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“La strada” di Cormac McCarthy: il viaggio di un padre e di un figlio attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere

“Ce la caveremo, vero, papà?

Sì. Ce la caveremo”.

Lo scenario con cui si apre l’opera è di desolazione assoluta. Le notti che si susseguono e che fanno da sfondo alle azioni dei due personaggi vengono definite “più buie del buio e i giorni uno più grigio di quello appena passato”. I protagonisti, padre e figlio, sono entrambi senza nome, dimostrazione del fatto che ciò che conta per l’autore non è la loro identità, ma la vicenda nella quale essi sono coinvolti e il vincolo di amore e umanità che li lega.

Una catastrofe non specificamente nota ha spazzato via ogni cosa, “come un freddo glaucoma che offuscava il mondo”. Se nelle prime pagine del libro il lettore è spinto a chiedersi quale cataclisma abbia potuto scatenare simili conseguenze, è pur vero che immergendosi nel racconto la domanda che sorge spontanea è un’altra: un padre e il suo bambino riusciranno a sopravvivere e arrivare alla meta tanto ardita?

L’avventura che coinvolge i due protagonisti sembra togliere il respiro al lettore, che si sente catapultato in un viaggio in cui il punto di arrivo sembra non giungere mai. Padre e figlio avanzano verso il Meridione, per scappare dall’inverno ormai paralizzante, in un percorso estenuante fatto di rinunce, timori, debolezze. Pochi sono gli oggetti a loro disposizione: un carrello della spesa col quale spostarsi, un telo da usare come scudo contro la pioggia, e un’arma da fuoco per proteggersi dai briganti delle strade che lottano per la propria sopravvivenza.

Cormac McCarthy descrive tutto nei minimi dettagli, anche se la sua attenzione è prevalentemente concentrata sugli spazi esterni, avvolti nel grigiore della cenere che sovrasta ogni cosa o persona. Il romanzo è pervaso da una sensazione di ignoto e di vago: è come se il lettore fosse calato nelle scene di un sogno, in cui i contorni delle persone e degli oggetti appaiono come sbiaditi, e a tratti non si riesce a distinguere la finzione dalla realtà. Anche i ricordi del passato sembrano offuscati e ormai troppo lontani nel tempo: la casa dove un tempo abitava l’uomo ora è ricoperta dalla polvere, e il camino al quale durante il Natale venivano appese le calze ora è spoglio.

Con un gioco continuo in cui le ombre sembrano dominare le luci, l’autore del libro riesce a far emergere il rapporto che lega un padre e un figlio, anche se colti in una situazione di estremo pericolo. Le strade deserte, avvolte in un’oscurità profonda sembrano avvilire i due personaggi, ma ciò che li lega è l’amore reciproco, oltre alla consapevolezza che fino a quando resterà la lampada accesa, metafora della speranza, nulla potrà far loro del male.  

In conclusione, La strada ripercorre un percorso apparentemente infinito di un padre e di un figlio, ne sottolinea più volte il legame, ma l’autore lascia il lettore a libere interpretazioni. Il viaggio è metafora della vita, e a nessun vivente è dato conoscerne la meta o il traguardo. Il passato è ciò di cui siamo certi, il presente è da vivere, il futuro è da scoprire. Ciò che rende straordinaria la vita non è l’arrivo, ma l’iter, che sia lungo o che sia breve, che sia tortuoso o spianato, fatto con le mani nelle mani di chi più si ama.