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Pompei@Madre. Materia archeologica: un dialogo artistico tra due epoche

“L’unica via per noi di diventare grandi e, se possibile, insuperabili è l’imitazione degli antichi”. Questa affermazione. con cui J. J. Winckelmann nel Settecento canonizzava la perfezione del mondo antico, porta ancora oggi a domandarsi se effettivamente qualsiasi produzione artistica successiva a quell’epoca aurea abbia dovuto in qualche modo emulare il mondo antico per riuscire almeno a sfiorare quella grandezza senza tempo.

La mostra Pompei@Madre. Materia Archeologica, inaugurata sabato 18 novembre al museo Madre di Napoli, non mette in scena una semplice imitazione o ripresa da parte delle molteplici correnti artistiche che si sono avvicinate a tutto ciò che l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ha conservato, a partire proprio dalla scoperta del sito pompeiano nel 1748, ma un dialogo in diacronia tra la materia artistica contemporanea e quella archeologica.

Museo Madre Opening 2
Le varie sezioni artistiche, che si snodano attraverso quasi tutto il museo, concentrandosi in maniera preminente al terzo piano, non sono realizzate seguendo un criterio cronologico nell’esporre alcuni dei resti provenienti da Pompei, parte del materiale di studio derivato dalle campagne di scavo e riproduzioni d’arte moderna e contemporanea, ma mettendo in luce i molteplici punti di vista attraverso i quali è possibile guardare e riprodurre un singolo evento.

Museo Madre Opening

Il visitatore, così, si troverà ad osservare gli scatti di Victor Burgin con la sua teoria delle colonne di Basilica I e Basilica II e al centro la colonna spezzata di Maria Loboda, che dissacra il concetto stesso di colonna e la sua funzione portante, a dimostrazione di come l’elemento emblematico dell’arte antica possa essere osservato e reinterpretato in svariati modi.

 

 

Legata ancor più al concetto secondo cui l’arte ha il potere di far rivivere un singolo evento infinite volte e di mostrarlo in infiniti modi è la sezione centrale della mostra,  dedicata alla rappresentazione dell’eruzione del Vesuvio.
Posti in maniera speculare, da una parte il famoso Vesuvius di Andy Warhol in modo colorato e vivace, dall’altra con toni cupi e drammatici Eruzione del Vesuvio dal ponte della Maddalena di P. J. Volaire, offrono due letture opposte del medesimo evento, ma entrambe evocative e spiazzanti: questo è il potere dell’arte.

 

In un percorso in cui l’arte ricrea continuamente se stessa e non è relegata al semplice e riduttivo compito di evocare o portare alla memoria qualcosa, anche un elemento caratteristico delle ville sub-urbane di I secolo d.C., quali gli Hortii pompeiani, è ripreso in modo tale da offrire al visitatore l’idea che l’arte abbia la capacità di fiorire in maniera del tutto originale sia su un terreno su cui prima ci sono state altre colture – o culture, sia su un terreno del tutto nuovo.

 

Dunque ogni espressione artistica appartiene a chi la produce e a chi ne usufruisce; ogni visitatore vedrà qualcosa che un altro non può vedere, un filo, una connessione tra le varie opere che è da una parte pubblica, perché sotto gli occhi di tutti, e dall’altra personale, perché legata a parametri interpretativi propri di ognuno.

Come a voler coronare questo percorso fatto di richiami tramite opposizioni e analogie, sulla splendida terrazza del museo una tra le opere esposte si ricollega proprio al principio di dialogo, un dialogo che l’arte deve avere con se stessa in diacronia e sincronia ma anche con altre forme artistiche “Il mare non bagna Napoli” , opera visiva di Bianco-Valenti del 2015, riprendendo il titolo di un famoso libro di Anna Maria Ortese, esprime il modo in cui un’opera d’arte, che ha come suo canale di trasmissione privilegiato la vista, si possa affidare anche alle parole, che sono il normale veicolo d’espressione artistica della scrittura.

 

 

Siamo sempre stati abituati a guardare l’arte attraverso categorie: c’è l’arte antica, quella moderna, quella contemporanea, le diverse sottocategorie, etc. La mostra esposta al Museo Madre potrebbe avere come idea di base proprio quella di superare queste categorie mentali e interpretative, presentando in alcuni casi anche opere visive forti e dissacranti, così da disorientare il visitatore il cui gusto artistico è spesso orientato in base alle categorie suddette. Proprio lo stato di disorientamento genera una riflessione e porta a chiedersi: “Perché?”. Perché associare dei teschi, copie di quelli ritrovati a Pompei, con degli specchi?
Interrogarsi su ciò che si sta vedendo, sulle profonde interconnessioni tra gli oggetti, porta il visitatore a non essere un fruitore passivo dell’opera d’arte, ma attivo: aggiungendo una personale interpretazione si può completare la percezione dell’opera in sé.
“L’arte ci consente di trovare noi stessi e di perdere noi stessi nello stesso momento” diceva Thomas Merton, proprio perché è un dialogo costante con tutte le sue componenti e noi siamo allo stesso tempo i destinatari e in parte i creatori di ogni opera d’arte che facciamo nostra.