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Un viaggio nel “Sogno d’amore” di Marc Chagall

“Mi basta aprire la finestra della mia stanza e l’aria blu, l’amore e i fiori entrano con lei”

Marc Chagall

Una scalinata piena di fiori cattura l’attenzione dei passanti e dei turisti che percorrono via dei Tribunali; questa straordinaria esplosione di colori tra i palazzi antichi di una delle più storiche strade di Napoli è un’anticipazione della mostra Chagall. Sogno d’amore che si tiene all’interno della Basilica di S. Maria Maggiore alla Pietrasanta.  

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Tra navate e stucchi bianchi si apre un mondo onirico e favolistico, da cui emerge subito la capacità dell’artista di guardare la realtà e di  rappresentarla attraverso un’infantile  fantasia che si nutre delle esperienze vissute.

Questo connubio è alla base delle illustrazioni realizzate da Chagall per le favole dello scrittore francese La Fontaine. In questa meravigliosa galleria di litografie non è ancora presente quella vivacità incontenibile di colori che caratterizzerà le opere più tarde dell’artista russo-francese, ma la fantasia, elemento costante, si esprime umanizzando gli animali, che diventano i protagonisti di racconti moraleggianti e satirici. Tutti i vizi che lo scrittore francese del Seicento descriveva nelle sue favole, prendono vita nelle rappresentazioni  del mondo animale realizzate da Chagall, realtà che il pittore conosceva molto bene e che celebrava con la sua arte, ritornando con la memoria a quel villaggio in Russia dove aveva trascorso la fanciullezza.

Osservare le opere esposte, ascoltando la loro genesi e la loro storia raccontate da una voce femminile, che si presenta come la figlia dell’artista, rende il percorso ancora più intimo e particolare e permette di comprendere quanta realtà e quanta vita vissuta ci sia nelle sue opere. Infatti, intimo ed evocativo è il rapporto di Chagall con la religione, intendendo l’arte stessa come una religione, soprattutto l’arte creata al di sopra di qualsiasi interesse di gloria. Le sue rappresentazioni religiose, soprattutto quelle tratte dal libro dell’Esodo, mostrano non solo la sofferenza di un popolo che, fuggito dalla schiavitù, si rende libero dotandosi di leggi proprie, ma richiama anche le persecuzioni subite dagli Ebrei durante la Seconda guerra mondiale, che lo stesso artista ha vissuto, costretto a lasciare Parigi per gli Stati Uniti; in ultimo il peregrinare del popolo ebraico è particolarmente sentito da Chagall perché la sua stessa vita è stata contrassegnata da peregrinazioni e perdite. Tramite il ricordo, l’evocazione e l’arte tutto ciò che l’artista ha dovuto lasciare non è andato mai perduto, né i paesaggi della Russia, né le scoperte artistiche parigine, né l’amore per  la moglie Bella.

L’inesauribile tavolozza espressiva di Chagall attinge tutte le sue sfumature di colore proprio dall’amore: questo sentimento è  inteso dall’artista in modo universale, come un fluire armonico e  privo di limiti che  prende vita dalle sue pennellate, le quali non conoscono i confini delle figure, ma li valicano abbracciando tutto il quadro e mescolandosi tra di loro. La linea che separa la realtà dalla fantasia non esiste: ecco perché le sue rappresentazioni floreali si slanciano nitide e vivide davanti agli occhi dell’osservatore che vorrebbe toccare con mano vasi quei vasi traboccanti di colori e  sembra  quasi percepirne il profumo. Giocando con la fantasia Chagall  riesce a rendere incantato qualsiasi oggetto animato e inanimato: violini, asini, mazzi di fiori.

 

I confini nella pittura di Chagall non esistono soprattutto quando si tratta di separare la realtà dal sogno; se l’artista nei suoi quadri è riuscito a mescolare scene di vita quotidiana con animali fantastici, a far volteggiare in assenza di gravità due sposi novelli, a descrivere con una leggerezza disarmante gli orrori di una guerra e a dare vita ai racconti moraleggianti delle favole, è proprio perché i confini per lui non sono mai esistiti. Essere un viaggiatore invece che un esule, sublimare un amore invece di piangerne la scomparsa, sono caratteristiche di un animo che non ha mai perso quella componente fanciullesca che gli ha permesso di guardare con leggerezza, che non è superficialità, alle grandi o piccole tragedie che costellano la vita umana. L’immaginario onirico non è un rifugio o una fuga, ma un modo attraverso il quale gli elementi e le figure della quotidianità diventano più colorate e vivide; ecco perché alla fine della mostra si apre una meravigliosa “Dream room” in cui lasciarsi avvolgere e trasportare in un turbinio di immagini e colori, dal blu più scuro al giallo più acceso, tra linee e fiori, suonatori di flauto e violinisti.

Il percorso, che si è aperto e sviluppato attraverso opere che hanno raccontato la vita di Chagall, si conclude immergendosi e passeggiando nel sogno dell’artista, dove tutte le immagini viste precedentemente ritornano, apparendo a spezzoni qua e là e scomparendo in un armonico fluire di forme e colori. Dunque è nella dimensione onirica e psichica del pittore che si conclude la mostra, e non poteva che essere altrimenti per un artista come Chagall che ha considerato l’arte uno stato d’animo e l’anima la sua unica patria.

 

 

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Ovidio: il cantore d’amore che vinse il tempo

Dopo più di duemila anni il poeta Ovidio torna a Roma attraverso un’affascinante mostra curata dalle Scuderie del Quirinale che, mediante opere d’arte e versi, ripercorre le tappe fondamentali della sua vita e del suo percorso poetico. Ho deciso di visitare la mostra perché ho amato Ovidio sin dai tempi del liceo, quando per la prima volta mi trovai davanti quei versi dinamici e al contempo leggeri. Sì perché Ovidio, per riprendere un’espressione di calviniana memoria, è in primis poeta della leggerezza, intesa come eliminazione di qualsiasi tipo di orpello del discorso e concettuale per far spazio al realismo delle forme, delle idee, della narrazione.

Ma è anche cantore e affabulatore quando ci trasporta in quell’affascinante mondo di miti senza tempo, creando figure concrete e reali, quasi umane.

Infine è un uomo che, nonostante l’infelice destino e la relegazione in una terra barbara, lontano dai fasti della sua amata Roma, riesce a sconfiggere il tempo attraverso la propria arte.

