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Teatro

L’incanto de “La Cantata dei Pastori” di Peppe Barra al Politeama

“Due ladroni a Betlemme” e l’atavica lotta vana
del male contro il bene. Si rinnova la tradizione:
al teatro Politeama è di scena fino alla befana
La Cantata dei Pastori con qualche innovazione.

L’ambientazione bucolica e il tono maccheronico
si ritrovano in una cornice sacra tradizionale.
Si alternano e si fondono il serio e il comico,
la lingua italiana e quella dialettale.

La commedia seicentesca racconta il cammino
della coppia beata, che molti ostacoli si trova ad affrontare
per proteggere la nascita del proprio Bambino,
mentre il Diavolo il suo piano comincia a tramare.

Ma in questa Cantata il sacro si mescola al profano
e, così, le strane avventure di Giuseppe e Maria
s’intrecciano a quelle di un assassino e uno scrivano
in fuga e in viaggio lungo la stessa via.

Tempeste, draghi, veleno e fuoco:
grazie all’angelo Gabriello
scampano le insidie dei diavoli e di un cuoco
evitando ogni volta un bel tranello.

Il bene combatte contro il male a passi di danza
sulle note allegre degli strumenti musicali,
opponendo allo scoramento la speranza
contro tutti i frequenti pericoli fatali.

 

Peppe Barra interpreta un Razzullo non di certo inappetente,
il suo personaggio ormai ben consolidato;
Rosalia Porcaro è un Sarchiapone sorprendente:
spontaneo, simpatico e dal pubblico molto apprezzato.

Bravissimi i musicisti, che con i loro strumenti
oltre alle canzoni classiche dello spettacolo
riescono a creare accompagnamenti divertenti
e partecipano con allegria alla messa in scena del miracolo.

Con scherzi e lazzi la quarta parete è spesso infranta
e Razzullo si rivolge al pubblico e ai musicisti;
tra uno scambio di battute meravigliosamente canta,
insieme agli altri eccezionali artisti.

Così, ci si sente parte della bella scenografia,
si ride, ci si commuove sorridendo
e si ammira una particolare coreografia.
Il successo della Cantata non sta certo diminuendo:

grande entusiasmo dal pubblico per musiche, danze e attori,
tanti vivaci applausi da diverse generazioni
che ricordano o che scoprono La Cantata dei Pastori.

 

 

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Eventi Letteratura Teatro

Glob(e)al Shakespeare e la sfida dell’atemporalità

Glob(e)al Shakespeare, la produzione della Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, un progetto di Gabriele Russo, si propone di coniugare il linguaggio contemporaneo con quello del celebre drammaturgo elisabettiano.

Di fatto, il pubblico si trova immediatamente immerso nell’atmosfera inglese grazie alla particolare conformazione data alla platea: le tradizionali poltroncine rosse sono sostituite da panche di legno disposte in semicerchio attorno ad un insolito palcoscenico a forma di pedana che arriva fin quasi al centro della platea.

Nella stessa serata sono portate alla ribalta una tragedia, Giulio Cesare. Uccidere il tiranno, e una commedia, Una commedia di errori, due originali riscritture curate dai registi Andrea De Rosa ed Emanuele Valenti.

Giulio Cesare. Uccidere il tiranno esordisce con l’ingresso silenzioso di Antonio, con camicia e pantaloni neri eleganti. La scena è molto semplice: un grande sacco nero, pesante, pende dal centro del soffitto, mentre sulla pedana si notano tre botole piccole e una più grande centrale, tutte vuote. Antonio colpisce il sacco nero e un violento effetto sonoro coincide con il buio improvviso in sala. Dal sacco comincia a scendere lentamente del terriccio, come la sabbia di una macabra clessidra. Antonio prende una pala e comincia a gettare meccanicamente il terriccio nella botola più grande.

Dalla botola piccola centrale emerge Bruto. La sala è buia; una luce tenue e fredda imperla il giovane impaurito e pieno di rimorso che rimugina sul suo atroce delitto, riflettendo sulla secolare opposizione tra civiltà e natura.

Cassio sale dalla botola sinistra con un movimento atletico ma lento e cadenzato, una voce profonda ipnotica; il congiurato ricorda la personalità politica di Cesare, che “ha fiutato il movimento della storia”, e paragona la città di Roma a una madre violentata che è stata appena salvata grazie al loro intervento.

Dalla botola destra spunta Casca, che con un tono frenetico e quasi esasperato descrive la scena sociale cesariana come una completa, perfetta recitazione di massa in cui i personaggi non sembrano essere consapevoli del ruolo fittizio da loro ricoperto quotidianamente.

Tutti e tre vestono abiti militari contemporanei.
Antonio continua a spalare silenziosamente.

I tre congiurati, pur palesando diverse emozioni, cercano di esprimere il senso del loro gesto, con metafore e similitudini pregnanti accompagnate da una forte gestualità. Il fulcro della riflessione è Cesare, la radicata identificazione del grande uomo politico con Roma, con la Repubblica, con il popolo, ma anche la sua essenza profondamente umana e talvolta addirittura fragile: “il corpo dello Stato era… un corpo come tanti”.

