunone, sovrastano fiere nella loro marmorea rigidità.

La parte più emozionante, però, è quella che porta alla scoperta delle Metamorfosi attraverso il racconto dei miti più affascinanti e commoventi. La narrazione inizia con i miti di Dafne, Io, Europa, Marsia, Leda per poi procedere al secondo piano con quella di altri miti tra cui: Fetonte, Icaro, Adone, Arianna, Ganimede.

Avanzo tra sculture, dipinti e vasi antichi che rappresentano ogni storia con un realismo toccante e a tratti struggente. Mi sembra a poco a poco di immergermi in un’altra dimensione e così osservo Dafne fuggire da Apollo e trasformarsi lentamente in alloro, sento la sofferenza di Io, imprigionata in un corpo bovino che non le appartiene, sono trascinata insieme ad Europa sul dorso del toro, mi rifletto nelle acque del fiume con Narciso. Non sono sazia di storie, sento il bisogno di conoscerne altre, così il mio passo si fa più rapido e mi ritrovo faccia a faccia con Arianna sofferente, abbandonata da Teseo e da lontano, sulla stessa traiettoria, noto Ermafrodito disteso che mostra tutta la bellezza del suo corpo di donna. Il mio sguardo poi si ferma su un dipinto che raffigura la morte di Adone e osservo Venere con gli occhi fissi al cielo, occhi vivi che incutono l’essenza della pietà e del dolore. Continuo il mio percorso e mi fermo a contemplare la storia d’amore di Piramo e Tisbe, i Romeo e Giulietta dell’antichità, poi arrivo nella stanza di Icaro e Fetonte, i due giovani che sfidarono il cielo, a cui Ovidio dedica le pagine più commoventi della sua opera.

 

 

La mostra è giunta quasi al termine, entro nell’ultima sala, quella di Ganimede. La storia del giovane, a cui Giove concesse l’immortalità rendendolo coppiere degli dei, si lega all’apoteosi del poeta e al tema dell’immortalità della poesia. Il dipinto di Nicolas Poussin, raffigurante il trionfo di Ovidio, chiude il mio viaggio.48214188_282876832416316_7258940973047087104_n

Nell’osservare Ovidio, cinto d’alloro, circondato dagli Eroti e da Venere, penso alla grandezza della sua arte. Di lui non ci restano ritratti ufficiali ma solo raffigurazioni, frutto di immaginazione o miniature di manoscritti medievali. Rifletto su questo e penso che in fondo cosa importa che il poeta abbia un volto se è la sua voce a perdurare nei secoli? Quella voce che ha vinto il suo tempo, l’odio di Augusto, l’esilio, le censure, la finitezza di qualsiasi cosa umana, riecheggia ancora oggi, forte e impetuosa per ricordarci che l’arte, la poesia e la bellezza sono in grado di raggiungere l’eternità, e come Ovidio dice al termine delle Metamorfosi:

“Con la parte migliore di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare: fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli, se sono veri i presentimenti dei poeti, vivrò della mia fama”.

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Arte Eventi Folklore

“Connettere il mondo con le storie che contano”: la World Press Photo Exhibition 2018 al PAN

Nel mare cristallino dell’arcipelago di Zanzibar quattro donne completamente vestite galleggiano stese a pancia in su, tenendo stretta sul petto una tanica di plastica vuota. Hanno gli occhi chiusi e l’espressione concentrata, mentre le loro vesti gialle ondeggiano leggere sul pelo dell’acqua azzurra. È una scena strana, attira l’attenzione e incuriosisce. La descrizione accanto rivela che lo scatto di Anna Boyiazis racconta lo svolgimento di un corso di nuoto rivolto alle donne: un corso di nuoto che si rende necessario perché la maggior parte delle donne non sa nuotare, dal momento che la cultura islamica conservatrice impone delle restrizioni e non esistono costumi da bagno considerati sufficientemente decorosi. Infatti, le donne ritratte sono coperte dalla testa ai piedi: è l’unica soluzione che permette loro di entrare in acqua e imparare a nuotare grazie all’apposito progetto locale, denominato Panje, “pesce grande”.

Tre fiori gialli coprono il volto di una ragazza avvolta in una veste magenta; altri tre ritratti mostrano ragazzine nigeriane con il volto coperto – dall’abito, dall’ombra, dalle proprie mani. Un gruppo di militanti islamici rapisce giovani donne che vanno a scuola, le cinge con cinture esplosive e le invia in luoghi affollati come arma da guerra. Il gruppo si chiama Boko Haram, traducibile con “l’istruzione occidentale è proibita”. Le ragazze immortalate da Adam Ferguson sono riuscite a scappare e a trovare aiuto.

Due anziani cinesi sorridono felici attorno a un tavolo ricoperto di farina e impasto fatto in casa. Un cagnolino si stiracchia sotto il tavolo, crogiolandosi alla luce di un raggio di sole che attraversa una finestra. Un altro raggio fende l’oscurità dell’ambiente ristretto, rivelando un piccolo letto, un mobiletto e un piano da lavoro sovraccarico. La fotografia di Li Huaifeng racconta un istante della vita serena di due fratelli all’interno della loro yaodong, un tipo antichissimo di abitazione della Cina centrale, scavata nel fianco di una collina. Le yaodong sono numerosissime nell’altopiano del Loess, la cui conformazione permette alle abitazioni di preservare un clima fresco in estate e caldo in inverno.

In Kenya sorge un rifugio per cuccioli di elefante gestito dagli abitanti del luogo, ex guerrieri Samburu. Gli elefanti vengono curati e accuditi fino al loro reinserimento nel proprio habitat naturale. Ami Vitale fotografa il momento in cui gli animali vengono nutriti, una tenera carezza, il dolce e colorato salvataggio di un cucciolo, e, infine, la dimostrazione del modo in cui fare un “bagno di terra” rivolto ai piccoli nuovi arrivati da parte di un elefante adulto.

Kadir van Lohuizen attraverso quattro scatti narra la gestione dei rifiuti in Nigeria, in Olanda, in Giappone e negli Stati Uniti. La produzione dei rifiuti sta aumentando in maniera esponenziale, tanto che non siamo più in grado di gestirli correttamente: di questo passo entro trent’anni gli oceani potrebbero arrivare a contenere più plastica che pesci, secondo il Forum Economico Mondiale.

È difficilissimo uscire dal Palazzo delle Arti Napoli senza avere la mente dominata da forti impressioni: donne che cercano di impedire lo sviluppo del seno delle proprie bambine per proteggerle dalle aggressioni, la vita spensierata di due ragazzine in un villaggio bioenergetico in Austria, il fragile ecosistema delle Galapagos, uomini e donne usciti per andare nel proprio ufficio londinese o ad un concerto in America, che si ritrovano invece, improvvisamente, vittime della follia omicida, sul ciglio della strada o a terra, tra un rivolo di sangue e il palco allestito.