Il mio viaggio alla riscoperta del poeta inizia sulla scalinata delle Scuderie, dove mi si presenta di fronte un’enorme insegna che riporta: “Ovidio: Amori, miti e altre storie”. Il suo nome, scritto a caratteri cubitali e illuminato da una luce sottile ma viva, subito suscita in me la forte curiosità di saperne di più, di perlustrare ogni singola stanza e di farmi trasportare dall’emozione di assistere al connubio tra arte visiva e poesia, cosa che forse solo un amante di cultura classica può capire profondamente.

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La prima stanza contiene i manoscritti delle opere più note: ci sono gli Amores, la scandalosa Ars Amatoria e, prime fra tutte, le Metamorfosi. Sulle pareti è possibile leggere alcuni dei versi più belli evidenziati da colori vivaci e fluo: “Omnis amans militat”, “Nam placuisse nocet”, “Omnia mutantur, nihil interit”, “Quod cupio mecum est”, “Venus ventus temerarus”.

 

 

Il protagonista indiscusso è l’amore, che Ovidio concepisce in modo totalmente opposto e innovativo rispetto ai suoi contemporanei e alla morale del tempo imposta da Augusto. L’amore ovidiano è fusione tra corpo e anima, passione ardente, fuoco vivo, talvolta inganno mortale, talvolta fautore di nuova vita, capace di coinvolgere uomini e divinità senza alcuna distinzione.

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Procedendo nella sala successiva lo sguardo si ferma a contemplare le fattezze sinuose e armoniche della Venere Callipigia (proveniente dal Museo Archeologico di Napoli) che con leggera sensualità solleva il peplo lasciando scoperte le sue nudità e sembra essere ammirata e colpita con l’arco da un Eros vivace che le è posto accanto.

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Tutte le sale successive sono dedicate proprio alle divinità e alle loro nuove caratterizzazioni.

Gli dei ovidiani sono portatori di passioni e sentimenti comuni a quelli degli uomini e spesso li estremizzano suscitando fatali conseguenze. E così assistiamo a una Venere libertina e impudica che si diletta nei tradimenti con Marte, a Giove ingannatore e bugiardo dedito a meschini adulteri, ai figli di Latona, Apollo e Artemide, crudeli vendicatori che fanno strage dei figli di Niobe. È evidente che tale rappresentazione delle divinità principali del pantheon romano si scontrava con gli ideali moralizzanti di Augusto, che vedevano in Venere la progenitrice della gens Giulia, in Giove il padre austero degli dei e nei figli di Latona i portatori delle più alte virtù morali.

 

 

Proprio allo scontro col princeps è dedicata un’altra sala della mostra, dove le statue di Augusto e di sua moglie Livia, presentati nelle sembianze di Giove e Giunone, sovrastano fiere nella loro marmorea rigidità.

La parte più emozionante, però, è quella che porta alla scoperta delle Metamorfosi attraverso il racconto dei miti più affascinanti e commoventi. La narrazione inizia con i miti di Dafne, Io, Europa, Marsia, Leda per poi procedere al secondo piano con quella di altri miti tra cui: Fetonte, Icaro, Adone, Arianna, Ganimede.

Avanzo tra sculture, dipinti e vasi antichi che rappresentano ogni storia con un realismo toccante e a tratti struggente. Mi sembra a poco a poco di immergermi in un’altra dimensione e così osservo Dafne fuggire da Apollo e trasformarsi lentamente in alloro, sento la sofferenza di Io, imprigionata in un corpo bovino che non le appartiene, sono trascinata insieme ad Europa sul dorso del toro, mi rifletto nelle acque del fiume con Narciso. Non sono sazia di storie, sento il bisogno di conoscerne altre, così il mio passo si fa più rapido e mi ritrovo faccia a faccia con Arianna sofferente, abbandonata da Teseo e da lontano, sulla stessa traiettoria, noto Ermafrodito disteso che mostra tutta la bellezza del suo corpo di donna. Il mio sguardo poi si ferma su un dipinto che raffigura la morte di Adone e osservo Venere con gli occhi fissi al cielo, occhi vivi che incutono l’essenza della pietà e del dolore. Continuo il mio percorso e mi fermo a contemplare la storia d’amore di Piramo e Tisbe, i Romeo e Giulietta dell’antichità, poi arrivo nella stanza di Icaro e Fetonte, i due giovani che sfidarono il cielo, a cui Ovidio dedica le pagine più commoventi della sua opera.

 

 

La mostra è giunta quasi al termine, entro nell’ultima sala, quella di Ganimede. La storia del giovane, a cui Giove concesse l’immortalità rendendolo coppiere degli dei, si lega all’apoteosi del poeta e al tema dell’immortalità della poesia. Il dipinto di Nicolas Poussin, raffigurante il trionfo di Ovidio, chiude il mio viaggio.48214188_282876832416316_7258940973047087104_n

Nell’osservare Ovidio, cinto d’alloro, circondato dagli Eroti e da Venere, penso alla grandezza della sua arte. Di lui non ci restano ritratti ufficiali ma solo raffigurazioni, frutto di immaginazione o miniature di manoscritti medievali. Rifletto su questo e penso che in fondo cosa importa che il poeta abbia un volto se è la sua voce a perdurare nei secoli? Quella voce che ha vinto il suo tempo, l’odio di Augusto, l’esilio, le censure, la finitezza di qualsiasi cosa umana, riecheggia ancora oggi, forte e impetuosa per ricordarci che l’arte, la poesia e la bellezza sono in grado di raggiungere l’eternità, e come Ovidio dice al termine delle Metamorfosi:

“Con la parte migliore di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare: fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli, se sono veri i presentimenti dei poeti, vivrò della mia fama”.

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Escher: prospettive, metamorfosi e realtà al Palazzo delle Arti di Napoli

“Solo coloro che tentano l’assurdo raggiungeranno l’impossibile”

Mauritius Cornelius Escher

Una caleidoscopica girandola di tasselli, un vortice di linee, un turbinio di incisioni, dove tutto sconcerta e stupisce, soprattutto la realtà e le sue rappresentazioni: questa è la mostra di Escher al Palazzo delle Arti Napoli, poiché questo è il percorso artistico di Escher.

Agli occhi di chi classifica il sapere in discipline ordinate e categorie precostituite, gli interessi dell’artista olandese appaiono ossimorici e paradossali, poiché spaziano dall’arte greco-romana alle teorie della relatività di Einstein, dallo stile moresco alle formule goeometrico-matematiche; dalla loro apparente inconciliabilità  si origina un nuovo approccio all’arte intesa come modo di guardare il mondo decostruendolo e ricostruendolo. Nelle opere di Escher il punto di vista dell’artista e quello degli spettatori acquistano la stessa importanza, pur essendo inconciliabili: è la realizzazione del concetto di arte come dialogo inesauribile tra chi la produce e chi ne usufruisce.

