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Arte Eventi

Il giardino “segreto” di Monet: capolavori del Musée Marmottan Monet di Parigi

Complesso del Vittoriano – Ala Brasini di Roma

È il momento ideale, vedrete un giardino meraviglioso, ma dovete affrettarvi, fra poco tutto sarà sfiorito.

Georges Clemenceau.

Questa è la frase che ci ha accolto prima di addentrarci lungo il corridoio sulle cui pareti sono proiettate le immagini di ciò che hanno rappresentato per Monet il suo giardino e la sua casa a Giverny, le foto del presente e del passato e la loro trasposizione pittorica.115332904-41cc9f08-7fa0-4a61-b3bf-99d89cffbb4e

Superato “il viale dei ricordi” la mostra si rivela strutturata su più piani e più stanze che ripercorrono la vita e il processo artistico del padre dell’Impressionismo.

Monet trasformò la pittura en plein air in rituale di vita e – tra la luce assoluta e la pioggia fitta, tra le minime variazioni atmosferiche e l’impero del sole, tra le colorazioni ora sfumate ora sfavillanti – riuscì a tramutare i colori in tocchi purissimi di energia, riuscendo nelle sue tele a dissolvere l’unità razionale della natura in un flusso indistinto, effimero eppure abbagliante.

Per la prima volta sono state esposte al Complesso del Vittoriano queste cinquantasette opere, fra disegni e dipinti che illustrano l’evoluzione del percorso creativo di Monet, dagli anni giovanili a Le Havre alle ultime tele raffiguranti le Ninfee; si passa dalla sfera più intima e familiare con i ritratti dei suoi figli Michel e Jean, alle caricature di personaggi del mondo dell’arte, alle quali l’allora quindicenne Monet si ispirava per completare la sua formazione e con cui guadagnava i primi soldi e diventava quasi una celebrità nella sua città natale, Le Havre.

Eppure, nonostante il successo giovanile, Monet, per paura che i suoi quadri non fossero capiti dal pubblico, preferiva tenere nascoste molte delle sue opere. La sua ricerca, incredibilmente moderna, che ha influenzato generazioni di pittori successivi, non era colta in pieno dal pubblico francese: il sarcasmo suscitato nel 1874 dall’esposizione di “Impressione, levar del sole” è entrato nella storia, ma anche le sue Ninfee, dipinte tra il 1914 e il 1926, vennero criticate a lungo prima di essere innalzate al rango di icone.

Per tutta la vita Monet nutrì una grande passione per la pittura di paesaggio, anche dopo il suo trasferimento a Giverny nel 1883, continuò a viaggiare “a caccia” di soggetti passando per i paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville, e delle sue tante dimore, inclusa una parentesi in Liguria testimoniata in mostra dal dipinto del castello di Dolceacqua.

06_Dolceaqua_previewDurante il percorso espositivo passiamo per le nuvole dense di fumo dei treni, le luci soffuse, le metamorfosi cromatiche, il plumbeo cielo invernale e il candore della neve; per il Parlamento di Londra scuro, immerso in un triste crepuscolo, avvolto nel mistero e confuso con un cielo che si oscura riflesso sul fiume Tamigi; per i delicatissimi tramonti rosa e blu riflessi sulla costa, sulla valle e sul mare che si unisce e si mescola al cielo.

Non mancano foto che lo ritraggono orgoglioso e sereno nella sua proprietà a Giverny, acquistata nel 1890, di cui si dedicava a sistemare la casa e il giardino. In circa dieci anni il pittore compose un paesaggio su misura, una vera e propria opera d’arte, che dal 1897 diventò un soggetto pittorico. Lui stesso disse: “il mio giardino è l’opera d’arte più bella che io abbia creato”; e ancora: “sono in estasi, Giverny è una terra meravigliosa per me”.

Nonostante i gravi problemi di vista e l’anziana età, lo studio dei riflessi e dei paesaggi sull’acqua per l’artista diventò un’ossessione, da cui si lasciò totalmente assorbire fino alla sua morte nel 1926.