Storie che riscuotono dal torpore a cui un’informazione superficiale acquisita passivamente può facilmente condurre. Attimi di una vita trascorsa in maniera difficile, o in maniera semplice, secondo le tradizioni del proprio paese o cercando soluzioni innovative per far fronte agli ostacoli: tutti gli scatti della World Press Photo Exhibition 2018 aprono la mente e donano un po’ di consapevolezza in più riguardo a ciò che succede nel mondo e al mondo, al di là della nostra porta. La mostra di fotogiornalismo durerà fino al 16 dicembre; visitarla è come fare un viaggio attraverso milioni di vite.

 

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Arte Eventi

Il giardino “segreto” di Monet: capolavori del Musée Marmottan Monet di Parigi

Complesso del Vittoriano – Ala Brasini di Roma

È il momento ideale, vedrete un giardino meraviglioso, ma dovete affrettarvi, fra poco tutto sarà sfiorito.

Georges Clemenceau.

Questa è la frase che ci ha accolto prima di addentrarci lungo il corridoio sulle cui pareti sono proiettate le immagini di ciò che hanno rappresentato per Monet il suo giardino e la sua casa a Giverny, le foto del presente e del passato e la loro trasposizione pittorica.115332904-41cc9f08-7fa0-4a61-b3bf-99d89cffbb4e

Superato “il viale dei ricordi” la mostra si rivela strutturata su più piani e più stanze che ripercorrono la vita e il processo artistico del padre dell’Impressionismo.

Monet trasformò la pittura en plein air in rituale di vita e – tra la luce assoluta e la pioggia fitta, tra le minime variazioni atmosferiche e l’impero del sole, tra le colorazioni ora sfumate ora sfavillanti – riuscì a tramutare i colori in tocchi purissimi di energia, riuscendo nelle sue tele a dissolvere l’unità razionale della natura in un flusso indistinto, effimero eppure abbagliante.

Per la prima volta sono state esposte al Complesso del Vittoriano queste cinquantasette opere, fra disegni e dipinti che illustrano l’evoluzione del percorso creativo di Monet, dagli anni giovanili a Le Havre alle ultime tele raffiguranti le Ninfee; si passa dalla sfera più intima e familiare con i ritratti dei suoi figli Michel e Jean, alle caricature di personaggi del mondo dell’arte, alle quali l’allora quindicenne Monet si ispirava per completare la sua formazione e con cui guadagnava i primi soldi e diventava quasi una celebrità nella sua città natale, Le Havre.

Eppure, nonostante il successo giovanile, Monet, per paura che i suoi quadri non fossero capiti dal pubblico, preferiva tenere nascoste molte delle sue opere. La sua ricerca, incredibilmente moderna, che ha influenzato generazioni di pittori successivi, non era colta in pieno dal pubblico francese: il sarcasmo suscitato nel 1874 dall’esposizione di “Impressione, levar del sole” è entrato nella storia, ma anche le sue Ninfee, dipinte tra il 1914 e il 1926, vennero criticate a lungo prima di essere innalzate al rango di icone.

Per tutta la vita Monet nutrì una grande passione per la pittura di paesaggio, anche dopo il suo trasferimento a Giverny nel 1883, continuò a viaggiare “a caccia” di soggetti passando per i paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville, e delle sue tante dimore, inclusa una parentesi in Liguria testimoniata in mostra dal dipinto del castello di Dolceacqua.

06_Dolceaqua_previewDurante il percorso espositivo passiamo per le nuvole dense di fumo dei treni, le luci soffuse, le metamorfosi cromatiche, il plumbeo cielo invernale e il candore della neve; per il Parlamento di Londra scuro, immerso in un triste crepuscolo, avvolto nel mistero e confuso con un cielo che si oscura riflesso sul fiume Tamigi; per i delicatissimi tramonti rosa e blu riflessi sulla costa, sulla valle e sul mare che si unisce e si mescola al cielo.

Non mancano foto che lo ritraggono orgoglioso e sereno nella sua proprietà a Giverny, acquistata nel 1890, di cui si dedicava a sistemare la casa e il giardino. In circa dieci anni il pittore compose un paesaggio su misura, una vera e propria opera d’arte, che dal 1897 diventò un soggetto pittorico. Lui stesso disse: “il mio giardino è l’opera d’arte più bella che io abbia creato”; e ancora: “sono in estasi, Giverny è una terra meravigliosa per me”.

Nonostante i gravi problemi di vista e l’anziana età, lo studio dei riflessi e dei paesaggi sull’acqua per l’artista diventò un’ossessione, da cui si lasciò totalmente assorbire fino alla sua morte nel 1926.

Dipinse tantissime ninfee, cambiandone sempre il punto d’osservazione, modificandole secondo le stagioni dell’anno e adattandole ai diversi effetti di luce che il mutar delle stagioni crea. E, naturalmente, l’effetto cambia costantemente, non soltanto da una stagione all’altra, ma anche da un minuto all’altro, poiché i fiori acquatici sono ben lungi dall’essere l’intero spettacolo; in realtà sono soltanto il suo accompagnamento. L’elemento base è lo specchio d’acqua il cui aspetto muta ogni istante come i brandelli di cielo che vi si riflettono, conferendogli vita e movimento.01_Ninfee_previewLa nuvola che passa, la fresca brezza, la minaccia o il sopraggiungere di una tempesta, l’improvvisa folata di vento, la luce che svanisce o rifulge improvvisamente, tutte queste cose creano variazioni nel colore ed alterano la superficie dell’acqua: essa può essere liscia e non increspata e poi, improvvisamente, ecco un’ondulazione, un movimento che la infrange creando piccole onde quasi impercettibili, oppure sembra sgualcire lentamente la superficie conferendole l’aspetto di un grande telo di seta spruzzato d’acqua. Lo stesso accade ai colori, al passaggio di luce, all’ombra, ai riflessi. L’acqua, essendo un soggetto così mobile e in continuo mutamento, per ogni momento che passa diventa qualcosa di nuovo ed inatteso. Per Monet diventò un problema estremamente stimolante a confronto con un punto fisso come può essere la silhouette di una città o un paesaggio immobile, a cui si dedicò per otto o nove anni.

In una delle sale della mostra è proiettato su uno schermo un video in bianco e nero, dove si vede l’artista dipingere nel suo giardino, completamente rapito da ciò che vede, sente e percepisce e concentrato nel cogliere l’attimo fuggente, o almeno la sensazione che lascia.

Da qui si passa per un altro corridoio sul cui pavimento è proiettato lo stagno delle ninfee. Camminiamo avvolti da questo blu e verde, fluttuando sospinti dal vento insieme alle ninfee e all’acqua con il suo dolce e delicato tintinnio, passando sotto un leggero ponte giapponese, sopra il quale crescono dei glicini, e circondato da alberi, tra cui un salice piangente, fino a giungere al giardino dei fiori.