Gli Emblemata sono la rappresentazione esemplare della volontà dell’artista di creare un dialogo destabilizzante con lo spettatore, perché è la realtà stessa a essere destabilizzante e incongruente: immagini armoniosamente realizzate si trovano in antitesi con i motti in latino e fiammingo che le accompagnano; così una farfalla agli occhi dell’artista diventa signum immortalitatis fragile admodum, dove l’antitesi che si coglie nel definire qualcosa come fragile e immortale è la stessa che l’artista scorge tra il modo in cui il mondo appare e il modo in cui si cerca di descriverlo tramite immagini o parole. La stessa scelta della litografia e della xilografia come tecniche di stampa per le opere implica un messaggio di fondo: l’opera dev’essere pensata e rappresentata al contrario, viene alla luce dal suo opposto, sottintende, già in fase di realizzazione, due punti di vista contrari e complementari.

 

Dunque, il viaggio artistico di Escher è una fuga da ogni categorizzazione del sapere: insofferente nei confronti dei canonici sistemi di apprendimento, l’arte è per lui ragionamento e percorso che da uno stimolo iniziale, esterno, sviluppa se stessa e non si esaurisce in una sola forma chiusa di rappresentazione, ma necessita di infinite forme e di infiniti punti di vista, perché infinito è il numero di coloro che ne entreranno in contatto. L’ammirazione per le architetture del mondo arabo, per i paesaggi italiani e per le opere del mondo greco-romano è espressa attraverso un processo di rilettura: osservare, analizzare, scomporre le grandi opere del passato e ricomporle secondo la sua prospettiva, a dimostrazione che non c’è nulla di perfettamente compiuto e che tutto è passibile di rivisitazione e rivalutazione, cambiando il proprio punto di vista.

 

Comune denominatore tra arte e scienza è l’indagine; la curiosità è sia stimolo creativo che slancio iniziale dell’osservazione scientifica e porta a rapportarsi con il mondo esterno senza nessun preconcetto, anzi, indagando la realtà, le sovrastrutture mentali dovrebbero venir meno così da poter riscrivere ogni volta ciò che si offre alla vista  con nuovi paradigmi e categorie, che in Escher non sono mai definitivi, ma trampolino di lancio per una nuova prospettiva e un nuovo percorso.

Come le rampe di scale nell’opera Relatività cambiano direzione a seconda di chi le percorre e di come l’osservatore guarda, così la realtà, l’arte e i modi di comunicare cambiano a seconda dell’individuo, e soprattutto, di ciò che l’individuo ha vissuto, ha visto e ha appreso. Dunque, il destino dell’artista, o meglio dell’uomo in generale, è quello di percorrere scale all’infinito senza possibilità di incrociare nessun altro, senza un pavimento solido da cui partire e un soffitto sicuro a cui giungere, una spirale di nichilismo e incomunicabilità senza soluzione? Dare una risposta a questa domanda vanificherebbe il motivo di fondo dei lavori di Escher: non è importante categorizzare il punto d’arrivo e di partenza, ma essere pronti a modificare, se il percorso lo richiede, prospettive, conoscenze acquisite e lo stesso punto d’arrivo, se lungo il tragitto questo perdesse di valore.

 

Motivo ricorrente nel pensiero di Escher è l’idea dell’impossibilità di rappresentare la realtà nella sua interezza e veridicità con immagini e parole; l’arte, non avendo più questo scopo, diventa altro e forse trova davvero la sua funzione: non rappresentare ma capire la realtà, presentarsi come uno strumento di indagine che permette di vedere l’uomo e la realtà come un qualcosa di composto da tantissimi piccoli tasselli, che, combinati insieme, danno un’immagine più grande e unitaria, la quale però, inevitabilmente, non può rimanere sempre la stessa, poiché soggetta al trascorre del tempo e agli accadimenti che influenzano percezioni e ragionamenti; mentre i piccoli tasselli che compongono l’uomo e la sua realtà sono sempre gli stessi, ciò che è destinato a subire una metamorfosi è l’immagine generale, è il modo in cui ognuno ordina l’infinito puzzle che è la realtà.

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L’artista stesso, nel definire il suo lavoro un gioco molto serio, dimostra di essere consapevole del paradosso implicito nelle sue opere e la mostra esposta al PAN rende giustizia a questo concetto; il visitatore è invitato a entrare nel mondo di Escher con tutti i sensi tramite esperimenti interattivi che, sotto l’apparente semplicità del gioco, servono a rendere tangibile quanto di scientifico, di filosofico e di tecnico sia sotteso al lavoro dell’artista olandese.

Vorticando, si esce da questo percorso destabilizzati, non perché si è privi di certezze, bensì perché Escher mostra come l’uomo abbia la capacità intellettuale e la sensibilità artistica di rapportarsi, di comprendere e raffigurare la mutevolezza della realtà e delle sue rappresentazioni.

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“Connettere il mondo con le storie che contano”: la World Press Photo Exhibition 2018 al PAN

Nel mare cristallino dell’arcipelago di Zanzibar quattro donne completamente vestite galleggiano stese a pancia in su, tenendo stretta sul petto una tanica di plastica vuota. Hanno gli occhi chiusi e l’espressione concentrata, mentre le loro vesti gialle ondeggiano leggere sul pelo dell’acqua azzurra. È una scena strana, attira l’attenzione e incuriosisce. La descrizione accanto rivela che lo scatto di Anna Boyiazis racconta lo svolgimento di un corso di nuoto rivolto alle donne: un corso di nuoto che si rende necessario perché la maggior parte delle donne non sa nuotare, dal momento che la cultura islamica conservatrice impone delle restrizioni e non esistono costumi da bagno considerati sufficientemente decorosi. Infatti, le donne ritratte sono coperte dalla testa ai piedi: è l’unica soluzione che permette loro di entrare in acqua e imparare a nuotare grazie all’apposito progetto locale, denominato Panje, “pesce grande”.

