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Letteratura

L’ “Impossibile” di Erri de Luca

In montagna, su sentieri impervi e poco battuti si può scivolare, non è “impossibile”; non è “impossibile” che il cadavere precipitato dalla Cengia del Bandiarac sia di un ex collaboratore di giustizia che circa quarant’anni prima aveva denunciato coloro che, insieme a lui, facevano parte di un collettivo organizzato nella lotta politica armata; ancora non “impossibile” è il fatto che a chiamare il 112 sia proprio uno di quei compagni denunciati.

Non è “impossibile” una simile coincidenza, ma certo “insospettisce”; questo afferma il giovane magistrato mentre interroga in maniera serrata e acuta l’anziano accusato.

Nessun nome in questo racconto, poiché a emergere sono le personalità e soprattutto, gli ideali e i valori di cui i protagonisti diventano baluardi. Quello che viene descritto sembra essere un duello tra due forti personalità, le quali prendono posizioni nette e contrastanti su ideologie politiche, sul valore della storia, sulla lotta armata dei collettivi negli “anni di piombo” e sul ruolo  svolto dallo Stato, ora come allora.

Sembra uno scontro tra generazioni, soprattutto quando il dialogo-interrogatorio tocca i temi della giustizia e della libertà; ritorna l’antica quaestio tra Diritto Naturale e Diritto Positivo, come se Creonte e Antigone non avessero mai cessato di dibattere.

I due personaggi della tragedia, proprio come i protagonisti del racconto di Erri De Luca, non discutono davvero, poiché le posizioni non sono le stesse: “tra accusatore e prigioniero non si duella né si duetta”.

È un interrogatorio, un momento istituzionale, e questo viene trasmesso al lettore anche attraverso la scelta dei caratteri dattiloscritti, come se si leggesse un verbale; una scelta narrativa che riguarda le pagine destinate a descrivere in primo luogo l’interrogatorio, ma anche il magistrato che, per l’anziano accusato di omicidio, non solo rappresenta, ma è, in tutto e per tutto, l’Istituzione. I ruoli dei due protagonisti sono antiteticamente complementari dall’inizio alla fine, poiché anche “il prigioniero” è, e rimane, un tutt’uno con i proprio ideali politici:

“Mi può togliere un po’ di libertà di movimento, ma non la libertà che sta nelle mie ragioni e convinzioni”.

Da questo dialogo-interrogatorio, che sembra guidato dall’inizio alla fine dall’accusato, emerge l’inconciliabilità di due visioni che hanno, per assurdo, la medesima matrice: il desiderio di giustizia. Il rispetto di fondo che i due protagonisti hanno l’uno per l’altro si può intravedere proprio nella religiosità con cui hanno aderito a questo ideale.

Così, il caso giudiziario che coinvolge l’accusato è il filo rosso che serve a collegare il passato con il presente: crea un ponte narrativo tra chi quel passato non solo lo ha vissuto, ma ne è stato artefice, e chi, invece, lo ha studiato dai libri e dagli atti giudiziari.

Tutto si mescola: gli interrogatori diventano momenti per ripercorrere le tappe della giovinezza dell’accusato; il lettore, come il magistrato, ascolta racconti in cui le parole e le emozioni sono pesate e filtrate, senza riuscire mai a scorgere fino in fondo la verità delle cose. Abile e dotato di una calma freddezza l’accusato non cade mai in contraddizione o in qualche momento di sconforto e nervosismo; tutto sembra essere pesato e calibrato,  tanto le parole quanto i pensieri.

Ma la freddezza apparente è smorzata da una serie di lettere che l’uomo scrive, senza inviarne nessuna, a “Ammoremio” o “Ammoremì”. Attraverso queste, scritte con un carattere diverso, corsivo, proprio per comunicare l’intimità del contenuto, emerge, oltre l’amore e l’affetto per la destinataria, il profondo senso di rispetto verso la libertà individuale che ha accompagnato e accompagna le scelte del protagonista:

“La libertà per me non sta nel potermene andare in giro, ma nel tenere insieme le parole per te e le conseguenze. Ti dico che ti voglio bene e lo faccio continuamente. Libertà sta nel tenere insieme noi due pure qua dentro. Nessuna cella mi può togliere questa libertà”.