Poco prima di morire, Monet sistemò un’ultima volta il cavalletto fra i cespugli fioriti della sua proprietà per dipingere la casa vista dal viale delle rose, di cui immortalò il pergolato di fiori rampicanti in una serie di tele autonome note con il titolo generico di “Viale del roseto”.

08_Le_Rose_previewProprio nell’ultima sala vi sono due pannelli monumentali del 1919-1920 che raffigurano i glicini “grappoli bianchi e malva, di un malva lieve che sembra dipinto con l’acquarello” (Marc Elder).

115332721-94cb6231-c7f6-4bd5-b33b-e833164a39e6La mostra termina con un capolavoro di Monet che si pensava perduto per sempre a causa di un incendio avvenuto nel 1958 all’interno del Museum of Art di New York. Dopo oltre cinquant’anni grazie ad un progetto internazionale di Sky Arte HD, “Il Mistero dei Capolavori Perduti”, è stato riportato alla luce “Water Lilies” (1914-1926). La ri-materializzazione dell’opera è stata affidata a un team di esperti, artisti, tecnici e conservatori d’arte che ha lavorato con mezzi digitali e tradizionali restituendo una riproduzione altamente accurata dell’originale.

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Arte Eventi Letteratura

“Ogni libro può essere salvato”: quando la Biblioteca custodisce uno spazio speciale

La restauratrice taglia il filo di cotone che tiene unito il libriccino e delicatamente stacca un bifolio alla volta, disponendoli uno accanto all’altro sul largo tavolo di legno. L’ambiente del laboratorio di restauro della Biblioteca Nazionale di Napoli è freddo, umido com’è tipico dei palazzi antichi con mura spesse e alte.

Nel silenzio calmo e attento del gruppo di visitatori i gesti della restauratrice accompagnano la spiegazione della pratica di pulitura di un piccolo codice piuttosto recente. Le pagine, depositate in una vasca e immerse in acqua deionizzata – soluzione necessaria per eliminare le impurità accumulatesi nel corso del tempo – dovranno rimanere lì il tempo necessario affinché il processo sortisca i risultati sperati.

Pazienza e cura sono gli elementi preponderanti che caratterizzano tale attività: bisogna concedere tempo e attenzione per permettere a questi libri di guarire, lo stesso tempo e la stessa cura che sono stati necessari per realizzarli. Nella descrizione dei processi, nella volontà di mostrare ai visitatori i libri restaurati, emerge una grande passione per il lavoro che viene svolto in questo laboratorio; non è importante che per la restaurazione di un solo libro siano stati impiegati quattro mesi, quello che conta è essere riusciti a recuperare la maggior parte dell’opera originale, sia che si tratti di una copertina in pergamena, sia che si tratti di una qualsiasi pagina del libro.

Un altro restauratore in camice bianco, che fino a quel momento ha seguito il gruppo in silenzio, prende la parola dinanzi a un grande foglio stampato, un censimento con decorazioni colorate e dorate, e con perizia mostra il processo di copertura di una lacuna; spinge un interruttore e illumina il tavolo da lavoro: come una radiografia, appaiono subito visibili le fibre del foglio, lungo le quali viene posta la carta giapponese dello spessore giusto.

Seguire con lo sguardo il pennello che incolla minuziosamente la carta giapponese sullo spazio vuoto, piccolo danno creato dal tempo, dall’incuria o magari da un topolino, è davvero affascinante. Appare chiaro, osservando l’attenzione e la perizia con cui tutte le operazioni vengono eseguite, che questo lavoro necessita in primo luogo d’amore per il materiale sul quale si va a intervenire; non esistono i verbi tagliare o eliminare, ma solo salvare e ricostruire.

Come un’antica tessitrice, quasi con la stessa pazienza e perseveranza che ebbe Penelope nel tessere la sua tela, il restauratore, sedutosi dietro una macchina lignea per la cucitura dei fascicoli, mostra al gruppo la differenza tra la cucitura con lo spago, posto lungo le linee dei nervi del codice, e con le fettucce, metodo per libri più recenti.

Il gruppo si dispone attorno al tavolino con il telaio e osserva la precisione armoniosa dell’operazione di cucitura. I fascicoli, assicurati ad alcune cordicelle verticali, sono cuciti con il filo che passa attraverso i forellini della legatura precedente; anche in questo caso si cerca di rispettare l’antica condizione del testo, andando ad adoperare gli stessi fori e non creandone di nuovi.

Il restauratore conduce poi il gruppo a un altro tavolo, sul quale sono sparsi strumenti per l’incisione, aghi, fili di cotone, materiali cartacei di colori diversi, pergamene dalle naturali sfumature variegate, cartoncini neutri per i piatti, bisturi, pennelli e tanti strumenti che catturano lo sguardo dell’appassionato.

A questo tavolo l’uomo illustra le fasi di creazione di un capitello e l’incisione di un carattere. Anche quando qualcosa viene ricreato ex novo i parametri adoperati sono sempre quelli del rispetto del materiale originale; così, per la ricostruzione di un capitello, si adopera il filo di cotone dello stesso colore degli altri libri della medesima collezione.

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Infine, un contenitore sulla scrivania attira l’attenzione del gruppo e, a seguito di qualche domanda incuriosita, viene aperto: fogli di un’antica carta topografica di Napoli e dei suoi dintorni vengono rivelati tra lo stupore generale. La voce profonda del restauratore spiega che quelle tavole settecentesche sono state realizzate da Giovanni Carafa, duca di Noia.

Mostrando al gruppo il lavoro svolto, il restauratore specifica che per i criteri topografici odierni quelle tavole non sono più utili, ma racchiudono in sé un patrimonio inestimabile che permette a noi oggi di leggere e vedere com’era concepito lo spazio nella Napoli del 1775. Colpisce inoltre come un lavoro di tal genere, che nella visione moderna appartiene a un settore tecnico, sia stato adornato con decorazioni ricche e minuziose.

Avere la possibilità di ammirare tali operazioni consente di apprezzare ancora di più il valore del lavoro eseguito per riportare nelle condizioni migliori i testi contenuti nelle nostre biblioteche; un approccio che alla base ha un profondo rispetto sia per il contenuto che per la struttura materiale dei volumi stessi.

Il libro è trattato come un essere vivente dotato di un corpo e un’anima; il lettore apprezza e si concentra principalmente su quest’ultima, rappresentata dal contenuto, perché è lì che si trova la storia. In realtà ogni libro racconta almeno due storie: quella che è possibile leggere all’interno e quella che deriva dal suo “corpo”; ogni piega, ogni traccia sulla copertina, ogni simbolo sul dorso, ogni dedica o annotazione sul foglio di guardia raccontano una storia che è arrivata fino a noi proprio perché è stato operato un lavoro di conservazione sul materiale.