Tre fiori gialli coprono il volto di una ragazza avvolta in una veste magenta; altri tre ritratti mostrano ragazzine nigeriane con il volto coperto – dall’abito, dall’ombra, dalle proprie mani. Un gruppo di militanti islamici rapisce giovani donne che vanno a scuola, le cinge con cinture esplosive e le invia in luoghi affollati come arma da guerra. Il gruppo si chiama Boko Haram, traducibile con “l’istruzione occidentale è proibita”. Le ragazze immortalate da Adam Ferguson sono riuscite a scappare e a trovare aiuto.

Due anziani cinesi sorridono felici attorno a un tavolo ricoperto di farina e impasto fatto in casa. Un cagnolino si stiracchia sotto il tavolo, crogiolandosi alla luce di un raggio di sole che attraversa una finestra. Un altro raggio fende l’oscurità dell’ambiente ristretto, rivelando un piccolo letto, un mobiletto e un piano da lavoro sovraccarico. La fotografia di Li Huaifeng racconta un istante della vita serena di due fratelli all’interno della loro yaodong, un tipo antichissimo di abitazione della Cina centrale, scavata nel fianco di una collina. Le yaodong sono numerosissime nell’altopiano del Loess, la cui conformazione permette alle abitazioni di preservare un clima fresco in estate e caldo in inverno.

In Kenya sorge un rifugio per cuccioli di elefante gestito dagli abitanti del luogo, ex guerrieri Samburu. Gli elefanti vengono curati e accuditi fino al loro reinserimento nel proprio habitat naturale. Ami Vitale fotografa il momento in cui gli animali vengono nutriti, una tenera carezza, il dolce e colorato salvataggio di un cucciolo, e, infine, la dimostrazione del modo in cui fare un “bagno di terra” rivolto ai piccoli nuovi arrivati da parte di un elefante adulto.

Kadir van Lohuizen attraverso quattro scatti narra la gestione dei rifiuti in Nigeria, in Olanda, in Giappone e negli Stati Uniti. La produzione dei rifiuti sta aumentando in maniera esponenziale, tanto che non siamo più in grado di gestirli correttamente: di questo passo entro trent’anni gli oceani potrebbero arrivare a contenere più plastica che pesci, secondo il Forum Economico Mondiale.

È difficilissimo uscire dal Palazzo delle Arti Napoli senza avere la mente dominata da forti impressioni: donne che cercano di impedire lo sviluppo del seno delle proprie bambine per proteggerle dalle aggressioni, la vita spensierata di due ragazzine in un villaggio bioenergetico in Austria, il fragile ecosistema delle Galapagos, uomini e donne usciti per andare nel proprio ufficio londinese o ad un concerto in America, che si ritrovano invece, improvvisamente, vittime della follia omicida, sul ciglio della strada o a terra, tra un rivolo di sangue e il palco allestito.

Storie che riscuotono dal torpore a cui un’informazione superficiale acquisita passivamente può facilmente condurre. Attimi di una vita trascorsa in maniera difficile, o in maniera semplice, secondo le tradizioni del proprio paese o cercando soluzioni innovative per far fronte agli ostacoli: tutti gli scatti della World Press Photo Exhibition 2018 aprono la mente e donano un po’ di consapevolezza in più riguardo a ciò che succede nel mondo e al mondo, al di là della nostra porta. La mostra di fotogiornalismo durerà fino al 16 dicembre; visitarla è come fare un viaggio attraverso milioni di vite.

 

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“Ricomincio dai libri” al MANN

I giardini storici del Museo Archeologico Nazionale di Napoli hanno ospitato la quinta edizione dell’evento Ricomincio dai libri, tenutosi il 5, 6 e 7 di ottobre, rendendo incantevole, oltre che interessante, la partecipazione a tale iniziativa.

Passeggiare tra i libri, esposti da case editrici emergenti campane o da altre più famose, come Editori Laterza e Cliquot, risulta ancora più suggestivo sotto lo “sguardo” dalle  sculture della Campania romana.

Oltre alle varie iniziative di intrattenimento come quella tenuta dalla Scuola Italiana di Comix e quella per i più piccini a cura di Nati per leggere, la nostra attenzione  è stata catturata dalla presentazione del libro “Come se tu non fossi femmina- Appunti per crescere una figlia.”

L’autrice Annalisa Monfreda insieme all’intervistatrice Conchita Sannio hanno messo in luce il potere e i rapporti delle donne nella nostra società. Dal dialogo emerge una condivisibile idea su come dovrebbe articolarsi il rapporto tra donne: non fondato sulla competitività ma sulla collaborazione, senza alcuna volontà di primeggiare. Questa dinamica porterebbe a ottimi risultati tanto in casa, prendendo come esempio il rapporto tra sorelle, quanto sul luogo di lavoro, basandosi su quello tra colleghe.43342686_1101135423382888_8888008380359114752_n

Ancora più interessante è l’analisi di uno dei consigli che l’autrice offre nel suo libro, da lei chiamate “lezioni”, che si intitola: “Nutritevi di grandi libri”. Grazie alla lettura dei grandi classici, cosa che andrebbe fatta fin da bambini, l’essere umano impara a sezionare e analizzare le emozioni in quanto queste prendono forma e corporeità tramite i personaggi narrati; ciò accade perché, come l’autrice ha sottolineato, “la forza dei libri è proprio nel mostrare la complessità del genere umano, buono o cattivo che sia.”

Ricomincio dai libri è un’iniziativa che è cresciuta moltissimo in questi cinque anni, riuscendo  a “conquistare” sempre più interesse, consensi e attenzione; questo sicuramente è accaduto perché mai come oggi c’è bisogno di dare valore e valorizzazione a ciò che è prezioso, di mettere in luce lo splendore che giace nascosto e questa iniziativa mira proprio a questo. Emblematica è infatti la frase dello scrittore napoletano Lorenzo Marone, riportata nella guida di questa quinta edizione:

“Crediamo nel valore salvifico delle parole, strumento di conoscenza e aggregazione. Crediamo che oggi più che mai ci sia bisogno di parole attente e gentili per abbattere le barriere e vivere in un mondo senza più muri.”

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Il giardino “segreto” di Monet: capolavori del Musée Marmottan Monet di Parigi

Complesso del Vittoriano – Ala Brasini di Roma

È il momento ideale, vedrete un giardino meraviglioso, ma dovete affrettarvi, fra poco tutto sarà sfiorito.

Georges Clemenceau.