Bruto parla al popolo per persuaderlo della necessità dell’omicidio, ma ad ogni affermazione è colpito da Antonio con una manciata di terra – simbolo delle ceneri di Cesare, della sua fisica presenza pur dopo la morte.

La luce si accende. Antonio scende tra il pubblico e comincia a parlare con una voce dolce e conciliante. L’idea di Cesare è forse morta? No di certo: “lo Stato è un corpo plurale con il volto riconoscibile di un uomo”. Antonio legge le disposizioni testamentarie di Cesare con un microfono, mettendo in luce le qualità positive dell’uomo e i suoi provvedimenti ad esclusivo favore del popolo. Nel frattempo i congiurati si armano e danno il via a una marcia militare quasi danzata.

A differenza dell’originale che si conclude con Ottaviano e Antonio che seppelliscono Cesare, la scena si sposta a Filippi, sipario dei tirannicidi raccontato dalle voci dei protagonisti a mo’ di telecronaca sportiva: con un tono esaltato e appena cantato, sulla base di una musica ritmata e in una climax crescente si succedono immagini cruente che alludono anche alle più distruttive realtà contemporanee come l’uso della bomba e del gas, mentre il teatro si riempie di fumo. Ad uno ad uno muoiono gli assassini, e Antonio si domanda a quel punto “che forma avrà la vita e noi”.

Lo spunto di riflessione è condotto inevitabilmente fino ai giorni nostri, fatto esplodere nel momento in cui vengono abbattuti odierni regimi “tirannici” e la popolazione si trova dilaniata. Labile diventa quindi il confine tra liberatori e oppressori, e forte è il richiamo all’antico dilemma tra libertà e sottomissione al potere, al nodo cruciale in cui ogni comunità si trova a dover scegliere se imparare a gestire la propria libertà oppure rinunciare ad essa in nome della sicurezza.

Su questo atavico interrogativo senza risposta si chiude la bellissima, travolgente tragedia, che riesce brillantemente a dimostrare come le tematiche portate in scena da Shakespeare rappresentino alcuni dei pilastri del pensiero contemporaneo, un imprescindibile patrimonio culturale internazionale che è e sarà sempre percorso da linfa vitale.

Assolutamente all’altezza la spumeggiante Una commedia di errori, ambientata ad Harlem, New York, all’inizio del Novecento.

La scena è creata da una serie di cassette di legno con la scritta “RUM”, la cui disposizione viene cambiata e adattata di volta in volta alle circostanze.

Ispirata ai Menecmi di Plauto, la commedia gioca sulla lunghissima serie di fraintendimenti scatenata dal ricongiungimento – inconsapevole – di due coppie di gemelli di origine napoletana vissute una a Buenos Aires, l’altra a New York.

In un vortice colorato e musicalmente vivacissimo si fondono, scambiano e mescolano goffamente diversi linguaggi, registri linguistici e dialetti. Gli attori interpretano più personaggi in una divertente confusione di persone, identificazioni e scambi verbali accompagnati da frequenti scene di batoste. I personaggi femminili esprimono grande forza, ma soprattutto un’ottima capacità gestionale che fa contrasto con le preponderanti aspirazioni dei personaggi maschili, segnati da grandi sogni e speranze.

Spesso i personaggi fanno riferimento proprio a Shakespeare e ad Una commedia di errori, arrivando perfino a recitarne alcuni estratti; non comprendendo le strane situazioni in cui si è ritrovato, uno dei gemelli esclama: “siamo in una commedia riscritta male!”. In fondo “non conta l’attore, ma il personaggio e le parole che dice”, e infatti grandissima attenzione è riservata alle parole.

Saltando e riemergendo dai tombini, elemento fondamentale dello svolgimento, la serie di errori viene progressivamente svelata. A questo punto, però, avviene il colpo di scena finale: rinunciando alla tradizionale agnizione che coronava felicemente le commedie antiche, una voce da un tombino dichiara che nella nebbia della Grande Mela si sono confuse le lingue ma soprattutto il Riso e il Pianto. “Chiaro nell’essere equivoco”, il dramma si conclude con la morte di alcuni protagonisti in una sparatoria, eliminando il riconoscimento dei gemelli e l’atteso lieto fine, eppure, straordinariamente, non riuscendo a spegnere i sorrisi degli spettatori.

Il progetto Glob(e)al Shakespeare, dunque, porta davvero in scena la sorprendente atemporalità shakespeariana, vincendo senza ombra di dubbio la sfida posta dalla fusione di linguaggi e codici comunicativi differenti. Il merito è sicuramente ascrivibile alla bravura delle figure professionali coinvolte, che hanno saputo dar voce e veste nuova alla smisurata forza delle idee espresse dai drammi di William Shakespeare.