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Il laboratorio di restauro della Biblioteca Nazionale di Napoli è uno dei pochi laboratori pubblici ancora attivi in Italia che si adopera affinché anche le generazioni future abbiano la stessa fortuna che è stata concessa a noi: quella di poter conoscere tutto l’universo che ogni libro racchiude in sé.

Così, questo viaggio organizzato da Napoli Città Libro giunge alla fine del percorso tra i pennelli, i fogli e i fili di cotone. I restauratori lasciano il gruppo con l’omaggio di un segnalibro e di un’esperienza meravigliosa alla scoperta del durissimo lavoro che si cela dietro ai libri che ogni giorno sfogliamo e ai testi più antichi che di tanto in tanto consultiamo o ammiriamo.

 

Chiara Cortese e Maria Rosaria Di Napoli.

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Arte Teatro

Il teatro come universo di artisti: i costumi e le scenografie della lirica in mostra

La nostra carrozza ci fa scendere al Museo di Roma a Palazzo Braschi in Piazza Navona, nel cuore della città rinascimentale e barocca. Saliamo la scalinata di marmo fino al primo piano, poi ci accomodiamo in sala, ognuno al proprio posto.

La tenda di velluto rosso è scostata. Dietro le quinte si percepisce agitazione ed eccitazione; la cantante si sta preparando per lo spettacolo ed è fremente, sta facendo degli esercizi per riscaldare la voce. Noi altri costituiamo il pubblico, ma il nostro ruolo è duplice: siamo spettatori e allo stesso tempo visitatori.

In seguito, lungo il percorso espositivo veniamo accompagnati da una suggestiva colonna sonora, composta da alcune delle più celebri musiche liriche.

Ripercorriamo la storia dell’Opera di Roma seguendo i grandi titoli del nostro teatro lirico, ma scoprendo anche perle “minori”. La musica è affiancata anche dai prodotti del genio di artisti eccezionali che si sono dedicati ai costumi, alla scenografia e alla regia.

La mostra Artisti all’Opera – dal 1880 al 2017, inaugurata il 17 novembre 2017 e prorogata fino al 18 marzo 2018, consiste infatti in una raccolta affascinante di musiche, video, bozzetti, figurini, maquettes e abiti di scena.

Abiti di scena

Tutto ebbe inizio con il debutto di Cavalleria rusticana, l’opera di Pietro Mascagni del 1890. Il successo immediato contribuì a forgiare l’identità culturale del teatro romano, che divenne il tempio dell’Opera Verista.

Successivamente, un’altra grande opera fu la Tosca di Giacomo Puccini, la quale però al suo debutto nel 1900 non fu accolta con favore dal pubblico e dalla critica, che non apprezzarono gli estremi elementi del dramma verista: descrizioni brucianti e scene violente che culminavano, alla fine del II atto, nell’uccisione di Scarpia. Il tempo, però, ne avrebbero poi determinato il successo, facendone una delle opere più rappresentate al mondo.

A fine Ottocento il Teatro dell’Opera di Roma aveva il nome di Teatro Costanzi; solo quando il Comune di Roma lo acquisì, nel 1928, il Teatro prese il nome che conserva ancora oggi.

Durante la mostra si passa dagli abiti inusuali, con colori accesi e motivi grafici di Picasso, ai grandi fondali e ai costumi veneziani, con richiami onirici di De Chirico; dal tratto sognante ed elegiaco e da un assoluto perfezionismo nell’esecuzione sartoriale dei costumi di Lila De Nobili, agli abiti di grandi stilisti italiani come Giorgio Armani e Alberta Ferretti.

Pablo Picasso, costumi per Il cappello a tre punte, 1954
Pablo Picasso, costumi per Il cappello a tre punte, 1954
Giorgio De Chirico, fondale per Otello, 1964
Giorgio De Chirico, fondale per Otello, 1964

Luchino Visconti tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento fece il suo debutto all’Opera di Roma con Don Carlo: ne curò la regia, le scene e i costumi. Come scrisse Giorgio Vigolo:

tutto sembra essere avvenuto sotto l’insegna del fasto. La sontuosità prorompeva anche dai costumi cinquecenteschi in lamé, in velluto, mantelli bordati di pelliccia, candide gorgiere, pizzi e mantiglie, galloni dorati. Una galleria di figure che sembravano uscire da El Greco o da Velázquez”.

Luchino Visconti, maquette per Don Carlo, 1965
Luchino Visconti, maquette per Don Carlo, 1965

Ad affiancare il maestro uno dei suoi più celebri allievi, Franco Zeffirelli, che si dedicò alle scenografie e successivamente anche ai figurini.

La selezione degli abiti di scena vuole mettere in evidenza da un lato il genio degli artisti che tratteggiano forme e colori sul figurino, rispondendo non soltanto al gusto personale ma anche alle esigenze dettate dal libretto, dal coreografo, dalle economie; dall’altro vuole sottolineare il lavoro della sartoria teatrale, che trasforma il disegno in realtà. A questi hanno lavorato i più grandi costumisti italiani, da Caramba a Maurizio Millenotti, passando per Titina Rota, Danilo Donati, Piero Tosi, Pierluigi Samaratini, Luisa Spinatelli, Gabriella Pescucci, Pierluigi Pizzi e Franca Squarciapino.

L’essenziale collaborazione con il mondo dell’arte e con gli artisti che lo animano, non si è conclusa con l’avvio del nuovo millennio, che ha visto anzi il Teatro dell’Opera intraprendere progetti sempre più complessi e ambiziosi. Ne è per esempio prova La Traviata, con la regia di Sofia Coppola e i costumi di Valentino, che ha segnato il record d’incassi nella storia del teatro e ha messo d’accordo il cinema e la moda sotto il segno di Verdi.

Valentino, costume per la Traviata
Valentino, costume per La Traviata, 2016

Si tratta di progetti innovativi e collaborazioni con i più prestigiosi teatri del mondo che guardano al Teatro dell’Opera di Roma come a un interlocutore di primo piano.

 

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Arte Letteratura

Ogni vita è un viaggio tra arte e amore

Un filo rosso sgomitolato che si dipana in volute e spirali è l’immagine rappresentata sulla copertina di Ogni storia è una storia d’amore di Alessandro D’Avenia, la cui lettura si svolge seguendo proprio questo filo, cercando di sciogliere i nodi che via via si formano e provando a raggiungere la matassa da cui ha avuto origine.

Il filo narrativo è il racconto mitico di Orfeo ed Euridice, tratto dal X libro delle Metamorfosi di Ovidio, che con i suoi sublimi esametri ripropone una delle tante versioni di questa storia d’amore e morte, di gioia per le nozze che si stanno per celebrare, ma anche di dolore per l’improvvisa morte di Euridice; è un racconto che descrive la discesa agli Inferi di un uomo ancora in vita, Orfeo, e l’ascesa dello stesso, solo dopo essere morto, verso i Campi dei Beati dove si ricongiungerà con la sua Euridice.

