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Letteratura

L’arte del sognare nella duologia di Laini Taylor

Prendi la mia mano e tuffati nelle pieghe delle pagine fruscianti profumate d’inchiostro, bosco e fiabe incantate. Guarda: un’austera biblioteca cela segreti dorati, un giovane sagace sogna mondi colorati mentre un’anima multiforme e silenziosa viaggia tra le menti degli umani.

La fantasia costruisce ponti tra gli argini di un’antica memoria e lo studio paziente e certosino di quell’umile ragazzo tesse la trama di un grandioso destino.
No, non scacciare quella falena: non puoi saperlo, ma è la compagna divina del notturno labirinto dei tuoi pensieri.
Cosa ci fa qui un promettente alchimista, dici? Indaga i segreti della natura, chiaramente! Non chiedermi se vi riesce: la sua dura ricerca può avere esiti imprevisti.

Salta dal primo romanzo, Il sognatore, al secondo, La musa degli incubi: l’editore Fazi ha aperto due varchi per la storia di Lazlo.

Osserva intorno a te: un vasto deserto e una lingua sconosciuta, antiche divinità e giovani possibilità, mondi interrelati e l’astratto che si fonde col concreto.

Il bello del sognare è desiderare con tutto il cuore; la meraviglia è aprire gli occhi e scoprire di avere il potere di plasmare la propria realtà. Il costo sarà alto, bisognerà lottare e fare i conti con le zone d’ombra; ma provare a dar vita alle proprie speranze sarà sempre la scelta migliore.

Entra in una dimensione sorprendente, in cui una narrativa fluida e vibrante svela la realtà di un mito perduto: lascia che il racconto di Laini Taylor ti apra insoliti portali e ti mostri quanto siano forti le potenzialità di un sogno.

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Letteratura

Volteggiare sulle esistenze poetiche: “Con in bocca il sapore del mondo” di Fabio Stassi

Profumo di legna bruciata e stradine di pietra chiara: l’esistenza ispirata alla biografia di Dino Campana viene raccontata in volute di fumo indefinite che si condensano in figure evanescenti, sfuggenti, evocative. Brevi annotazioni si susseguono per seguire le emozioni rapide e intense di un’anima emarginata, errabonda e istintuale. Il poeta è come un goffo uccellino che sfrutta l’impeto del vento per spiccare il volo, ma a metà di un volteggio ripiomba nel suo stretto nido, dove è solo pur essendo in compagnia.

La figura di Gabriele D’Annunzio prorompe in un’ondata di energia produttiva che non si arresta mai: corre libera zigzagando come corrente elettrica che accende scintille di fuoco lungo il percorso, e proprio come il fuoco risulta tanto ipnotica e coinvolgente.

L’essenza di Aldo Palazzeschi si svolge lungo il filo dell’equilibrista, in bilico tra la progressiva costruzione di un’identità caleidoscopica e l’esuberanza allegra dell’originale personalità, in un vortice di luce, vita e suoni, che si staglia nel buio come un fuoco d’artificio.

Come un turbine in punta di piedi, si delinea l’immagine di Alda Merini, che nella sua follia, prolifica di affascinanti e tormentate metafore naturali, tratteggia sentimenti straripanti e fugaci, intensi e strazianti.

Nel suo “gioco di imposture letterarie”, Fabio Stassi ci fa dono di una galleria di bozzetti acquarellati che riproducono scorci significativi di vite poetiche. I sentimenti più profondi sembrano rappresentare le principali energie motrici dell’essere umano che sceglie di canalizzare i moti del suo animo in composizioni artistiche.

Viaggiare attraverso Con in bocca il sapore del mondo, edito da Minimum fax, vuol dire fare esperienza di dieci delicate biografie disincarnandosi, volando attraverso il tempo e lo spazio per poi posarsi sul cuore di un poeta per ascoltarne i battiti.

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Letteratura

La poesia di Franco Arminio e il luogo infinito dell’amore.

Tutte le riflessioni più profonde nascono dalla più sincera delle ammissioni: “io non so che cosa sia l’amore…”; con questa avvertenza Franco Arminio sviluppa la sua riflessione poetica senza la pretesa di fornire alcuna definizione del sentimento meno definibile in assoluto.

Lo strumento adoperato è la poesia che, come Arminio ci ha insegnato, non deve essere qualcosa di avulso dalla realtà, ma un modo di guardare il mondo e soprattutto un’ “arma” per cercare di salvare la nostra umanità.

Visitiamo, attraverso la parola poetica, i luoghi in cui l’amore si rende corporeo e si mostra a noi, viaggiatori spesso frettolosi e disillusi.

Il perno attorno a cui ruota l’intera raccolta è la doppia natura del sentimento amoroso: corporeo/incorporeo, finito/infinito, particolare/universale.

L’amore è un ciclo universale, non nasce con noi e non morirà con noi; noi conosciamo una serie di declinazioni fisiche di questo sentimento universale e Arminio le celebra in tutta la loro poetica corporeità: l’amore è quello che proviamo per il nostro partner, per i nostri figli, per i nostri genitori, per il nostro paese, per le nostre radici e anche per la poesia. Noi conosciamo le declinazioni fisiche e finite di un sentimento che trascende queste categorizzazioni perché è una fonte infinita e universale.

Una bottiglia è un posto adatto per un liquido,

ma non per una nuvola.