Dipinse tantissime ninfee, cambiandone sempre il punto d’osservazione, modificandole secondo le stagioni dell’anno e adattandole ai diversi effetti di luce che il mutar delle stagioni crea. E, naturalmente, l’effetto cambia costantemente, non soltanto da una stagione all’altra, ma anche da un minuto all’altro, poiché i fiori acquatici sono ben lungi dall’essere l’intero spettacolo; in realtà sono soltanto il suo accompagnamento. L’elemento base è lo specchio d’acqua il cui aspetto muta ogni istante come i brandelli di cielo che vi si riflettono, conferendogli vita e movimento.01_Ninfee_previewLa nuvola che passa, la fresca brezza, la minaccia o il sopraggiungere di una tempesta, l’improvvisa folata di vento, la luce che svanisce o rifulge improvvisamente, tutte queste cose creano variazioni nel colore ed alterano la superficie dell’acqua: essa può essere liscia e non increspata e poi, improvvisamente, ecco un’ondulazione, un movimento che la infrange creando piccole onde quasi impercettibili, oppure sembra sgualcire lentamente la superficie conferendole l’aspetto di un grande telo di seta spruzzato d’acqua. Lo stesso accade ai colori, al passaggio di luce, all’ombra, ai riflessi. L’acqua, essendo un soggetto così mobile e in continuo mutamento, per ogni momento che passa diventa qualcosa di nuovo ed inatteso. Per Monet diventò un problema estremamente stimolante a confronto con un punto fisso come può essere la silhouette di una città o un paesaggio immobile, a cui si dedicò per otto o nove anni.

In una delle sale della mostra è proiettato su uno schermo un video in bianco e nero, dove si vede l’artista dipingere nel suo giardino, completamente rapito da ciò che vede, sente e percepisce e concentrato nel cogliere l’attimo fuggente, o almeno la sensazione che lascia.

Da qui si passa per un altro corridoio sul cui pavimento è proiettato lo stagno delle ninfee. Camminiamo avvolti da questo blu e verde, fluttuando sospinti dal vento insieme alle ninfee e all’acqua con il suo dolce e delicato tintinnio, passando sotto un leggero ponte giapponese, sopra il quale crescono dei glicini, e circondato da alberi, tra cui un salice piangente, fino a giungere al giardino dei fiori.

Poco prima di morire, Monet sistemò un’ultima volta il cavalletto fra i cespugli fioriti della sua proprietà per dipingere la casa vista dal viale delle rose, di cui immortalò il pergolato di fiori rampicanti in una serie di tele autonome note con il titolo generico di “Viale del roseto”.

08_Le_Rose_previewProprio nell’ultima sala vi sono due pannelli monumentali del 1919-1920 che raffigurano i glicini “grappoli bianchi e malva, di un malva lieve che sembra dipinto con l’acquarello” (Marc Elder).

115332721-94cb6231-c7f6-4bd5-b33b-e833164a39e6La mostra termina con un capolavoro di Monet che si pensava perduto per sempre a causa di un incendio avvenuto nel 1958 all’interno del Museum of Art di New York. Dopo oltre cinquant’anni grazie ad un progetto internazionale di Sky Arte HD, “Il Mistero dei Capolavori Perduti”, è stato riportato alla luce “Water Lilies” (1914-1926). La ri-materializzazione dell’opera è stata affidata a un team di esperti, artisti, tecnici e conservatori d’arte che ha lavorato con mezzi digitali e tradizionali restituendo una riproduzione altamente accurata dell’originale.

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Arte Teatro

Il teatro come universo di artisti: i costumi e le scenografie della lirica in mostra

La nostra carrozza ci fa scendere al Museo di Roma a Palazzo Braschi in Piazza Navona, nel cuore della città rinascimentale e barocca. Saliamo la scalinata di marmo fino al primo piano, poi ci accomodiamo in sala, ognuno al proprio posto.

La tenda di velluto rosso è scostata. Dietro le quinte si percepisce agitazione ed eccitazione; la cantante si sta preparando per lo spettacolo ed è fremente, sta facendo degli esercizi per riscaldare la voce. Noi altri costituiamo il pubblico, ma il nostro ruolo è duplice: siamo spettatori e allo stesso tempo visitatori.

In seguito, lungo il percorso espositivo veniamo accompagnati da una suggestiva colonna sonora, composta da alcune delle più celebri musiche liriche.

Ripercorriamo la storia dell’Opera di Roma seguendo i grandi titoli del nostro teatro lirico, ma scoprendo anche perle “minori”. La musica è affiancata anche dai prodotti del genio di artisti eccezionali che si sono dedicati ai costumi, alla scenografia e alla regia.

La mostra Artisti all’Opera – dal 1880 al 2017, inaugurata il 17 novembre 2017 e prorogata fino al 18 marzo 2018, consiste infatti in una raccolta affascinante di musiche, video, bozzetti, figurini, maquettes e abiti di scena.

Abiti di scena

Tutto ebbe inizio con il debutto di Cavalleria rusticana, l’opera di Pietro Mascagni del 1890. Il successo immediato contribuì a forgiare l’identità culturale del teatro romano, che divenne il tempio dell’Opera Verista.

Successivamente, un’altra grande opera fu la Tosca di Giacomo Puccini, la quale però al suo debutto nel 1900 non fu accolta con favore dal pubblico e dalla critica, che non apprezzarono gli estremi elementi del dramma verista: descrizioni brucianti e scene violente che culminavano, alla fine del II atto, nell’uccisione di Scarpia. Il tempo, però, ne avrebbero poi determinato il successo, facendone una delle opere più rappresentate al mondo.