Il mito non è narrato per esteso ma diviso in dieci “soste” che intervallano trentasei racconti di donne in carne e ossa, le cui vicende, sebbene storicamente ambientate nelle epoche più disparate, sono legate da un altro filo, che è il filo tematico di tutto il libro: quello dell’amore. Quindi se il mito è pausa, momento di sublimazione della riflessione amorosa, i trentasei racconti, divisi in triadi, sono dedicati alle donne che sono state protagoniste di queste vicende in cui il filo dell’amore si è intrecciato indissolubilmente a quello dell’arte, della storia e della vita.

Dunque è attraverso degli exempla che si svolge questo viaggio che, pur avendo come protagonista il sentimento più trattato, cantato e idealizzato, risulta ancora originale e incomprensibile nella sua interezza; l’amore è movimento, scintilla creativa che ha acceso e bruciato, in alcuni casi, la vita e le opere di queste donne e di questi uomini, che questo sentimento non lo hanno solo vissuto, ma sublimato ed elevato oltre lo spazio e il tempo quotidiano e hanno finito per portarlo verso qualcosa che è infinito e incompiuto. Così da una serie di “casi particolari”, di vicende biografiche e letterarie, la riflessione, che l’autore propone e il lettore accoglie, è universale.

Per permettere ciò le trentasei storie non sono raccontate con la voce dei protagonisti, ma sempre da una terza persona, un narratore fuoricampo onnisciente, che prima, nelle vesti di spettatore, ha assistito alla vicenda e ora, come narratore, cerca di dipanare per il lettore i fili intrecciati di queste storie. Si tratta di una modalità narrativa particolare perché consente al lettore di avere la giusta distanza per immedesimarsi pur rimanendo se stesso, come doveva accadere agli spettatori che assistevano alle tragedie nell’Atene di V sec. a.C., che, con la visione di tali spettacoli, giungevano alla catarsi delle loro emozioni.

Così il marito di Fanny Brawne racconta di come in cinquant’anni di matrimonio con la donna non riuscì mai a eguagliare la sublimazione perfetta di un amore mai vissuto tra lei e il poeta John Keats; l’agente di Scott Fitzgerald è lo spettatore e narratore della scintilla che accese e bruciò la storia d’amore e arte di quest’ultimo con sua moglie Zelda; Luina Czechowska, che era stata una delle modelle di Amedeo Modigliani, descrive la storia di due anime che si intrecciarono così tragicamente e saldamente da non poter distinguere più quali fossero gli occhi di Jeanne Hébuterne e quali quelli di Modì; Doris, sorella dell’attrice statunitense Constance Dowling , racconta  di come Cesare Pavese fu distrutto da quell’amore mal ricambiato, che fu per lui grande fonte di ispirazione, tanto da dire: “Le poesie sono venute con te e se ne vanno con te”; alla stessa fonte prima di Pavese aveva bevuto già Leopardi quando, non ricambiato da Fanny, produsse il Ciclo d’Aspasia, com’è raccontato da Antonio Ranieri, l’amico che gli fu vicino fino alla morte; al poeta Paul Claudel è demandato il compito di raccontare l’amore e il disamore, scolpiti nella pietra, della sorella Camille e di Auguste Rodin; mentre nelle lettere al fratello Theo si legge la storia d’amore e salvezza tra Van Gogh e una prostituta chiamata Sien, che ebbe esito tragico.

 

 

Queste storie, come le altre contenute nel libro, dove amore, disamore e arte si intrecciano, sembrano rimanere aperte e sospese: spesso l’autore conclude la narrazione con una domanda e in ogni capitolo si cerca la risposta al quesito posto al principio del viaggio: “L’amore salva?” .

Potrebbe sovvenire un’ulteriore domanda: “si possiede il giusto coraggio per salvare ed essere salvati?”. Da queste storie paradigmatiche, infatti, emerge con chiarezza che la prima componente fondamentale per amare è rinunciare al disamore, cioè all’egoismo e al desiderio di possedere l’oggetto amato, che appunto non dev’essere considerato oggetto, ma soggetto; il percorso per riconoscere il proprio disamore è impervio e necessita di un’analisi introspettiva che comporta una rivalutazione di tutti i parametri sui quali si sono basati i rapporti, è un viaggio che si deve intraprendere con coraggio e che necessita di un grande sforzo. Chi si incammina lo fa perché messo in moto dall’amore stesso che per sua natura è il sentimento produttivo per eccellenza; infatti, in queste storie d’amore si evince in modo tangibile cosa l’amore può produrre e come sia capace di sconfiggere il tempo e la morte: perché i versi di Pavese, i volti di Modigliani, i film di Fellini e i cieli stellati di Van Gogh sono frutto d’amore, di un fare produttivo che ha come base e motore propulsivo un sentimento che insegna l’arte e la vita.

Il mito di Orfeo ed Euridice chiarisce ancora meglio questo percorso: quando Orfeo scende negli Inferi per riportare indietro Euridice affronta la morte attraverso la sua arte, la blandisce con il suo canto; usa un trucco, è protetto dalla sua arte e si fa forte su questa, la quale però, per alimentarsi, userà proprio il dolore. Orfeo, infatti, contravvenendo agli ordini, si gira a guardare Euridice proprio poco prima di ritornare sulla Terra e la perde di nuovo, ma con quel dolore nutre la Musa che lo ispira e compone qualcosa di meraviglioso, tanto da suscitare l’invidia di chi non potrà produrre mai un canto così bello, ispirato da un dolore tanto grande. Orfeo muore per cantare Euridice e solo in questo modo, rinunciando a se stesso e alla cetra che lo proteggeva, può incontrare nuovamente Euridice non negli Inferi ma nei Campi dei Beati. Quella di Orfeo è una rinuncia di sé che è allo stesso tempo riaffermazione di sé, un sé ormai imprescindibile da quello di Euridice.

Bisogna fare attenzione a non ritenere che questo modo d’amare e la possibilità di intraprendere tale percorso sia fattibile solo per chi è ispirato dalla Musa: è sufficiente leggere la storia di Giulietta Masina e Federico Fellini per capire che lei, in quanto protagonista della sua vita, lo è stata anche delle sue opere d’arte; l’attrice, infatti, è in qualche modo presente persino nei film da lui girati in cui non ha recitato, in quanto forse l’unica in grado di decodificare le immagini visionarie che il regista realizzava.

Di natura molto simile è il rapporto tra Alma Reville e Alfred Hitchcock, rapporto che lui ha voluto celebrare in occasione dell’Oscar alla carriera con una delle dichiarazioni d’amore, ma soprattutto di stima, più belle in assoluto: “Lasciatemi ricordare per nome solo quattro persone che mi hanno dato il massimo affetto, stima, incoraggiamento e costante collaborazione. La prima delle quattro è una montatrice, la seconda è una sceneggiatrice, la terza è la madre di mia figlia, Pat, e la quarta è una cuoca capace di miracoli mai compiuti in una cucina casalinga. E si chiamano tutte Alma Reville“.