Proprio per questo l’amore è il più umano dei sentimenti: come noi siamo fatti di un corpo finito e di un’anima infinita, l’amore è finito e corporeo nelle sue manifestazioni e, allo stesso tempo, illimitato nella sua essenza.

Duplice celebrazione quella a cui assistiamo: l’amore è occhi, labbra, braccia, sesso, odore di tristezza e corpi che si ospitano a vicenda; ma l’amore è anche cenere che si disperde con un solo piccolo soffio, è il primo fiocco di neve della prima nevicata invernale, quello che con orgoglio trionfante accogliamo nel palmo della mano e che l’attimo dopo non c’è più, lasciando solo l’accenno di un brivido freddo.

L’unica cosa che fisicamente rimane quando l’amore finisce, l’unico tertium datur, che ci viene concesso è la parola, ancora meglio la parola poetica: è quel bagliore finale ed estremo che compiono le stelle prima di spegnersi definitivamente, è l’occasione che ci viene concessa per lasciare in noi e negli altri la traccia tangibile di qualcosa che non è concesso afferrare.

La poesia e l’amore
sono il nostro cadere più vero
nel modo:
stiamo luccicando prima di spegnerci.

Ogni volta che amiamo, noi lo facciamo in modo finito e infinito: la nostra corporeità diventa infinità perché noi creiamo una dimensione per accogliere questo sentimento e allo stesso tempo diventiamo parte di un meccanismo universale; ogni volta che amiamo siamo noi che realizziamo “l’infinito senza farci caso”, perché compiamo qualcosa che va oltre la nostra volontà; non è qualcosa di pensabile o calcolabile, né misurato, né misurabile; scappa fuori da noi, involontariamente e, soprattutto, generosamente, un pezzo d’anima che regaliamo a un altro essere umano.

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Letteratura

L’ “Impossibile” di Erri de Luca

In montagna, su sentieri impervi e poco battuti si può scivolare, non è “impossibile”; non è “impossibile” che il cadavere precipitato dalla Cengia del Bandiarac sia di un ex collaboratore di giustizia che circa quarant’anni prima aveva denunciato coloro che, insieme a lui, facevano parte di un collettivo organizzato nella lotta politica armata; ancora non “impossibile” è il fatto che a chiamare il 112 sia proprio uno di quei compagni denunciati.

Non è “impossibile” una simile coincidenza, ma certo “insospettisce”; questo afferma il giovane magistrato mentre interroga in maniera serrata e acuta l’anziano accusato.

Nessun nome in questo racconto, poiché a emergere sono le personalità e soprattutto, gli ideali e i valori di cui i protagonisti diventano baluardi. Quello che viene descritto sembra essere un duello tra due forti personalità, le quali prendono posizioni nette e contrastanti su ideologie politiche, sul valore della storia, sulla lotta armata dei collettivi negli “anni di piombo” e sul ruolo  svolto dallo Stato, ora come allora.

Sembra uno scontro tra generazioni, soprattutto quando il dialogo-interrogatorio tocca i temi della giustizia e della libertà; ritorna l’antica quaestio tra Diritto Naturale e Diritto Positivo, come se Creonte e Antigone non avessero mai cessato di dibattere.

I due personaggi della tragedia, proprio come i protagonisti del racconto di Erri De Luca, non discutono davvero, poiché le posizioni non sono le stesse: “tra accusatore e prigioniero non si duella né si duetta”.

È un interrogatorio, un momento istituzionale, e questo viene trasmesso al lettore anche attraverso la scelta dei caratteri dattiloscritti, come se si leggesse un verbale; una scelta narrativa che riguarda le pagine destinate a descrivere in primo luogo l’interrogatorio, ma anche il magistrato che, per l’anziano accusato di omicidio, non solo rappresenta, ma è, in tutto e per tutto, l’Istituzione. I ruoli dei due protagonisti sono antiteticamente complementari dall’inizio alla fine, poiché anche “il prigioniero” è, e rimane, un tutt’uno con i proprio ideali politici:

“Mi può togliere un po’ di libertà di movimento, ma non la libertà che sta nelle mie ragioni e convinzioni”.

Da questo dialogo-interrogatorio, che sembra guidato dall’inizio alla fine dall’accusato, emerge l’inconciliabilità di due visioni che hanno, per assurdo, la medesima matrice: il desiderio di giustizia. Il rispetto di fondo che i due protagonisti hanno l’uno per l’altro si può intravedere proprio nella religiosità con cui hanno aderito a questo ideale.

Così, il caso giudiziario che coinvolge l’accusato è il filo rosso che serve a collegare il passato con il presente: crea un ponte narrativo tra chi quel passato non solo lo ha vissuto, ma ne è stato artefice, e chi, invece, lo ha studiato dai libri e dagli atti giudiziari.

Tutto si mescola: gli interrogatori diventano momenti per ripercorrere le tappe della giovinezza dell’accusato; il lettore, come il magistrato, ascolta racconti in cui le parole e le emozioni sono pesate e filtrate, senza riuscire mai a scorgere fino in fondo la verità delle cose. Abile e dotato di una calma freddezza l’accusato non cade mai in contraddizione o in qualche momento di sconforto e nervosismo; tutto sembra essere pesato e calibrato,  tanto le parole quanto i pensieri.