Così, un’indagine su un presunto omicidio diventa l’occasione per trattare temi che hanno a che fare con il nostro presente e che dovrebbero smuovere una serie di interrogativi necessari: pur conoscendo la storia, quanto riusciamo a capirla, mutate le condizioni effettive e ideologiche in cui tali eventi si sono verificati? Si può ancora parlare di un’adesione a forti ideali politici? Era, ed è ancora giusto, avere una fede cieca in tali ideali? Ha senso ritenere la giustizia un valore assoluto, oppure, ciecamente, questo concetto inficia le libertà personali e il così detto Diritto di Natura?

 

Antigone e Creonte ancora dibattono, come il magistrato e il suo imputato; su questo dovremmo riflettere anche noi.

 

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Letteratura Racconti e contest

“Doggy Style” di Roberto Becattini: il racconto e un commento

Doggy Style

Non aveva mai sopportato le attese ai semafori in auto. Aveva perciò escogitato uno stratagemma per scuotersi dal torpore, anche esistenziale, e regalare un sorriso ai suoi concittadini, foss’anche di commiserazione.

Abbassava il finestrino come per chiedere qualcosa al vicino della fila accanto alla sua, ne attirava l’attenzione con gesti che esprimevano urgenza, e quando questi a sua volta abbassava le difese incuriosito…cominciava gioiosamente ad abbaiare. Documentandosi e allenandosi a casa, col tempo riuscì ad imitare anche le diverse razze, scegliendo tra quelle più fastidiose, in prevalenza di taglia piccola: schnauzer nano, yorkshire terrier, pastore tedesco, chihuahua, pomerania, ecc. Il suo repertorio si faceva sempre più ampio e preciso, e la scoperta del suo nuovo talento alimentava il suo entusiasmo. Era sostenuto da una ferrea volontà che decisamente avrebbe potuto impiegare in altri settori. All’inizio non era stato facile anche solo entrare in contatto visivo col malcapitato di turno, solitamente sfavato e indifferente a qualsiasi stimolo esterno, immerso in una conversazione o in una chat al cellulare, principale nemico del suo situazionismo. “Forse l’autismo prende il nome proprio dalle auto” pensava.

I primi tentativi andarono a vuoto; spesso il verde scattava proprio sul più bello e la persona ripartiva senza tanti complimenti, sfuggendo alla sua sorte. Lui ci provava indiscriminatamente, poi l’esperienza accumulata cominciò a dare i suoi frutti. Incurante del tempo impiegato nei tragitti lavoro-casa-lavoro, sceglieva percorsi sempre diversi, a volte allungandoli per non perdersi nessun rallentamento. Aveva mappato tutti gli incroci con i semafori rossi di maggior durata ed era sempre aggiornato su lavori in corso, deviazioni, cantieri, sbudellamenti del manto stradale, restringimenti di corsia. La mattina per almeno una ventina di minuti riscaldava la voce con esercizi appresi in un corso di teatro cui si era appositamente iscritto,  che lo aveva poi reso molto più espressivo e convincente nelle sue finte richieste di aiuto o informazioni.. In estate era più facile “conversare” con i suoi partner occasionali perché molti viaggiavano col vetro abbassato o in vetture cabriolet. D’inverno e col maltempo ricorreva alla penna laser, puntandola sulle mani. Preferiva le coppie, mediamente più annoiate e quindi più ricettive e le famiglie con bambini, più attenti a ciò che succedeva intorno a loro. Le reazioni della persone erano varie, ma nessuna memorabile, a parte un tizio con dei ray-ban che gli aveva puntato una beretta addosso facendolo guaire, ma forse era una scacciacani.

Si era così immedesimato nel suo ruolo che aveva cominciato a prendere in forte antipatia i gatti, che comunque non aveva mai amato particolarmente. A volte si alzava in piena notte, si affacciava al balcone e perlustrava col binocolo il quartiere in attesa che qualche felino si mostrasse; poi puntava il laser sull’asfalto e se il micio adocchiava il puntino rosso cominciava a muoverlo all’impazzata per farlo giocare un po’. Non riuscendo ad acchiappare la luce, l’animale si accaniva e si dimenticava di essere su una strada, potenziale vittima delle quattro ruote. Ne mandò un paio al loro paradiso in questo modo, poi smise, più annoiato che pentito.