Testimonianza di quanto la vita sia il vero motore propulsivo e sublimante dell’arte è la storia di J. R. R. Tolkien e sua moglie Edith M. Bratt. Lo scrittore combatte e attraversa mille vicissitudini e traversie per la sua donna, le stesse che farà attraversare ai protagonisti dei suo romanzi, sottolineando un concetto importantissimo che rivoluziona completamente l’idea d’amore romantico: in una lettera indirizzata al figlio, infatti, Tolkien scrive che le donne sono “compagne nelle avversità” e non “stelle-guida“.

Questi tre racconti esemplari permettono di ritrovare il bandolo della matassa: i nomi delle donne che danno i titoli ai vari racconti non sono ideali romantici lontani e immaginifici, ma eroine che hanno agito fortemente per le loro storie a prescindere dal finale. Dunque ogni storia d’amore è realizzata da eroi ed eroine e, prendendo in prestito i versi da un’altra opera ovidiana,  Amores I, 9: “ogni amante è un soldato e Amore ha i suoi accampamenti; veglia, viaggia anche attraverso monti e fiumi ingrossati, e ha un coraggio senza limiti“.

Il coraggio qui richiesto è quello delle azioni quotidiane nelle quali si realizza e dalle quali trae la sua forza. Così, anche l’amore non nasce nell’arte ma genera l’arte dall’esperienza quotidiana, perché, prima che amore, l’arte è vita; l’amore permette solo la sublimazione di entrambe.

Così concludeva una sua poesia Alda Merini, per la quale amore e arte furono la stessa cosa:

Ecco,
fate l’amore e non vergognatevi,
perché l’amore è arte,
e voi i capolavori.

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Arte Eventi

Sulle orme del maestro Hokusai

La mostra temporanea in onore del celebre artista giapponese Katsushika Hokusai si trova nell’area espositiva del Museo dell’Ara Pacis a Roma.

Superate le tende dell’ingresso ci si ritrova in un mondo a sé e ci si dimentica totalmente di essere nel centro di una metropoli caotica, a ridosso di una delle strade dello shopping più famose. Nell’area si percepisce una tranquillità e una serenità assoluta, un silenzio che si potrebbe definire zen.

Passo dopo passo viene presentato un mondo idilliaco in cui l’uomo da una parte vive e lavora in armonia con la natura, dall’altra ne è a tratti sopraffatto. Il visitatore riceve le prime impressioni sull’arte del Maestro Hokusai da questo “mondo fluttuante” e dai suoi viaggi attraverso il Giappone. Più ci si addentra nella mostra e più cose si vengono a sapere su di lui e su quel paese che tanto ha colpito ed influenzato molti artisti europei.

Nella prima sala vi sono i ponti e le cascate più famose del Giappone. Proseguendo, nella sala successiva, di ampiezza maggiore, si è circondati dalla serie delle Trentasei vedute del Monte Fuji; su una parete dorata vi sono alcune delle opere più conosciute, come La grande onda presso la costa di Kanagawa e Giornata limpida col vento del sud (o Fuji Rosso).

La [grande] onda presso la costa di Kanagawa, dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji
Katsushika Hokusai La [grande] onda presso la costa di Kanagawa, dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji, 1830-1832 circa Silografia policroma Kawasaki Isago no Sato Museum
Giornata limpida col vento del sud (o Fuji Rosso)
Katsushika Hokusai Giornata limpida col vento del sud (o Fuji Rosso), dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji, 1830-1832 circa Silografia policroma Kawasaki Isago no Sato Museum

Gli uomini sono raffigurati ovunque, prevalentemente in primo piano rispetto al vulcano che pur essendo il protagonista delle vedute spesso appare lontano. Bisogna cercarlo bene perché in alcune stampe sembra nascondersi dietro agli alberi oppure dietro a un ponte; nell’Onda sparisce quasi, sommerso dall’acqua che si solleva per infrangersi con degli artigli che fanno paura.
In una teca di vetro al centro della sala vi è un dipinto su rotolo del Monte Fuji, presentato per la prima volta in Italia e in anteprima assoluta.

Il Monte Fuji al tramonto
Katsushika Hokusai Il Monte Fuji al tramonto, 1843 Dipinto su rotolo, Collezione privata

Per la prima volta nel nostro paese anche le opere dell’allievo non diretto Keisai Eisen, che pur traendo ispirazione da Hokusai per il paesaggio, realizzò creazioni completamente nuove e originali combinando il genere del paesaggio e quello dei ritratti di beltà in un’unica immagine, riflesso della vivacità culturale di Edo (nome dell’attuale Tokyo), del mondo seducente dei quartieri di piacere e in particolare della bellezza delle cortigiane e dei loro preziosi kimono.

Yamashita in Shitaya e Kōriyama in Ōshū dalla serie Paragoni di luoghi famosi nelle province
Keisai Eisen Yamashita in Shitaya e Kōriyama in Ōshū dalla serie Paragoni di luoghi famosi nelle province, 1818-1830 circa Silografia policroma, 38,0 × 25,7 cm Chiba City Museum of Art

Dal 1830, a seguito dell’introduzione del blu di Prussia, Eisen indirizzò la sua produzione verso la realizzazione di stampe con solo inchiostro blu (aizuri-e), caratterizzate dall’eccellenza delle gradazioni tonali eseguite nel formato del trittico e del ventaglio rotondo.

Momongawa dalla serie: Aspetti dello stile moderno
Keisai Eisen Momongawa dalla serie: Aspetti dello stile moderno, 1830-1844 circa Silografia policroma, 37.3×24.4 cm Chiba City Museum of Art

A confronto con le opere di Hokusai sono proposti anche diversi dipinti su rotolo dei suoi allievi Katsushika Hokumei, Teisai Hokuba, Ryūryūkyo Shinsai, Gessai Utamasa e Totoya Hokkei, che rivelano come medesimi soggetti codificati fossero reinterpretati dai diversi autori in termini figurativi del tutto originali e personali. Sia Hokusai che Eisen furono di ispirazione per tutti quegli artisti di fine Ottocento influenzati dal Japonisme, tra i quali Van Gogh, che in una delle lettere indirizzate al fratello scrisse:

“Quello che invidio ai giapponesi è l’estrema limpidezza che ogni elemento ha nelle loro opere. Le loro opere sono semplici come un respiro, e riescono a creare una figura con pochi, ma decisi tratti, con la stessa facilità con la quale ci abbottoniamo il gilet. Ah, devo riuscire anch’io a creare delle figure con pochi tratti.”

La mostra si conclude con la sezione Manga, un compendio in inchiostro nero con qualche tocco leggero di vermiglio, con il quale il Maestro trasmise le regole della pittura ad artisti ed appassionati.