Questa è la frase che ci ha accolto prima di addentrarci lungo il corridoio sulle cui pareti sono proiettate le immagini di ciò che hanno rappresentato per Monet il suo giardino e la sua casa a Giverny, le foto del presente e del passato e la loro trasposizione pittorica.115332904-41cc9f08-7fa0-4a61-b3bf-99d89cffbb4e

Superato “il viale dei ricordi” la mostra si rivela strutturata su più piani e più stanze che ripercorrono la vita e il processo artistico del padre dell’Impressionismo.

Monet trasformò la pittura en plein air in rituale di vita e – tra la luce assoluta e la pioggia fitta, tra le minime variazioni atmosferiche e l’impero del sole, tra le colorazioni ora sfumate ora sfavillanti – riuscì a tramutare i colori in tocchi purissimi di energia, riuscendo nelle sue tele a dissolvere l’unità razionale della natura in un flusso indistinto, effimero eppure abbagliante.

Per la prima volta sono state esposte al Complesso del Vittoriano queste cinquantasette opere, fra disegni e dipinti che illustrano l’evoluzione del percorso creativo di Monet, dagli anni giovanili a Le Havre alle ultime tele raffiguranti le Ninfee; si passa dalla sfera più intima e familiare con i ritratti dei suoi figli Michel e Jean, alle caricature di personaggi del mondo dell’arte, alle quali l’allora quindicenne Monet si ispirava per completare la sua formazione e con cui guadagnava i primi soldi e diventava quasi una celebrità nella sua città natale, Le Havre.

Eppure, nonostante il successo giovanile, Monet, per paura che i suoi quadri non fossero capiti dal pubblico, preferiva tenere nascoste molte delle sue opere. La sua ricerca, incredibilmente moderna, che ha influenzato generazioni di pittori successivi, non era colta in pieno dal pubblico francese: il sarcasmo suscitato nel 1874 dall’esposizione di “Impressione, levar del sole” è entrato nella storia, ma anche le sue Ninfee, dipinte tra il 1914 e il 1926, vennero criticate a lungo prima di essere innalzate al rango di icone.

Per tutta la vita Monet nutrì una grande passione per la pittura di paesaggio, anche dopo il suo trasferimento a Giverny nel 1883, continuò a viaggiare “a caccia” di soggetti passando per i paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville, e delle sue tante dimore, inclusa una parentesi in Liguria testimoniata in mostra dal dipinto del castello di Dolceacqua.

06_Dolceaqua_previewDurante il percorso espositivo passiamo per le nuvole dense di fumo dei treni, le luci soffuse, le metamorfosi cromatiche, il plumbeo cielo invernale e il candore della neve; per il Parlamento di Londra scuro, immerso in un triste crepuscolo, avvolto nel mistero e confuso con un cielo che si oscura riflesso sul fiume Tamigi; per i delicatissimi tramonti rosa e blu riflessi sulla costa, sulla valle e sul mare che si unisce e si mescola al cielo.

Non mancano foto che lo ritraggono orgoglioso e sereno nella sua proprietà a Giverny, acquistata nel 1890, di cui si dedicava a sistemare la casa e il giardino. In circa dieci anni il pittore compose un paesaggio su misura, una vera e propria opera d’arte, che dal 1897 diventò un soggetto pittorico. Lui stesso disse: “il mio giardino è l’opera d’arte più bella che io abbia creato”; e ancora: “sono in estasi, Giverny è una terra meravigliosa per me”.

Nonostante i gravi problemi di vista e l’anziana età, lo studio dei riflessi e dei paesaggi sull’acqua per l’artista diventò un’ossessione, da cui si lasciò totalmente assorbire fino alla sua morte nel 1926.

Dipinse tantissime ninfee, cambiandone sempre il punto d’osservazione, modificandole secondo le stagioni dell’anno e adattandole ai diversi effetti di luce che il mutar delle stagioni crea. E, naturalmente, l’effetto cambia costantemente, non soltanto da una stagione all’altra, ma anche da un minuto all’altro, poiché i fiori acquatici sono ben lungi dall’essere l’intero spettacolo; in realtà sono soltanto il suo accompagnamento. L’elemento base è lo specchio d’acqua il cui aspetto muta ogni istante come i brandelli di cielo che vi si riflettono, conferendogli vita e movimento.01_Ninfee_previewLa nuvola che passa, la fresca brezza, la minaccia o il sopraggiungere di una tempesta, l’improvvisa folata di vento, la luce che svanisce o rifulge improvvisamente, tutte queste cose creano variazioni nel colore ed alterano la superficie dell’acqua: essa può essere liscia e non increspata e poi, improvvisamente, ecco un’ondulazione, un movimento che la infrange creando piccole onde quasi impercettibili, oppure sembra sgualcire lentamente la superficie conferendole l’aspetto di un grande telo di seta spruzzato d’acqua. Lo stesso accade ai colori, al passaggio di luce, all’ombra, ai riflessi. L’acqua, essendo un soggetto così mobile e in continuo mutamento, per ogni momento che passa diventa qualcosa di nuovo ed inatteso. Per Monet diventò un problema estremamente stimolante a confronto con un punto fisso come può essere la silhouette di una città o un paesaggio immobile, a cui si dedicò per otto o nove anni.

In una delle sale della mostra è proiettato su uno schermo un video in bianco e nero, dove si vede l’artista dipingere nel suo giardino, completamente rapito da ciò che vede, sente e percepisce e concentrato nel cogliere l’attimo fuggente, o almeno la sensazione che lascia.

Da qui si passa per un altro corridoio sul cui pavimento è proiettato lo stagno delle ninfee. Camminiamo avvolti da questo blu e verde, fluttuando sospinti dal vento insieme alle ninfee e all’acqua con il suo dolce e delicato tintinnio, passando sotto un leggero ponte giapponese, sopra il quale crescono dei glicini, e circondato da alberi, tra cui un salice piangente, fino a giungere al giardino dei fiori.

Poco prima di morire, Monet sistemò un’ultima volta il cavalletto fra i cespugli fioriti della sua proprietà per dipingere la casa vista dal viale delle rose, di cui immortalò il pergolato di fiori rampicanti in una serie di tele autonome note con il titolo generico di “Viale del roseto”.

08_Le_Rose_previewProprio nell’ultima sala vi sono due pannelli monumentali del 1919-1920 che raffigurano i glicini “grappoli bianchi e malva, di un malva lieve che sembra dipinto con l’acquarello” (Marc Elder).