Era diventato anche più aggressivo. Certo, aveva ringhiato contro la sua ex-suocera al casello Firenze-Certosa, ma quello era un episodio isolato e giustificabile. Una volta,  fermo in prima fila al semaforo si sorprese a latrare davanti a sé e a sbavare; provò un forte impulso di scendere e azzannare il polpaccio del giocoliere che stava sbirillando sulle strisce con quel suo sorriso giovane…ma si era trattenuto. Per quanto ancora ci sarebbe riuscito ?

Finché un giorno un bambino lo riprese con lo smartphone in una delle sue migliori performance; quel giorno aveva imitato un husky siberiano; si era addirittura messo delle lenti cosmetiche per assomigliargli. Il video fece impazzire il web e rinsavire lui; decise di smetterla e per un po’ di tempo uscì camuffato, in attesa che le acque si calmassero e l’eco dei 2 milioni di visualizzazioni si spegnesse.

Era passato ormai più di un anno dagli ultimi bau, e lil nostro “ingegner Cane” era tornato a concentrarsi sui suoi soliti progetti, un po’ intristito. Fermo al semaforo come sempre, stava per mettere un po’ di musica quando si accorse alla sua destra di una ragazza a bordo di una Renault 4 scassatissima. Anche la ragazza, che non era per niente scassata, si accorse di lui e gli sorrise; probabilmente lo aveva riconosciuto; decise di salutarla e augurarle una buona giornata, e ringraziarla per quel sorriso. Abbassò il finestrino e lei fece altrettanto; ma quando iniziò a parlare, quasi senza rendersene conto, come sotto l’effetto di un’ipnosi, prese ad abbaiare come un mastino napoletano ! Chissà, forse quel gesto di abbassare il finestrino, che non faceva da tanto, era un’ancora psicologica e aveva risvegliato il cane che dormiva dentro di lui…Ancora più grande fu la sua sorpresa quando la ragazza ricambiò, arrivando persino ad ululare. Il dialogo sarebbe durato svariati minuti, ma lo tsunami di clacson dietro di loro li sommerse inducendoli a quagliare. Lui con il labiale le disse “Accosta !”

Ecco, se solo il semaforo fosse stato verde, se solo lei avesse miagolato,  se solo non avesse accostato, se fossero vissuti in epoche differenti…

L’Amore si basa su un malinteso iniziale enorme, ma siamo troppo poco coraggiosi per ammetterlo. Diciamo “Ti amo” a qualcuno al momento giusto e questo qualcuno abbocca all’amo. Qualcuno potrebbe pensare che il modo strano e casuale con cui si erano incontrati, così romantico da raccontare agli altri, fosse un riconoscersi tra due anime, che magari si erano amate in una vita precedente, come cani si intende.

Si chiamava Simona, si era laureata alla prestigiosa Tozzi-Bocconi, una facoltà senza obbligo di frequenza. Era molto gelosa, di ritorno dai suoi viaggi di archeologa perlustrava l’immondizia alla ricerca di preservativi usati. Riuscì a imporgli la convivenza dopo solo 3 mesi e dopo 6 iniziò a parlare di figli. Lui, spesso infelice nelle sue uscite tese a minimizzare e a sdrammatizzare tutto, una volta rispose parafrasando i 99 Posse – Quello cheeee sei per meeee, è inutile spiegarlo con la prole !

Come risposta rimediò un calcio nelle palle dato forte, un gesto controproducente e soprattutto controriproduttivo.

La verità è che tra loro non andava bene neanche a letto; c’era la stessa affinità sessuale che poteva esserci tra una talpa e un pavone. Senza contare che la talpa non può apprezzare la ruota del pavone.

Prima di ogni amplesso, lei appendeva una camicia rossa a quadri di flanella alla porta della camera da letto. Diceva che era un gesto scaramantico, propiziatorio dell’orgasmo. In effetti lo era, ma durante l’ennesima discussione gli spiegò la verità: mentre facevano l’amore quella camicia l’aiutava a immaginare di essere a letto con MacGyver, la sua fantasia sessuale principale. Del tutto comprensibile per una che era stata educata alla scuola steineriana.

Per compensare la buttarono sul cibo; erano entrambi ottimi cuochi, ma entrarono in competizione…

– Assaggia questo timballo di cozze

– Senti invece com’è questo pilaf allo zafferano con pollo tandoori

– Macchè, stasera avevo 5 minuti liberi e ho fatto le penne al ragù di alpaca, non puoi esimerti dall’ingerirle !