Carpa e tartaruga
Katsushika Hokusai Carpa e tartaruga, 1839 Dipinto su rotolo, 99×35.5 cm (127.1 × 53.3 cm dimensioni totali) Collezione privata

Grazie all’enorme abilità di Hokusai, durante il percorso espositivo si passa da paesaggi ad animali semi-leggendari, da attori kabuki a beltà femminili, da guerrieri a spiriti, ogni soggetto realizzato grazie a svariate tecniche e diversi formati, come dipinti a inchiostro e colore su rotolo verticale e orizzontale, silografie policrome di ogni misura e surimono (biglietti augurali, inviti, calendari per eventi e libretti per teatro).

Eppure, come si apprende da Bruno Munari, Hokusai fu tutto questo e molto altro:

“Hokusai non era soltanto un pittore. Aveva curiosità leonardesche, si interessava di architetture, di macchine strane, di costumi, si divertiva a fare strabilianti caricature (io l’ho conosciuto quando lui era già andato a curiosare nell’altro mondo). Grazie caro amico, grazie del tuo insegnamento allegro”.

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Postcards from Paradise: un’alienante perfezione

Entrando nella sala di Castel dell’Ovo, che ospiterà fino al 9 gennaio 2018 la mostra dell’artista Silvia Papas, si avverte un gelo surreale; a essere surreale non è il tema rappresentato nei venti quadri esposti, ma lo spiazzante realismo che queste opere contengono. Su sfondi urbani che richiamano varie realtà, quali Napoli o New York, si stagliano figure femminili bellissime e sensuali che, come sottolinea la curatrice della mostra Maria Guida, sono debitrici, nella loro rappresentazione, dell’evoluzione che la figura femminile ha avuto nell’arte e nella cultura (dalla Salomè di Klimt alla Rihanna di Damien Hirst).

Queste donne spiccano per i colori accesi e caldi dei loro abiti e accessori, su uno sfondo cittadino caotico e in movimento, che le rende evidenti ancora di più perché dipinto con varie tonalità di grigio; quello che colpisce da subito è il contrasto non solo dei colori tra le figure e l’ambientazione, ma anche quello tra la vivacità degli abiti e l’opacità degli sguardi. Tutta la vitalità, la forza e il calore che ci aspetteremmo di trovare in uno sguardo è reso unicamente dagli abiti.

 

In queste Postcards from Paradise, titolo volutamente provocatorio, l’artista sembra mettere in risalto quello che tutti, o quasi tutti, oggi vorremmo: bellezza, successo e  perfezione, ma esteriori, assolutamente e inesorabilmente artefatti. Queste figure non traboccano di felicità per una vita di successo, o di gioia per un obiettivo raggiunto, o, ancora, di serenità per un momento in famiglia; dallo sguardo traspare una profonda solitudine e dai gesti una costante ricerca di qualcosa celata da un’ostentata sicurezza di sé.

 

L’artista, attraverso il suo punto di vista, mostra allo spettatore qual è il modello femminile imperante oggigiorno, o, più in generale, si potrebbe dire il modello umano.
Guardando questi ritratti risulta surreale l’immediatezza del riconoscervi una gestualità familiare, effettivamente impiegata nella quotidianità; si può comprendere, così, come sia proprio l’esasperante ricerca di differenziazione che, a ben vedere, omologa tutti.

Nell’osservare i dipinti, realizzati come foto o cartelloni pubblicitari, quindi incentrati sull’esteriorità, la riflessione che ne deriva è invece tutta introspettiva: senza indulgere in stereotipati moralismi, in queste opere non c’è una condanna alla bellezza, al culto del bello o alla volontà di essere esteriormente belli, piuttosto uno stimolo a riflettere su cosa si debba intendere per bellezza.

Gli antichi Greci usavano il nesso καλὸς καὶ ἀγαθός (kalòs kai agathòs), per indicare la bellezza e il possesso delle virtù, un nesso imprescindibile per la cultura greca, volto a indicare che a qualità esteriori devono corrispondere pari qualità interiori. Forse dovremmo puntare a questo: considerare che una foto è e rimane solo una foto, che per quanto bella sia, non potrà mai contenere le infinite sfumature, i mille pensieri e le preoccupazioni che caratterizzano l’essere umano; non potrà mai definirci nella nostra interezza e complessità. Proprio in virtù di una tale complessità nessun individuo può essere uguale a un altro e non dovrebbe nemmeno tentare di esserlo andando a eliminare tutte quelle particolarità che lo rendono speciale; riducendo la complessità individuale e mirando all’omologazione l’accettazione è sicura, ma la personalità di ognuno è alla deriva.

 

Hjalmar Soderberg scriveva:

Vogliamo essere amati.
In mancanza di ciò, ammirati
in mancanza di ciò, temuti
In mancanza di ciò, odiati e disprezzati.

Vogliamo suscitare negli altri qualche sorta di emozione.
L’anima trema davanti al vuoto
e ha bisogno di un contatto a ogni costo“.

L’eccezionale bravura dell’artista risiede proprio nella capacità di ritrarre ciò che tutti “guardiamo” ogni giorno, ma che, filtrato dalle sue opere, diventa un “vedere”, portando a una domanda fondamentale: “l’immagine che offriamo al mondo di noi stessi rappresenta appieno e davvero il nostro io?”.

 

 

 

 

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Pompei@Madre. Materia archeologica: un dialogo artistico tra due epoche

“L’unica via per noi di diventare grandi e, se possibile, insuperabili è l’imitazione degli antichi”. Questa affermazione. con cui J. J. Winckelmann nel Settecento canonizzava la perfezione del mondo antico, porta ancora oggi a domandarsi se effettivamente qualsiasi produzione artistica successiva a quell’epoca aurea abbia dovuto in qualche modo emulare il mondo antico per riuscire almeno a sfiorare quella grandezza senza tempo.

La mostra Pompei@Madre. Materia Archeologica, inaugurata sabato 18 novembre al museo Madre di Napoli, non mette in scena una semplice imitazione o ripresa da parte delle molteplici correnti artistiche che si sono avvicinate a tutto ciò che l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ha conservato, a partire proprio dalla scoperta del sito pompeiano nel 1748, ma un dialogo in diacronia tra la materia artistica contemporanea e quella archeologica.

Museo Madre Opening 2
Le varie sezioni artistiche, che si snodano attraverso quasi tutto il museo, concentrandosi in maniera preminente al terzo piano, non sono realizzate seguendo un criterio cronologico nell’esporre alcuni dei resti provenienti da Pompei, parte del materiale di studio derivato dalle campagne di scavo e riproduzioni d’arte moderna e contemporanea, ma mettendo in luce i molteplici punti di vista attraverso i quali è possibile guardare e riprodurre un singolo evento.

Museo Madre Opening

Il visitatore, così, si troverà ad osservare gli scatti di Victor Burgin con la sua teoria delle colonne di Basilica I e Basilica II e al centro la colonna spezzata di Maria Loboda, che dissacra il concetto stesso di colonna e la sua funzione portante, a dimostrazione di come l’elemento emblematico dell’arte antica possa essere osservato e reinterpretato in svariati modi.