Ma la freddezza apparente è smorzata da una serie di lettere che l’uomo scrive, senza inviarne nessuna, a “Ammoremio” o “Ammoremì”. Attraverso queste, scritte con un carattere diverso, corsivo, proprio per comunicare l’intimità del contenuto, emerge, oltre l’amore e l’affetto per la destinataria, il profondo senso di rispetto verso la libertà individuale che ha accompagnato e accompagna le scelte del protagonista:

“La libertà per me non sta nel potermene andare in giro, ma nel tenere insieme le parole per te e le conseguenze. Ti dico che ti voglio bene e lo faccio continuamente. Libertà sta nel tenere insieme noi due pure qua dentro. Nessuna cella mi può togliere questa libertà”.

Così, un’indagine su un presunto omicidio diventa l’occasione per trattare temi che hanno a che fare con il nostro presente e che dovrebbero smuovere una serie di interrogativi necessari: pur conoscendo la storia, quanto riusciamo a capirla, mutate le condizioni effettive e ideologiche in cui tali eventi si sono verificati? Si può ancora parlare di un’adesione a forti ideali politici? Era, ed è ancora giusto, avere una fede cieca in tali ideali? Ha senso ritenere la giustizia un valore assoluto, oppure, ciecamente, questo concetto inficia le libertà personali e il così detto Diritto di Natura?

 

Antigone e Creonte ancora dibattono, come il magistrato e il suo imputato; su questo dovremmo riflettere anche noi.

 

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Cinema Letteratura Teatro

Manto racconta “Conversazione su Tiresia”

Chiamatemi Manto. Con questo rotolo di papiro voglio parlarvi di un recente scritto incentrato sulle molteplici vite di mio padre, l’indovino Tiresia.

In una cristallina sera d’estate un grande scrittore della vostra epoca, Andrea Camilleri, vi ha accompagnato con la sua voce modulata attraverso le principali rappresentazioni mitico-letterarie di mio padre, dai racconti degli antichi alle interpretazioni più recenti: l’indovino che riceve il dono di vivere ben sette esistenze, si ritrova in realtà a vivere in eterno mutando sempre forma e significato attraverso le leggende e la letteratura.

Quella sera, tra i gradoni del Teatro greco di Siracusa sono risuonate queste parole: “ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne”. Il messaggio era talmente forte che ha vibrato fino ai cuori degli spettatori e poi si è spinto oltre, fino a rivolgersi a un pubblico ben più ampio: Conversazione su Tiresia è diventato un breve scritto edito da Sellerio, è stato proiettato al cinema e il 5 marzo andrà in onda su Rai 1.

La vita di mio padre viene raccontata sin dalle sue origini tebane, vengono percorsi gli anni dell’adolescenza fino all’episodio dei due serpenti, che gli procura un repentino cambio di genere, poi è narrato il coinvolgimento nel diverbio tra Era e Zeus, l’ira dell’una e il dono dell’altro: si tratta dell’episodio cruciale, quello che definisce mio padre come indovino.

La storia si ramifica e vengono seguite le differenti versioni del mito tramandate nel corso dei secoli: il personaggio di Tiresia viene plasmato a seconda dell’epoca e secondo le ideologie correnti, viene rivisitato e rimodellato in funzione di ciò che ognuno vede nell’indovino cieco dalle molteplici esistenze. Questo percorso a tappe è condotto con ironia e con lo sguardo moderno dell’autore, che risulta essere Tiresia stesso, immerso in una nuova epoca, una nuova persona, un nuovo ruolo.

Così, attraverso la fitta trama dei continui apporti al personaggio, s’intravede l’eternità. Finché esisteranno lo studio critico e la rielaborazione innovativa, tanto un personaggio, quanto una produzione letteraria o un’opera d’arte, tutti i dolci frutti del passato, insomma, continueranno a vivere attraverso le epoche.

“Può darsi che ci rivediamo tra cent’anni in questo stesso posto. Me lo auguro. Ve lo auguro”.

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Letteratura

“Ogni coincidenza ha un’anima” – un immaginario colloquio con il biblioterapeuta Vince Corso

Non so lasciar andare, signor Corso.

Mi scusi, signorina, non credo di aver capito bene.

Per usare una metafora, non riesco a mollare gli ormeggi e a scivolare verso il mare aperto. Ho bisogno di trattenere, controllare, ponderare. Non amo gli imprevisti, né gli insuccessi che ne possono derivare. Mi rifugio nel passato, che ormai è passato e non può più cambiare. Ogni situazione nuova è una prova difficile da affrontare: non so se sarò in grado di gestire tutto. Ecco perché preferisco trattenermi nel porto.

Capisco. La fallibilità è una caratteristica umana, tuttavia.

Lo so. So che non si cresce se non ci si mette in viaggio, con l’animo pronto ad affrontare imprevisti e ostacoli. In fondo, tutti gli strumenti per farcela li possediamo già; dobbiamo solo individuarli e capire come usarli, creare strategie sempre nuove per poter procedere. Questo lo so bene, l’ho capito. Il problema è che non ne sono in grado. Sono da lei per un libro che mi racconti come si fa, davanti ad un ostacolo, a trovare un espediente per andare incontro alla tempesta, affrontarla e uscirne, preservando comunque se stessi.

Ho la cura che fa per lei. Mi lasci un attimo per cercarlo… scusi il disordine… ecco, questo romanzo è ciò che le serve. È una storia che parla di letteratura, memoria e imprevedibilità.

Promette bene.