A fine Ottocento il Teatro dell’Opera di Roma aveva il nome di Teatro Costanzi; solo quando il Comune di Roma lo acquisì, nel 1928, il Teatro prese il nome che conserva ancora oggi.

Durante la mostra si passa dagli abiti inusuali, con colori accesi e motivi grafici di Picasso, ai grandi fondali e ai costumi veneziani, con richiami onirici di De Chirico; dal tratto sognante ed elegiaco e da un assoluto perfezionismo nell’esecuzione sartoriale dei costumi di Lila De Nobili, agli abiti di grandi stilisti italiani come Giorgio Armani e Alberta Ferretti.

Pablo Picasso, costumi per Il cappello a tre punte, 1954
Pablo Picasso, costumi per Il cappello a tre punte, 1954
Giorgio De Chirico, fondale per Otello, 1964
Giorgio De Chirico, fondale per Otello, 1964

Luchino Visconti tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento fece il suo debutto all’Opera di Roma con Don Carlo: ne curò la regia, le scene e i costumi. Come scrisse Giorgio Vigolo:

tutto sembra essere avvenuto sotto l’insegna del fasto. La sontuosità prorompeva anche dai costumi cinquecenteschi in lamé, in velluto, mantelli bordati di pelliccia, candide gorgiere, pizzi e mantiglie, galloni dorati. Una galleria di figure che sembravano uscire da El Greco o da Velázquez”.

Luchino Visconti, maquette per Don Carlo, 1965
Luchino Visconti, maquette per Don Carlo, 1965

Ad affiancare il maestro uno dei suoi più celebri allievi, Franco Zeffirelli, che si dedicò alle scenografie e successivamente anche ai figurini.

La selezione degli abiti di scena vuole mettere in evidenza da un lato il genio degli artisti che tratteggiano forme e colori sul figurino, rispondendo non soltanto al gusto personale ma anche alle esigenze dettate dal libretto, dal coreografo, dalle economie; dall’altro vuole sottolineare il lavoro della sartoria teatrale, che trasforma il disegno in realtà. A questi hanno lavorato i più grandi costumisti italiani, da Caramba a Maurizio Millenotti, passando per Titina Rota, Danilo Donati, Piero Tosi, Pierluigi Samaratini, Luisa Spinatelli, Gabriella Pescucci, Pierluigi Pizzi e Franca Squarciapino.

L’essenziale collaborazione con il mondo dell’arte e con gli artisti che lo animano, non si è conclusa con l’avvio del nuovo millennio, che ha visto anzi il Teatro dell’Opera intraprendere progetti sempre più complessi e ambiziosi. Ne è per esempio prova La Traviata, con la regia di Sofia Coppola e i costumi di Valentino, che ha segnato il record d’incassi nella storia del teatro e ha messo d’accordo il cinema e la moda sotto il segno di Verdi.

Valentino, costume per la Traviata
Valentino, costume per La Traviata, 2016

Si tratta di progetti innovativi e collaborazioni con i più prestigiosi teatri del mondo che guardano al Teatro dell’Opera di Roma come a un interlocutore di primo piano.

 

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Arte Eventi

Sulle orme del maestro Hokusai

La mostra temporanea in onore del celebre artista giapponese Katsushika Hokusai si trova nell’area espositiva del Museo dell’Ara Pacis a Roma.

Superate le tende dell’ingresso ci si ritrova in un mondo a sé e ci si dimentica totalmente di essere nel centro di una metropoli caotica, a ridosso di una delle strade dello shopping più famose. Nell’area si percepisce una tranquillità e una serenità assoluta, un silenzio che si potrebbe definire zen.

Passo dopo passo viene presentato un mondo idilliaco in cui l’uomo da una parte vive e lavora in armonia con la natura, dall’altra ne è a tratti sopraffatto. Il visitatore riceve le prime impressioni sull’arte del Maestro Hokusai da questo “mondo fluttuante” e dai suoi viaggi attraverso il Giappone. Più ci si addentra nella mostra e più cose si vengono a sapere su di lui e su quel paese che tanto ha colpito ed influenzato molti artisti europei.

Nella prima sala vi sono i ponti e le cascate più famose del Giappone. Proseguendo, nella sala successiva, di ampiezza maggiore, si è circondati dalla serie delle Trentasei vedute del Monte Fuji; su una parete dorata vi sono alcune delle opere più conosciute, come La grande onda presso la costa di Kanagawa e Giornata limpida col vento del sud (o Fuji Rosso).