115332721-94cb6231-c7f6-4bd5-b33b-e833164a39e6La mostra termina con un capolavoro di Monet che si pensava perduto per sempre a causa di un incendio avvenuto nel 1958 all’interno del Museum of Art di New York. Dopo oltre cinquant’anni grazie ad un progetto internazionale di Sky Arte HD, “Il Mistero dei Capolavori Perduti”, è stato riportato alla luce “Water Lilies” (1914-1926). La ri-materializzazione dell’opera è stata affidata a un team di esperti, artisti, tecnici e conservatori d’arte che ha lavorato con mezzi digitali e tradizionali restituendo una riproduzione altamente accurata dell’originale.

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Una giornata a “Napoli Città Libro”

Ci rendiamo conto di aver sbagliato ingresso quando sbuchiamo nella navata laterale della basilica di San Domenico Maggiore. Quel maestoso oro opaco che si mescola ai colori antichi degli affreschi e del soffitto cattura il nostro sguardo per qualche secondo. Chiediamo informazioni all’addetta ancora con gli occhi puntati sulle pareti, in alto, intorno. Ci viene indicata una scorciatoia per uscire sul cortile giusto. Lasciamo la basilica lentamente. Ed eccolo: l’ingresso del Salone del Libro e dell’Editoria a Napoli, il progetto del comitato Liber@ Arte “Napoli Città Libro” finalmente concretizzatosi.

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Entriamo spedite in quello che viene detto “chiostro delle statue” e tutt’intorno la gente osserva curiosa gli ambienti, calpestando gli stessi pavimenti e oltrepassando gli stessi portici che un tempo ospitarono Tommaso D’Aquino, Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Già dall’ambientazione scelta sembra emergere uno degli elementi preponderanti di questa manifestazione: il libro come filo conduttore tra passato e presente, uno strumento di diffusione della cultura dotato del magnifico dono dell’atemporalità.

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Subito ci imbattiamo nell’inizio della presentazione del thriller storico La città che urla segreti, di Franco Salerno, pubblicato da Guida Editori.

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Tra la folla brulicante percorriamo il cortile e ci soffermiamo qualche minuto a osservare con curiosità i laboratori didattici organizzati per i piccoli lettori, immersi tra albi illustrati, racconti e giochi.

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Saliamo al piano di sopra e davanti a noi si apre l’eden del Lettore: uno stand dopo l’altro, si svolge un orizzonte di carta che racconta di scoperte archeologiche, di dibattiti politici, di altre culture, di ecologia, d’amore, di odio, di risate, di approfondimenti sociali, di storia, di cibo, di fumetti, di filologia e di così tanto altro che una vita sola non basterebbe a contenere tutto! Come api felici su fiori profumati zigzaghiamo tra gli stand delle case editrici, chiacchierando a lungo con gli editori stessi.

 

 

Così scopriamo Delitto a regola d’arte di Giacomo Ricci, una graphic novel edita da Alòs un po’ gialla un po’ noir ambientata nella Cappella Sansevero, ispirata ai misteri da sempre legati alla controversa ed enigmatica figura del Principe e alla sua meravigliosa Cappella.

Una vivace originalità caratterizza l’Enciclopedia degli scrittori inesistenti 2.0, che sfogliamo presso lo stand della casa editrice Homo Scrivens. Si tratta di una raccolta di dettagliatissime schede su autori e correnti letterarie completamente frutto della geniale fantasia di un gruppo di scrittori.

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Edizioni di Storia e Letteratura rapisce poi la nostra anima per un tempo indefinito.

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La casa editrice Arbor Sapientiae si rivela una scoperta meravigliosa: per la qualità del catalogo e la competenza gentile della persona che la rappresenta ci conquista definitivamente.

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Lungo i corridoi, disposte lateralmente, delle teche rivelano preziose edizioni a stampa di fine Ottocento di letteratura e filosofia: dalla Storia della letteratura italiana di Francesco de Sanctis agli Scritti Filosofici di Giovanni Gentile, passando per le opere di Verga. Questi testi rappresentano la storia secolare del lavoro delle case editrici partenopee, sempre attivo e pienamente inserito nel dibattito culturale e scientifico contemporaneo.

 

 

Mentre lasciamo quelle sale ci sentiamo arricchite, sia per i racconti delle persone che abbiamo incontrato e che lavorano in questo campo con grande passione, sia per come il libro, protagonista indiscusso di tale manifestazione, sia stato messo in primo piano attraverso molteplici punti di vista.

Dopo aver cominciato a immaginare questo giorno dalla serata di presentazione (di cui abbiamo parlato qui) e aver partecipato all’iniziativa promossa dal Salone, la scoperta del laboratorio di restauro della Biblioteca Nazionale di Napoli (che raccontiamo qui), vivere finalmente Napoli Città Libro ci ha regalato un momento di felice connubio con la nostra connaturata passione.

Considerando il successo riscosso, a questo punto non vediamo l’ora di partecipare alla seconda edizione!

 

Chiara Cortese e Maria Rosaria Di Napoli

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Arte Eventi Letteratura

“Ogni libro può essere salvato”: quando la Biblioteca custodisce uno spazio speciale

La restauratrice taglia il filo di cotone che tiene unito il libriccino e delicatamente stacca un bifolio alla volta, disponendoli uno accanto all’altro sul largo tavolo di legno. L’ambiente del laboratorio di restauro della Biblioteca Nazionale di Napoli è freddo, umido com’è tipico dei palazzi antichi con mura spesse e alte.

Nel silenzio calmo e attento del gruppo di visitatori i gesti della restauratrice accompagnano la spiegazione della pratica di pulitura di un piccolo codice piuttosto recente. Le pagine, depositate in una vasca e immerse in acqua deionizzata – soluzione necessaria per eliminare le impurità accumulatesi nel corso del tempo – dovranno rimanere lì il tempo necessario affinché il processo sortisca i risultati sperati.

Pazienza e cura sono gli elementi preponderanti che caratterizzano tale attività: bisogna concedere tempo e attenzione per permettere a questi libri di guarire, lo stesso tempo e la stessa cura che sono stati necessari per realizzarli. Nella descrizione dei processi, nella volontà di mostrare ai visitatori i libri restaurati, emerge una grande passione per il lavoro che viene svolto in questo laboratorio; non è importante che per la restaurazione di un solo libro siano stati impiegati quattro mesi, quello che conta è essere riusciti a recuperare la maggior parte dell’opera originale, sia che si tratti di una copertina in pergamena, sia che si tratti di una qualsiasi pagina del libro.