Già. Va letto piano, per assaporarne ogni parola. È un testo molto poetico, crea immagini vivide e riesce a trasmettere sensazioni delicate ma allo stesso tempo molto forti. Sembra una contraddizione ma le assicuro che non è così, quando lo leggerà capirà di cosa parlo.
Il protagonista è proprio un biblioterapeuta come me.
Un giorno si presenta una donna matura, affascinante e molto ricca, che gli affida un compito particolare: scoprire da quale romanzo provengono le frasi, apparentemente prive di senso, che suo fratello malato di Alzheimer ripete in continuazione. Non è un’impresa semplice: l’uomo è stato un intellettuale con molteplici interessi, poliglotta, ha letto moltissimo e collezionato preziosi volumi. Per lui perdere la memoria a causa della malattia è stato come mandare in frantumi una preziosa opera d’arte fatta di cristallo. C’è davvero un romanzo al quale cerca disperatamente di aggrapparsi? E perché? Il protagonista cerca di scoprirlo, mentre vive la sua esistenza quotidiana tra persone che inaspettatamente gli aprono nuove prospettive, e i gravi problemi sociali che attualmente attanagliano il nostro paese. Nel corso della storia i colloqui con i suoi pazienti e con gli amici illuminano diverse chiavi di lettura della problematica di fondo.
Prenda ad esempio la storia della donna che non riesce a dimenticare nulla, ma proprio nulla, e pensa che «il tempo è una porta che si chiude e ha un solo verso» e che «tutto accade una volta e basta, e genera conseguenze, episodi totalmente occasionali, eventualità che potevano girare in un altro modo», quindi preferirebbe non ricordare tutto, perché «il passato non è mai stato un luogo più felice e invidiabile del presente»: abbiamo solo mitigato molti ricordi. Non le sembra che non abbia tutti i torti, in fondo? Non sarebbe meglio semplicemente guardare avanti?
L’uomo malato di Alzheimer deve fare i conti con l’impossibilità di conservare tutto il suo passato; si tratta di una condizione terribile, che però va necessariamente affrontata. Così, tra i tanti, sceglie di salvare un solo ricordo, quello più importante, il solo che davvero conti. Non le svelo qual è, naturalmente, ma rifletta su questa cosa: l’imperfezione potrebbe rappresentare la realtà meglio di qualunque altra cosa.
Consideri anche questa, ecco, sì, la storia del reverendo irlandese che aveva inserito una mezza pagina nera nel suo romanzo, molte righe di asterischi e aveva fatto sparire un capitolo, sostenendo che la mancanza di alcune parti avrebbe reso qualsiasi libro più completo.
In quest’ottica anche quest’altra considerazione risulta molto interessante, gliela leggo: «che poi non è vero che la vita è una baraonda incoerente: ci sono delle ragioni, per tutto quello che ci accade, anche per le nostre delusioni»; in questo passo si dice che la letteratura stessa è un elemento di contaminazione, di scompiglio, è la grande sabotatrice di qualsiasi ordine costituito, perché mette in discussione tutto, a partire da chi scrive e da chi legge. In questo romanzo la letteratura è la custode di un ricordo che cerca di resistere al caos, all’incomprensione – un altro tema cardine, affrontato splendidamente.
Insomma, ognuno di noi ha il proprio linguaggio, il proprio sistema di espressione e di esperienza della vita; potrà esserci chi non lo capirà, ma lei dedichi i suoi sforzi a sviluppare il suo, a consolidarlo e a prendere il largo lasciandosi guidare da esso.

Penso proprio che lo leggerò, questo romanzo. Già il titolo mi piace: Ogni coincidenza ha un’anima. Bello. La ringrazio molto, signor Corso.

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Letteratura

“Origin” di Dan Brown: l’origine della specie umana e il potere della tecnologia

Tutti i romanzi di maggior successo di Dan Brown si strutturano attorno a profonde problematiche di interesse globale; non fa eccezione Origin, costruito sulle ataviche domande: “da dove veniamo? Dove andiamo?”. Il futurologo di fama mondiale Edmond Kirsch, genio del campo informatico, dedica tutte le sue energie alla ricerca scientifica e scopre le sconvolgenti risposte. Prima di divulgarle, decide di condividere le sue scoperte con tre importanti capi religiosi, ma il pericolo fatale è dietro l’angolo. Robert Langdon avrà il compito di trovare il bandolo della matassa, mentre minacce insidiose incombono e dolorosi coinvolgimenti personali affliggono il suo animo.

Il cuore pulsante del racconto è rappresentato dal grande potenziale offerto dalla tecnologia nell’ambito degli studi sull’origine della vita e sull’evoluzione della specie, nell’ottica di un superamento del mito della creazione da parte di un’entità divina. A primo impatto, il conflitto tra religione e scienza, ambientato in un paese fortemente cattolico, può portare alla mente la trama di Angeli e Demoni; a intensificare il sentore accorre la particolare circostanza della scoperta scientifica sensazionale che può minacciare le fondamenta della religione tradizionale. Tuttavia, ben presto ci si rende conto che la storia attraversa quei binari per poi percorrere una strada in parte differente.

Riconoscibili elementi della narrativa di Dan Brown sono costituiti dall’involontario ruolo chiave di Robert Langdon nello svolgimento della storia, dalla presenza di una co-protagonista femminile profondamente coinvolta nella vicenda, ma soprattutto dalla figura del sicario che agisce all’ombra di un misterioso mandante, perseguendo a tutti i costi uno scopo in cui crede ciecamente. Come di consueto, è dato grande risalto alle opere artistiche, agli edifici storici e alle notazioni culturali; le descrizioni sono molto precise ed evocative ma un po’ prolisse, e in alcuni punti sono intenzionalmente iterati dei passaggi, a netto sfavore delle scene d’azione e di suspense.