 

 

Legata ancor più al concetto secondo cui l’arte ha il potere di far rivivere un singolo evento infinite volte e di mostrarlo in infiniti modi è la sezione centrale della mostra,  dedicata alla rappresentazione dell’eruzione del Vesuvio.
Posti in maniera speculare, da una parte il famoso Vesuvius di Andy Warhol in modo colorato e vivace, dall’altra con toni cupi e drammatici Eruzione del Vesuvio dal ponte della Maddalena di P. J. Volaire, offrono due letture opposte del medesimo evento, ma entrambe evocative e spiazzanti: questo è il potere dell’arte.

 

In un percorso in cui l’arte ricrea continuamente se stessa e non è relegata al semplice e riduttivo compito di evocare o portare alla memoria qualcosa, anche un elemento caratteristico delle ville sub-urbane di I secolo d.C., quali gli Hortii pompeiani, è ripreso in modo tale da offrire al visitatore l’idea che l’arte abbia la capacità di fiorire in maniera del tutto originale sia su un terreno su cui prima ci sono state altre colture – o culture, sia su un terreno del tutto nuovo.

 

Dunque ogni espressione artistica appartiene a chi la produce e a chi ne usufruisce; ogni visitatore vedrà qualcosa che un altro non può vedere, un filo, una connessione tra le varie opere che è da una parte pubblica, perché sotto gli occhi di tutti, e dall’altra personale, perché legata a parametri interpretativi propri di ognuno.

Come a voler coronare questo percorso fatto di richiami tramite opposizioni e analogie, sulla splendida terrazza del museo una tra le opere esposte si ricollega proprio al principio di dialogo, un dialogo che l’arte deve avere con se stessa in diacronia e sincronia ma anche con altre forme artistiche “Il mare non bagna Napoli” , opera visiva di Bianco-Valenti del 2015, riprendendo il titolo di un famoso libro di Anna Maria Ortese, esprime il modo in cui un’opera d’arte, che ha come suo canale di trasmissione privilegiato la vista, si possa affidare anche alle parole, che sono il normale veicolo d’espressione artistica della scrittura.

 

 

Siamo sempre stati abituati a guardare l’arte attraverso categorie: c’è l’arte antica, quella moderna, quella contemporanea, le diverse sottocategorie, etc. La mostra esposta al Museo Madre potrebbe avere come idea di base proprio quella di superare queste categorie mentali e interpretative, presentando in alcuni casi anche opere visive forti e dissacranti, così da disorientare il visitatore il cui gusto artistico è spesso orientato in base alle categorie suddette. Proprio lo stato di disorientamento genera una riflessione e porta a chiedersi: “Perché?”. Perché associare dei teschi, copie di quelli ritrovati a Pompei, con degli specchi?
Interrogarsi su ciò che si sta vedendo, sulle profonde interconnessioni tra gli oggetti, porta il visitatore a non essere un fruitore passivo dell’opera d’arte, ma attivo: aggiungendo una personale interpretazione si può completare la percezione dell’opera in sé.
“L’arte ci consente di trovare noi stessi e di perdere noi stessi nello stesso momento” diceva Thomas Merton, proprio perché è un dialogo costante con tutte le sue componenti e noi siamo allo stesso tempo i destinatari e in parte i creatori di ogni opera d’arte che facciamo nostra.

 

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Un viaggio fantastico nell’etereo mondo di Klimt

Immaginate una stanza regale, divanetti confortevoli, una dolce musica in sottofondo e d’improvviso la magia… tutti i quadri di Gustav Klimt prendono vita e allo spettatore sembrerà di farne parte.

Tutto questo insieme allo sfavillare degli effetti speciali è al centro della mostra multimediale dedicata a Klimt che dal 7 giugno 2017 sta occupando le stanze della Reggia di Caserta, affascinando milioni di visitatori. Un’iniziativa prodotta da Crossmedia Group e distribuita da Gest Show che permette di vivere un’esperienza emozionante all’insegna dell’arte e della cultura.

Potrete osservare il bacio più lungo della storia, catturato in quell’attimo di eternità senza fine, l’austera Giuditta ricorperta d’oro, la Veritas senza veli e le mille altre donne che hanno fatto parte della vita e dell’opera del grande maestro viennese. Sono proprio le donne, infatti, il perno dell’arte klimtiana, le protagoniste assolute del suo estro, ritratte nelle forme più svariate e con ruoli molteplici. Nobildonne, ninfe, personificazioni di concetti astratti, spesso figure eteree e inafferrabili, ritratte per lo più nude. Se è vero che gli esempi di nudo nell’arte sono innumerevoli, tuttavia quello klimtiano è carico di significati che vanno ben oltre l’erotismo. Esso, infatti, esprime i concetti di grazia e sensualità incarnati da queste figure femminili che sembrano essere tornate alle origini, alla loro essenza primordiale, prive degli artifizi che la cultura del tempo e quella precedente avevano loro imposto. Eppure il nostro artista seppe conciliare alla perfezione questa semplicità delle figure con il preziosismo e l’accuratezza dei dettagli, i colori vivaci, la forte impronta realistica propria dell’art nouveau nonché con i forti significati celati nei suoi quadri.

 

In ogni opera si intravede un alone di mistero e di inesplorato, una sorta di lotta eterna tra la vita e la morte, tra la giovinezza e la vecchiaia come possiamo dedurre da Le tre età della donna e Morte e vita. Su tutto, però, vince la Speranza ritratta spesso dall’artista come una donna incinta e con un compito arduo: quello di partorire per l’umanità la possibilità di un cambiamento. Proprio il cambiamento, infatti, rappresenta il fine ultimo della sua arte, il volersi distaccare dai maestri contemporanei per dar vita a qualcosa di nuovo e in questo Klimt riuscì perfettamente anche se dovette scontrarsi coi tabù e le restrizioni della sua Vienna.

La mostra offre allo spettatore diversi momenti per entrare in contatto con questi capolavori e per conoscere più a fondo la personalità dell’artista: l’esposizione delle copie dei quadri più noti, l’utilizzo di un visore vr che permette di compiere un percorso virtuale all’interno di alcuni di essi e, infine, la completa presentazione multimediale di tutte le opere klimtiane.

Il visore, in particolare, trascina lo spettatore in una realtà fantastica, suscitando alterne e diverse sensazioni: dalla paura del fuoco (allegoria dell’incendio del castello di Immendorf, al cui interno erano custoditi Quadri delle Facoltà) si passa alla quiete di una giornata primaverile trascorsa sul laghetto del Kammer Castle of Lake.

klimtfine

Insomma non resta che lasciarsi affascinare da questa esperienza unica e irripetibile che, grazie al successo ottenuto, sarà ancora disponibile fino al 7 gennaio 2018.