La [grande] onda presso la costa di Kanagawa, dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji
Katsushika Hokusai La [grande] onda presso la costa di Kanagawa, dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji, 1830-1832 circa Silografia policroma Kawasaki Isago no Sato Museum
Giornata limpida col vento del sud (o Fuji Rosso)
Katsushika Hokusai Giornata limpida col vento del sud (o Fuji Rosso), dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji, 1830-1832 circa Silografia policroma Kawasaki Isago no Sato Museum

Gli uomini sono raffigurati ovunque, prevalentemente in primo piano rispetto al vulcano che pur essendo il protagonista delle vedute spesso appare lontano. Bisogna cercarlo bene perché in alcune stampe sembra nascondersi dietro agli alberi oppure dietro a un ponte; nell’Onda sparisce quasi, sommerso dall’acqua che si solleva per infrangersi con degli artigli che fanno paura.
In una teca di vetro al centro della sala vi è un dipinto su rotolo del Monte Fuji, presentato per la prima volta in Italia e in anteprima assoluta.

Il Monte Fuji al tramonto
Katsushika Hokusai Il Monte Fuji al tramonto, 1843 Dipinto su rotolo, Collezione privata

Per la prima volta nel nostro paese anche le opere dell’allievo non diretto Keisai Eisen, che pur traendo ispirazione da Hokusai per il paesaggio, realizzò creazioni completamente nuove e originali combinando il genere del paesaggio e quello dei ritratti di beltà in un’unica immagine, riflesso della vivacità culturale di Edo (nome dell’attuale Tokyo), del mondo seducente dei quartieri di piacere e in particolare della bellezza delle cortigiane e dei loro preziosi kimono.

Yamashita in Shitaya e Kōriyama in Ōshū dalla serie Paragoni di luoghi famosi nelle province
Keisai Eisen Yamashita in Shitaya e Kōriyama in Ōshū dalla serie Paragoni di luoghi famosi nelle province, 1818-1830 circa Silografia policroma, 38,0 × 25,7 cm Chiba City Museum of Art

Dal 1830, a seguito dell’introduzione del blu di Prussia, Eisen indirizzò la sua produzione verso la realizzazione di stampe con solo inchiostro blu (aizuri-e), caratterizzate dall’eccellenza delle gradazioni tonali eseguite nel formato del trittico e del ventaglio rotondo.

Momongawa dalla serie: Aspetti dello stile moderno
Keisai Eisen Momongawa dalla serie: Aspetti dello stile moderno, 1830-1844 circa Silografia policroma, 37.3×24.4 cm Chiba City Museum of Art

A confronto con le opere di Hokusai sono proposti anche diversi dipinti su rotolo dei suoi allievi Katsushika Hokumei, Teisai Hokuba, Ryūryūkyo Shinsai, Gessai Utamasa e Totoya Hokkei, che rivelano come medesimi soggetti codificati fossero reinterpretati dai diversi autori in termini figurativi del tutto originali e personali. Sia Hokusai che Eisen furono di ispirazione per tutti quegli artisti di fine Ottocento influenzati dal Japonisme, tra i quali Van Gogh, che in una delle lettere indirizzate al fratello scrisse:

“Quello che invidio ai giapponesi è l’estrema limpidezza che ogni elemento ha nelle loro opere. Le loro opere sono semplici come un respiro, e riescono a creare una figura con pochi, ma decisi tratti, con la stessa facilità con la quale ci abbottoniamo il gilet. Ah, devo riuscire anch’io a creare delle figure con pochi tratti.”

La mostra si conclude con la sezione Manga, un compendio in inchiostro nero con qualche tocco leggero di vermiglio, con il quale il Maestro trasmise le regole della pittura ad artisti ed appassionati.

Carpa e tartaruga
Katsushika Hokusai Carpa e tartaruga, 1839 Dipinto su rotolo, 99×35.5 cm (127.1 × 53.3 cm dimensioni totali) Collezione privata

Grazie all’enorme abilità di Hokusai, durante il percorso espositivo si passa da paesaggi ad animali semi-leggendari, da attori kabuki a beltà femminili, da guerrieri a spiriti, ogni soggetto realizzato grazie a svariate tecniche e diversi formati, come dipinti a inchiostro e colore su rotolo verticale e orizzontale, silografie policrome di ogni misura e surimono (biglietti augurali, inviti, calendari per eventi e libretti per teatro).

Eppure, come si apprende da Bruno Munari, Hokusai fu tutto questo e molto altro:

“Hokusai non era soltanto un pittore. Aveva curiosità leonardesche, si interessava di architetture, di macchine strane, di costumi, si divertiva a fare strabilianti caricature (io l’ho conosciuto quando lui era già andato a curiosare nell’altro mondo). Grazie caro amico, grazie del tuo insegnamento allegro”.