La trama non è particolarmente intricata e gli ostacoli lanciano sfide abbastanza semplici da superare. Si ha così l’impressione di un Dan Brown più “smussato” rispetto al passato, più cauto, attento alla contestualizzazione piuttosto che allo sconvolgimento. Il clamore è annunciato a più riprese, ma soltanto la conclusione può davvero offrire un momento di forte coinvolgimento.

Nonostante questo, il tema alla base di Origin è attuale e molto interessante: offre numerosi spunti di riflessione ben sviluppati che risultano decisamente stimolanti. La questione cardine, scientificamente supportata, appassiona il lettore, mentre l’aspetto descrittivo lo intrattiene, soddisfacendo anche la sua curiosità intellettuale. Il momento conclusivo epifanico è coerente ed equilibrato: il quadro complessivo è già intuibile a partire da alcune informazioni semi-nascoste nel corpo della narrazione, ma vale assolutamente la pena di gustarsi fino alla fine ogni parola e ogni scena per apprezzare davvero il potente messaggio di fondo della storia.

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Letteratura

“Resteranno i canti”: la poesia e la paesologia di Franco Arminio

Con la poesia non bisogna essere egoisti, oltre che leggerla per sé bisogna anche leggerla agli altri. Anzi, più ci tocca e più nasce spontaneo il desiderio di condividerla. La poesia è un farmaco, ma è anche una malattia contagiosa, è capace di rivelarci a noi stessi, come tutte le esperienze più estreme.

La poesia è un’esperienza; Resteranno i canti di Franco Arminio è un’esperienza di prosa e poesia, non è un libro adatto a essere raccontato, descritto o recensito, ma, come fosse un essere umano, lo si può solo percepire, ascoltare e vivere.

Il lettore entra in una nuova dimensione, dove la materia poetica è sempre ancorata alle cose: è un’evocazione costante dove l’amore e la morte sono presenti, alcune volte in modo latente altre in modo più palese, ma mai evanescenti. La materia poetica nasce da oggetti fisici: gli alberi, le strade, il corpo, che tramite la scrittura diventano evocazione e, allo steso tempo, rendono la parola poetica tangibile.

In questo universo, che sembra richiamare la “poetica delle cose” attribuita alla poesia di Montale, la fisicità è il perno di tutto; la poesia nasce da qualcosa che viene meno nella realtà, qualcosa che è necessario continuare a ricordare e vivere, diventa parola sublimata dopo, prima è stata un oggetto, un luogo, un qualcosa che si è vissuto.

La morte e la  perdita nella poesia di Franco Arminio hanno a che fare soprattutto con la scomparsa dei paesi, con il venir meno di una dimensione che sarebbe complesso spiegare se non la si è vissuta. Assistere al disgregarsi di questi piccoli centri, è, per chi è nato e cresciuto in tali luoghi, un dolore che va oltre la semplice nostalgia del passato; rappresenta la mancanza di una dimensione propria, una radicale insicurezza che porta però a non fermarsi in una sterile contemplazione malinconica del passato, ma è per il poeta motore di tutto. Si evoca ciò che è stato e non c’è più o sta scomparendo per fare qualcosa, per rendere se stessi e gli altri coscienti che non ci si può fermare, inermi, di fronte agli accadimenti. La poesia è lo strumento di evocazione e di ribellione che il poeta ha adottato per questa battaglia.

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Temi come la morte, l’amore e la fugacità della tempo sono dei pilastri della poesia a partire dai simposi del mondo greco, passando per il carpe diem oraziano e finendo con i poeti più recenti; anche questi assumono una veste nuova, assolutamente non formale ma decisamente fisica e ancorata al momento. L’amore passa dal corpo, è un sentire doloroso, è un aprirsi a un invasione esterna che l’essere umano sembra non voler accettare, nonostante sia inevitabile. Tale sentimento non è descritto come contemplazione o esaltazione dell’oggetto d’amore ma come un incontro che permette di vedere realmente se stessi, di rinascere nella propria totalità di corpo e anima: è un sentimento puro, che si origina da slanci fisici; è un sentimento sublimante, che si determina in un contatto di anime.

L’invito che si potrebbe leggere in queste pagine è quello all’attenzione, alla cura, alla passione e alla purezza: verso i luoghi, perché potrebbero scomparire; verso le persone, perché potrebbero non esserci per sempre; verso se stessi, perché si cambia inevitabilmente.

Dunque la poesia dovrebbe avere questo compito: ricordare e richiamare non per vezzo o decorazione, ma accompagnare la vita attiva, le esperienze; deve essere un luogo in cui fermarsi per qualche minuto a riflettere sull’importanza di tutto ciò che riempie le vite frenetiche e, dopo questa riflessione, deve permettere uno slancio attivo. La poesia così assume una corporeità: permette di mettere a fuoco ciò che troppo rapidamente scorre davanti agli occhi, permette di vedere la bellezza o la stortura e dopo ciò, ha in se la forza di spingere al cambiamento, alla ribellione, all’azione che, così, diventa un’azione poetica.

Scrivo, come dice un’amica,

“per smontare il marchingegno

del miracolo”, lo smonto

e lo rimonto all’infinito.

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Classici Letteratura

“La strada” di Cormac McCarthy: il viaggio di un padre e di un figlio attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere

“Ce la caveremo, vero, papà?