Un altro restauratore in camice bianco, che fino a quel momento ha seguito il gruppo in silenzio, prende la parola dinanzi a un grande foglio stampato, un censimento con decorazioni colorate e dorate, e con perizia mostra il processo di copertura di una lacuna; spinge un interruttore e illumina il tavolo da lavoro: come una radiografia, appaiono subito visibili le fibre del foglio, lungo le quali viene posta la carta giapponese dello spessore giusto.

Seguire con lo sguardo il pennello che incolla minuziosamente la carta giapponese sullo spazio vuoto, piccolo danno creato dal tempo, dall’incuria o magari da un topolino, è davvero affascinante. Appare chiaro, osservando l’attenzione e la perizia con cui tutte le operazioni vengono eseguite, che questo lavoro necessita in primo luogo d’amore per il materiale sul quale si va a intervenire; non esistono i verbi tagliare o eliminare, ma solo salvare e ricostruire.

Come un’antica tessitrice, quasi con la stessa pazienza e perseveranza che ebbe Penelope nel tessere la sua tela, il restauratore, sedutosi dietro una macchina lignea per la cucitura dei fascicoli, mostra al gruppo la differenza tra la cucitura con lo spago, posto lungo le linee dei nervi del codice, e con le fettucce, metodo per libri più recenti.

Il gruppo si dispone attorno al tavolino con il telaio e osserva la precisione armoniosa dell’operazione di cucitura. I fascicoli, assicurati ad alcune cordicelle verticali, sono cuciti con il filo che passa attraverso i forellini della legatura precedente; anche in questo caso si cerca di rispettare l’antica condizione del testo, andando ad adoperare gli stessi fori e non creandone di nuovi.

Il restauratore conduce poi il gruppo a un altro tavolo, sul quale sono sparsi strumenti per l’incisione, aghi, fili di cotone, materiali cartacei di colori diversi, pergamene dalle naturali sfumature variegate, cartoncini neutri per i piatti, bisturi, pennelli e tanti strumenti che catturano lo sguardo dell’appassionato.

A questo tavolo l’uomo illustra le fasi di creazione di un capitello e l’incisione di un carattere. Anche quando qualcosa viene ricreato ex novo i parametri adoperati sono sempre quelli del rispetto del materiale originale; così, per la ricostruzione di un capitello, si adopera il filo di cotone dello stesso colore degli altri libri della medesima collezione.

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Infine, un contenitore sulla scrivania attira l’attenzione del gruppo e, a seguito di qualche domanda incuriosita, viene aperto: fogli di un’antica carta topografica di Napoli e dei suoi dintorni vengono rivelati tra lo stupore generale. La voce profonda del restauratore spiega che quelle tavole settecentesche sono state realizzate da Giovanni Carafa, duca di Noia.

Mostrando al gruppo il lavoro svolto, il restauratore specifica che per i criteri topografici odierni quelle tavole non sono più utili, ma racchiudono in sé un patrimonio inestimabile che permette a noi oggi di leggere e vedere com’era concepito lo spazio nella Napoli del 1775. Colpisce inoltre come un lavoro di tal genere, che nella visione moderna appartiene a un settore tecnico, sia stato adornato con decorazioni ricche e minuziose.

Avere la possibilità di ammirare tali operazioni consente di apprezzare ancora di più il valore del lavoro eseguito per riportare nelle condizioni migliori i testi contenuti nelle nostre biblioteche; un approccio che alla base ha un profondo rispetto sia per il contenuto che per la struttura materiale dei volumi stessi.

Il libro è trattato come un essere vivente dotato di un corpo e un’anima; il lettore apprezza e si concentra principalmente su quest’ultima, rappresentata dal contenuto, perché è lì che si trova la storia. In realtà ogni libro racconta almeno due storie: quella che è possibile leggere all’interno e quella che deriva dal suo “corpo”; ogni piega, ogni traccia sulla copertina, ogni simbolo sul dorso, ogni dedica o annotazione sul foglio di guardia raccontano una storia che è arrivata fino a noi proprio perché è stato operato un lavoro di conservazione sul materiale.

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Il laboratorio di restauro della Biblioteca Nazionale di Napoli è uno dei pochi laboratori pubblici ancora attivi in Italia che si adopera affinché anche le generazioni future abbiano la stessa fortuna che è stata concessa a noi: quella di poter conoscere tutto l’universo che ogni libro racchiude in sé.

Così, questo viaggio organizzato da Napoli Città Libro giunge alla fine del percorso tra i pennelli, i fogli e i fili di cotone. I restauratori lasciano il gruppo con l’omaggio di un segnalibro e di un’esperienza meravigliosa alla scoperta del durissimo lavoro che si cela dietro ai libri che ogni giorno sfogliamo e ai testi più antichi che di tanto in tanto consultiamo o ammiriamo.

 

Chiara Cortese e Maria Rosaria Di Napoli.

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Arte Eventi

Sulle orme del maestro Hokusai

La mostra temporanea in onore del celebre artista giapponese Katsushika Hokusai si trova nell’area espositiva del Museo dell’Ara Pacis a Roma.

Superate le tende dell’ingresso ci si ritrova in un mondo a sé e ci si dimentica totalmente di essere nel centro di una metropoli caotica, a ridosso di una delle strade dello shopping più famose. Nell’area si percepisce una tranquillità e una serenità assoluta, un silenzio che si potrebbe definire zen.

Passo dopo passo viene presentato un mondo idilliaco in cui l’uomo da una parte vive e lavora in armonia con la natura, dall’altra ne è a tratti sopraffatto. Il visitatore riceve le prime impressioni sull’arte del Maestro Hokusai da questo “mondo fluttuante” e dai suoi viaggi attraverso il Giappone. Più ci si addentra nella mostra e più cose si vengono a sapere su di lui e su quel paese che tanto ha colpito ed influenzato molti artisti europei.

Nella prima sala vi sono i ponti e le cascate più famose del Giappone. Proseguendo, nella sala successiva, di ampiezza maggiore, si è circondati dalla serie delle Trentasei vedute del Monte Fuji; su una parete dorata vi sono alcune delle opere più conosciute, come La grande onda presso la costa di Kanagawa e Giornata limpida col vento del sud (o Fuji Rosso).