Sì. Ce la caveremo”.

Lo scenario con cui si apre l’opera è di desolazione assoluta. Le notti che si susseguono e che fanno da sfondo alle azioni dei due personaggi vengono definite “più buie del buio e i giorni uno più grigio di quello appena passato”. I protagonisti, padre e figlio, sono entrambi senza nome, dimostrazione del fatto che ciò che conta per l’autore non è la loro identità, ma la vicenda nella quale essi sono coinvolti e il vincolo di amore e umanità che li lega.

Una catastrofe non specificamente nota ha spazzato via ogni cosa, “come un freddo glaucoma che offuscava il mondo”. Se nelle prime pagine del libro il lettore è spinto a chiedersi quale cataclisma abbia potuto scatenare simili conseguenze, è pur vero che immergendosi nel racconto la domanda che sorge spontanea è un’altra: un padre e il suo bambino riusciranno a sopravvivere e arrivare alla meta tanto ardita?

L’avventura che coinvolge i due protagonisti sembra togliere il respiro al lettore, che si sente catapultato in un viaggio in cui il punto di arrivo sembra non giungere mai. Padre e figlio avanzano verso il Meridione, per scappare dall’inverno ormai paralizzante, in un percorso estenuante fatto di rinunce, timori, debolezze. Pochi sono gli oggetti a loro disposizione: un carrello della spesa col quale spostarsi, un telo da usare come scudo contro la pioggia, e un’arma da fuoco per proteggersi dai briganti delle strade che lottano per la propria sopravvivenza.

Cormac McCarthy descrive tutto nei minimi dettagli, anche se la sua attenzione è prevalentemente concentrata sugli spazi esterni, avvolti nel grigiore della cenere che sovrasta ogni cosa o persona. Il romanzo è pervaso da una sensazione di ignoto e di vago: è come se il lettore fosse calato nelle scene di un sogno, in cui i contorni delle persone e degli oggetti appaiono come sbiaditi, e a tratti non si riesce a distinguere la finzione dalla realtà. Anche i ricordi del passato sembrano offuscati e ormai troppo lontani nel tempo: la casa dove un tempo abitava l’uomo ora è ricoperta dalla polvere, e il camino al quale durante il Natale venivano appese le calze ora è spoglio.

Con un gioco continuo in cui le ombre sembrano dominare le luci, l’autore del libro riesce a far emergere il rapporto che lega un padre e un figlio, anche se colti in una situazione di estremo pericolo. Le strade deserte, avvolte in un’oscurità profonda sembrano avvilire i due personaggi, ma ciò che li lega è l’amore reciproco, oltre alla consapevolezza che fino a quando resterà la lampada accesa, metafora della speranza, nulla potrà far loro del male.  

In conclusione, La strada ripercorre un percorso apparentemente infinito di un padre e di un figlio, ne sottolinea più volte il legame, ma l’autore lascia il lettore a libere interpretazioni. Il viaggio è metafora della vita, e a nessun vivente è dato conoscerne la meta o il traguardo. Il passato è ciò di cui siamo certi, il presente è da vivere, il futuro è da scoprire. Ciò che rende straordinaria la vita non è l’arrivo, ma l’iter, che sia lungo o che sia breve, che sia tortuoso o spianato, fatto con le mani nelle mani di chi più si ama.   

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Letteratura Racconti e contest

“Doggy Style” di Roberto Becattini: il racconto e un commento

Doggy Style

Non aveva mai sopportato le attese ai semafori in auto. Aveva perciò escogitato uno stratagemma per scuotersi dal torpore, anche esistenziale, e regalare un sorriso ai suoi concittadini, foss’anche di commiserazione.

Abbassava il finestrino come per chiedere qualcosa al vicino della fila accanto alla sua, ne attirava l’attenzione con gesti che esprimevano urgenza, e quando questi a sua volta abbassava le difese incuriosito…cominciava gioiosamente ad abbaiare. Documentandosi e allenandosi a casa, col tempo riuscì ad imitare anche le diverse razze, scegliendo tra quelle più fastidiose, in prevalenza di taglia piccola: schnauzer nano, yorkshire terrier, pastore tedesco, chihuahua, pomerania, ecc. Il suo repertorio si faceva sempre più ampio e preciso, e la scoperta del suo nuovo talento alimentava il suo entusiasmo. Era sostenuto da una ferrea volontà che decisamente avrebbe potuto impiegare in altri settori. All’inizio non era stato facile anche solo entrare in contatto visivo col malcapitato di turno, solitamente sfavato e indifferente a qualsiasi stimolo esterno, immerso in una conversazione o in una chat al cellulare, principale nemico del suo situazionismo. “Forse l’autismo prende il nome proprio dalle auto” pensava.

I primi tentativi andarono a vuoto; spesso il verde scattava proprio sul più bello e la persona ripartiva senza tanti complimenti, sfuggendo alla sua sorte. Lui ci provava indiscriminatamente, poi l’esperienza accumulata cominciò a dare i suoi frutti. Incurante del tempo impiegato nei tragitti lavoro-casa-lavoro, sceglieva percorsi sempre diversi, a volte allungandoli per non perdersi nessun rallentamento. Aveva mappato tutti gli incroci con i semafori rossi di maggior durata ed era sempre aggiornato su lavori in corso, deviazioni, cantieri, sbudellamenti del manto stradale, restringimenti di corsia. La mattina per almeno una ventina di minuti riscaldava la voce con esercizi appresi in un corso di teatro cui si era appositamente iscritto,  che lo aveva poi reso molto più espressivo e convincente nelle sue finte richieste di aiuto o informazioni.. In estate era più facile “conversare” con i suoi partner occasionali perché molti viaggiavano col vetro abbassato o in vetture cabriolet. D’inverno e col maltempo ricorreva alla penna laser, puntandola sulle mani. Preferiva le coppie, mediamente più annoiate e quindi più ricettive e le famiglie con bambini, più attenti a ciò che succedeva intorno a loro. Le reazioni della persone erano varie, ma nessuna memorabile, a parte un tizio con dei ray-ban che gli aveva puntato una beretta addosso facendolo guaire, ma forse era una scacciacani.

Si era così immedesimato nel suo ruolo che aveva cominciato a prendere in forte antipatia i gatti, che comunque non aveva mai amato particolarmente. A volte si alzava in piena notte, si affacciava al balcone e perlustrava col binocolo il quartiere in attesa che qualche felino si mostrasse; poi puntava il laser sull’asfalto e se il micio adocchiava il puntino rosso cominciava a muoverlo all’impazzata per farlo giocare un po’. Non riuscendo ad acchiappare la luce, l’animale si accaniva e si dimenticava di essere su una strada, potenziale vittima delle quattro ruote. Ne mandò un paio al loro paradiso in questo modo, poi smise, più annoiato che pentito.

Era diventato anche più aggressivo. Certo, aveva ringhiato contro la sua ex-suocera al casello Firenze-Certosa, ma quello era un episodio isolato e giustificabile. Una volta,  fermo in prima fila al semaforo si sorprese a latrare davanti a sé e a sbavare; provò un forte impulso di scendere e azzannare il polpaccio del giocoliere che stava sbirillando sulle strisce con quel suo sorriso giovane…ma si era trattenuto. Per quanto ancora ci sarebbe riuscito ?

Finché un giorno un bambino lo riprese con lo smartphone in una delle sue migliori performance; quel giorno aveva imitato un husky siberiano; si era addirittura messo delle lenti cosmetiche per assomigliargli. Il video fece impazzire il web e rinsavire lui; decise di smetterla e per un po’ di tempo uscì camuffato, in attesa che le acque si calmassero e l’eco dei 2 milioni di visualizzazioni si spegnesse.

Era passato ormai più di un anno dagli ultimi bau, e lil nostro “ingegner Cane” era tornato a concentrarsi sui suoi soliti progetti, un po’ intristito. Fermo al semaforo come sempre, stava per mettere un po’ di musica quando si accorse alla sua destra di una ragazza a bordo di una Renault 4 scassatissima. Anche la ragazza, che non era per niente scassata, si accorse di lui e gli sorrise; probabilmente lo aveva riconosciuto; decise di salutarla e augurarle una buona giornata, e ringraziarla per quel sorriso. Abbassò il finestrino e lei fece altrettanto; ma quando iniziò a parlare, quasi senza rendersene conto, come sotto l’effetto di un’ipnosi, prese ad abbaiare come un mastino napoletano ! Chissà, forse quel gesto di abbassare il finestrino, che non faceva da tanto, era un’ancora psicologica e aveva risvegliato il cane che dormiva dentro di lui…Ancora più grande fu la sua sorpresa quando la ragazza ricambiò, arrivando persino ad ululare. Il dialogo sarebbe durato svariati minuti, ma lo tsunami di clacson dietro di loro li sommerse inducendoli a quagliare. Lui con il labiale le disse “Accosta !”

Ecco, se solo il semaforo fosse stato verde, se solo lei avesse miagolato,  se solo non avesse accostato, se fossero vissuti in epoche differenti…

L’Amore si basa su un malinteso iniziale enorme, ma siamo troppo poco coraggiosi per ammetterlo. Diciamo “Ti amo” a qualcuno al momento giusto e questo qualcuno abbocca all’amo. Qualcuno potrebbe pensare che il modo strano e casuale con cui si erano incontrati, così romantico da raccontare agli altri, fosse un riconoscersi tra due anime, che magari si erano amate in una vita precedente, come cani si intende.

Si chiamava Simona, si era laureata alla prestigiosa Tozzi-Bocconi, una facoltà senza obbligo di frequenza. Era molto gelosa, di ritorno dai suoi viaggi di archeologa perlustrava l’immondizia alla ricerca di preservativi usati. Riuscì a imporgli la convivenza dopo solo 3 mesi e dopo 6 iniziò a parlare di figli. Lui, spesso infelice nelle sue uscite tese a minimizzare e a sdrammatizzare tutto, una volta rispose parafrasando i 99 Posse – Quello cheeee sei per meeee, è inutile spiegarlo con la prole !

Come risposta rimediò un calcio nelle palle dato forte, un gesto controproducente e soprattutto controriproduttivo.

La verità è che tra loro non andava bene neanche a letto; c’era la stessa affinità sessuale che poteva esserci tra una talpa e un pavone. Senza contare che la talpa non può apprezzare la ruota del pavone.

Prima di ogni amplesso, lei appendeva una camicia rossa a quadri di flanella alla porta della camera da letto. Diceva che era un gesto scaramantico, propiziatorio dell’orgasmo. In effetti lo era, ma durante l’ennesima discussione gli spiegò la verità: mentre facevano l’amore quella camicia l’aiutava a immaginare di essere a letto con MacGyver, la sua fantasia sessuale principale. Del tutto comprensibile per una che era stata educata alla scuola steineriana.