La [grande] onda presso la costa di Kanagawa, dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji
Katsushika Hokusai La [grande] onda presso la costa di Kanagawa, dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji, 1830-1832 circa Silografia policroma Kawasaki Isago no Sato Museum
Giornata limpida col vento del sud (o Fuji Rosso)
Katsushika Hokusai Giornata limpida col vento del sud (o Fuji Rosso), dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji, 1830-1832 circa Silografia policroma Kawasaki Isago no Sato Museum

Gli uomini sono raffigurati ovunque, prevalentemente in primo piano rispetto al vulcano che pur essendo il protagonista delle vedute spesso appare lontano. Bisogna cercarlo bene perché in alcune stampe sembra nascondersi dietro agli alberi oppure dietro a un ponte; nell’Onda sparisce quasi, sommerso dall’acqua che si solleva per infrangersi con degli artigli che fanno paura.
In una teca di vetro al centro della sala vi è un dipinto su rotolo del Monte Fuji, presentato per la prima volta in Italia e in anteprima assoluta.

Il Monte Fuji al tramonto
Katsushika Hokusai Il Monte Fuji al tramonto, 1843 Dipinto su rotolo, Collezione privata

Per la prima volta nel nostro paese anche le opere dell’allievo non diretto Keisai Eisen, che pur traendo ispirazione da Hokusai per il paesaggio, realizzò creazioni completamente nuove e originali combinando il genere del paesaggio e quello dei ritratti di beltà in un’unica immagine, riflesso della vivacità culturale di Edo (nome dell’attuale Tokyo), del mondo seducente dei quartieri di piacere e in particolare della bellezza delle cortigiane e dei loro preziosi kimono.

Yamashita in Shitaya e Kōriyama in Ōshū dalla serie Paragoni di luoghi famosi nelle province
Keisai Eisen Yamashita in Shitaya e Kōriyama in Ōshū dalla serie Paragoni di luoghi famosi nelle province, 1818-1830 circa Silografia policroma, 38,0 × 25,7 cm Chiba City Museum of Art

Dal 1830, a seguito dell’introduzione del blu di Prussia, Eisen indirizzò la sua produzione verso la realizzazione di stampe con solo inchiostro blu (aizuri-e), caratterizzate dall’eccellenza delle gradazioni tonali eseguite nel formato del trittico e del ventaglio rotondo.

Momongawa dalla serie: Aspetti dello stile moderno
Keisai Eisen Momongawa dalla serie: Aspetti dello stile moderno, 1830-1844 circa Silografia policroma, 37.3×24.4 cm Chiba City Museum of Art

A confronto con le opere di Hokusai sono proposti anche diversi dipinti su rotolo dei suoi allievi Katsushika Hokumei, Teisai Hokuba, Ryūryūkyo Shinsai, Gessai Utamasa e Totoya Hokkei, che rivelano come medesimi soggetti codificati fossero reinterpretati dai diversi autori in termini figurativi del tutto originali e personali. Sia Hokusai che Eisen furono di ispirazione per tutti quegli artisti di fine Ottocento influenzati dal Japonisme, tra i quali Van Gogh, che in una delle lettere indirizzate al fratello scrisse:

“Quello che invidio ai giapponesi è l’estrema limpidezza che ogni elemento ha nelle loro opere. Le loro opere sono semplici come un respiro, e riescono a creare una figura con pochi, ma decisi tratti, con la stessa facilità con la quale ci abbottoniamo il gilet. Ah, devo riuscire anch’io a creare delle figure con pochi tratti.”

La mostra si conclude con la sezione Manga, un compendio in inchiostro nero con qualche tocco leggero di vermiglio, con il quale il Maestro trasmise le regole della pittura ad artisti ed appassionati.

Carpa e tartaruga
Katsushika Hokusai Carpa e tartaruga, 1839 Dipinto su rotolo, 99×35.5 cm (127.1 × 53.3 cm dimensioni totali) Collezione privata

Grazie all’enorme abilità di Hokusai, durante il percorso espositivo si passa da paesaggi ad animali semi-leggendari, da attori kabuki a beltà femminili, da guerrieri a spiriti, ogni soggetto realizzato grazie a svariate tecniche e diversi formati, come dipinti a inchiostro e colore su rotolo verticale e orizzontale, silografie policrome di ogni misura e surimono (biglietti augurali, inviti, calendari per eventi e libretti per teatro).

Eppure, come si apprende da Bruno Munari, Hokusai fu tutto questo e molto altro:

“Hokusai non era soltanto un pittore. Aveva curiosità leonardesche, si interessava di architetture, di macchine strane, di costumi, si divertiva a fare strabilianti caricature (io l’ho conosciuto quando lui era già andato a curiosare nell’altro mondo). Grazie caro amico, grazie del tuo insegnamento allegro”.

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Eventi Folklore

Il giardino incantato del Natale

Anche quest’anno Salerno apre le porte al Natale con le tante luci colorate che addobbano la città ma, come è avvenuto già negli anni scorsi, non si tratta di semplici decorazioni bensì di un vero e proprio villaggio natalizio.

Ormai da tempo le luci d’artista rappresentano un aspetto peculiare della città che, durante il periodo natalizio, vanta un alto numero di visitatori da tutta Italia. Quest’anno, però, si può assistere ad alcune novità che hanno contribuito a dare un fascino maggiore all’iniziativa.

Da un lato, infatti, Salerno ha voluto rendere omaggio al proprio status di “città del mare” con l’installazione in piazza F. Gioia di luci che rappresentano un vero e proprio pantheon marino, all’interno del quale un tritone gigante sovrasta su tutti gli altri abitanti del mare, tra cui incantevoli sirene e delfini guizzanti. Basterà alzare gli occhi per ritrovarsi immersi in tutta questa distesa blu, e per un attimo ci si potrà sentire come protagonisti del celebre film Disney La Sirenetta.

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In piazza Portanova, invece, si erge il maestoso albero alto circa 30 m e sul lungo mare una colorata ruota panoramica permette di osservare dall’alto la città in fermento.

Il vero spettacolo, però, è custodito nella Villa Comunale, dove si può assistere allo “zoo che vorrei”. Al posto di carrozze e castelli fantastici, adesso sono gli animali la vera attrazione del giardino incantato.

Da quelli più comuni a quelli più esotici riescono ad affascinare i visitatori per lo scintillio e la policromia delle luci oltre che per il contrasto creato dall’accostamento di esemplari provenienti da diversi parte del mondo: dalla savana ai poli sfiorando il laghetto tropicale dei fenicotteri rosa.

Un posto magico dove sarà piacevole perdersi tra i vicoletti popolati da amabili creature fantastiche e tornare bambini per una sera.

In fondo il Natale è proprio questo: riuscire a cogliere la gioia nelle piccole cose guardando il mondo con gli occhi di un bambino.