Per compensare la buttarono sul cibo; erano entrambi ottimi cuochi, ma entrarono in competizione…

– Assaggia questo timballo di cozze

– Senti invece com’è questo pilaf allo zafferano con pollo tandoori

– Macchè, stasera avevo 5 minuti liberi e ho fatto le penne al ragù di alpaca, non puoi esimerti dall’ingerirle !

Due cuori e due pance che si facevano capanna…

Di origine meridionale, Simona lo costringeva ad accompagnarlo una volta al mese a recuperare le derrate alimentari inviate tramite bus dai suoi genitori, naturalmente in orari che andavano dalla mezzanotte alle 6 di mattina. In una notte nduja e tempestosa attesero invano tutta la notte chiusi in macchina sotto la pioggia l’arrivo delle provviste. Purtroppo era giunta voce alla criminalità locale degli intensi traffici in direzione di Firenze e il carico di 15 kg di bufale battipagliesi era stato sottratto durante un assalto alla diligenza. Simona era affranta.

– Comunque sei una ragazza con tanta voglia di viveri – cercò di consolarla lui, ricevendo in cambio uno sguardo inceneritore.

Parzialmente stremata dai suoi giochi di parole e dalla sua anaffettività, alla fine se ne andò e lo lasciò. Era ormai evidente che si era presa un “abbaio”.

– Quante possibilità ci sono di tornare insieme ? – le chiese una volta al telefono senza feeling.

– Le stesse che un uragano si abbatta su un deposito di rottami  e metta insieme un boeing 737 e che questo durante un volo intercontinentale precipiti di punta esattamente sulla mia testa, ovunque io mi trovi.

– Ma in quel caso moriresti e non potremmo tornare insieme

– Infatti…

– E’ tutto quello che hai da dirmi ?

– No. Quest’estate evita di uscire nelle ore più calde, mangia tanta frutta e verdura e bevi molta acqua

Lui non accettò di essere lasciato e decise di fargliela pagare a modo suo. Conoscendo la passione di lei per il cinema e le serie tv, la tempestava di messaggi che descrivevano i finali di film in uscita o alludevano a colpi di scena su cose che lei ancora non aveva visto o aveva appena iniziato a seguire; in alcuni casi l’aveva addirittura chiamata da altri numeri per fornirle spiegoni fingendo un accento svedese. Anche lì, non durò molto: era un lavoro immane, e la pigrizia lo fece smettere.

“Incredibile !” raccontava Simona alle amiche “Il mio ex ha inventato lo spolking ! La sintesi tra lo stalking e lo spoiler. Invece di denunciarlo ai carabinieri, lo denuncerò all’Accademia della Crusca”.

Si rividero per caso qualche anno dopo. Lei spingeva un passeggino con un bimbo. Lui una carrozzina con a bordo un reduce garibaldino. Era stato licenziato e si era riciclato come badante. Si salutarono cordialmente.

– Ma che amore, quanto c’ha ?

– 94 anni. E il tuo è tuo ?

– Si. Ha 36 mesi – rispose lei raggiante.

– 36 mesi, non è mica un prosciutto !

– Sei sempre il solito…guarda come muove gli occhietti !

– Per forza li muove, è vivo !

Cominciarono a litigare, tirando fuori vecchi rancori, e finirono con l’abbaiare come cani arrabbiati, senza accorgersi nella foga, che il bambino piangeva terrorizzato, mentre il garibaldino gli occhietti non li muoveva più.

 


Il nostro commento

Sarà la ripetitività del quotidiano, o forse la monotonia di una vita che offre scarsi stimoli creativi, oppure la crescente insofferenza per la difficoltà di comunicare efficacemente con gli altri, ognuno imbottigliato nel proprio piccolo spazio sociale di espressione; qualunque sia il motivo, a un certo punto il protagonista di questo racconto sceglie di scuotersi dal torpore inventando uno stratagemma: abbaiare ai suoi concittadini. Con un processo simile a quello che avviene in Cuore di cane, ma inverso, in Doggy Style si assiste alla progressiva riduzione dell’uomo in cane. Dopo i primi “bau” rivolti per scherzo ai passanti, il nostro protagonista si specializza nell’arte dell’abbaiare, diventa famoso, incontra perfino una compagna; tuttavia, ormai anche nel privato si comporta esattamente come un cane, odiando i gatti e assecondando con maggiore veemenza quei sentimenti che normalmente siamo portati a moderare per preservare i rapporti sociali.

La metamorfosi kafkiana di quest’uomo potrebbe metaforicamente rappresentare l’esigenza di un gesto straniante, spontaneo e semplice, in un contesto in cui vige un’uniformità piatta, prevedibile e perseverante; considerando che è proprio tale uniformità isolante a rendere gli uomini animali, è significativo il fatto che l’abbaiare riesca a smuovere qualcuno dall’indolenza. Eppure, si tratta solo di uno stimolo; dietro l’angolo è in agguato il rischio di accettare lo status bestiale fino al punto di riconoscersi totalmente in esso, dimenticando l’umanità.

In fondo l’uomo è un animale, ma, come affermava Aristotele, è pur sempre un animale sociale: tende ad aggregarsi con altri individui. Questa socialità dovrebbe contribuire positivamente all’evoluzione, spingere a condurre esistenze sempre migliori, non a chiudersi in una profonda e alienante incomunicabilità. Sta a noi, ogni giorno, fare in modo che sia così.