Due cuori e due pance che si facevano capanna…

Di origine meridionale, Simona lo costringeva ad accompagnarlo una volta al mese a recuperare le derrate alimentari inviate tramite bus dai suoi genitori, naturalmente in orari che andavano dalla mezzanotte alle 6 di mattina. In una notte nduja e tempestosa attesero invano tutta la notte chiusi in macchina sotto la pioggia l’arrivo delle provviste. Purtroppo era giunta voce alla criminalità locale degli intensi traffici in direzione di Firenze e il carico di 15 kg di bufale battipagliesi era stato sottratto durante un assalto alla diligenza. Simona era affranta.

– Comunque sei una ragazza con tanta voglia di viveri – cercò di consolarla lui, ricevendo in cambio uno sguardo inceneritore.

Parzialmente stremata dai suoi giochi di parole e dalla sua anaffettività, alla fine se ne andò e lo lasciò. Era ormai evidente che si era presa un “abbaio”.

– Quante possibilità ci sono di tornare insieme ? – le chiese una volta al telefono senza feeling.

– Le stesse che un uragano si abbatta su un deposito di rottami  e metta insieme un boeing 737 e che questo durante un volo intercontinentale precipiti di punta esattamente sulla mia testa, ovunque io mi trovi.

– Ma in quel caso moriresti e non potremmo tornare insieme

– Infatti…

– E’ tutto quello che hai da dirmi ?

– No. Quest’estate evita di uscire nelle ore più calde, mangia tanta frutta e verdura e bevi molta acqua

Lui non accettò di essere lasciato e decise di fargliela pagare a modo suo. Conoscendo la passione di lei per il cinema e le serie tv, la tempestava di messaggi che descrivevano i finali di film in uscita o alludevano a colpi di scena su cose che lei ancora non aveva visto o aveva appena iniziato a seguire; in alcuni casi l’aveva addirittura chiamata da altri numeri per fornirle spiegoni fingendo un accento svedese. Anche lì, non durò molto: era un lavoro immane, e la pigrizia lo fece smettere.

“Incredibile !” raccontava Simona alle amiche “Il mio ex ha inventato lo spolking ! La sintesi tra lo stalking e lo spoiler. Invece di denunciarlo ai carabinieri, lo denuncerò all’Accademia della Crusca”.

Si rividero per caso qualche anno dopo. Lei spingeva un passeggino con un bimbo. Lui una carrozzina con a bordo un reduce garibaldino. Era stato licenziato e si era riciclato come badante. Si salutarono cordialmente.

– Ma che amore, quanto c’ha ?

– 94 anni. E il tuo è tuo ?

– Si. Ha 36 mesi – rispose lei raggiante.

– 36 mesi, non è mica un prosciutto !

– Sei sempre il solito…guarda come muove gli occhietti !

– Per forza li muove, è vivo !

Cominciarono a litigare, tirando fuori vecchi rancori, e finirono con l’abbaiare come cani arrabbiati, senza accorgersi nella foga, che il bambino piangeva terrorizzato, mentre il garibaldino gli occhietti non li muoveva più.

 


Il nostro commento

Sarà la ripetitività del quotidiano, o forse la monotonia di una vita che offre scarsi stimoli creativi, oppure la crescente insofferenza per la difficoltà di comunicare efficacemente con gli altri, ognuno imbottigliato nel proprio piccolo spazio sociale di espressione; qualunque sia il motivo, a un certo punto il protagonista di questo racconto sceglie di scuotersi dal torpore inventando uno stratagemma: abbaiare ai suoi concittadini. Con un processo simile a quello che avviene in Cuore di cane, ma inverso, in Doggy Style si assiste alla progressiva riduzione dell’uomo in cane. Dopo i primi “bau” rivolti per scherzo ai passanti, il nostro protagonista si specializza nell’arte dell’abbaiare, diventa famoso, incontra perfino una compagna; tuttavia, ormai anche nel privato si comporta esattamente come un cane, odiando i gatti e assecondando con maggiore veemenza quei sentimenti che normalmente siamo portati a moderare per preservare i rapporti sociali.

La metamorfosi kafkiana di quest’uomo potrebbe metaforicamente rappresentare l’esigenza di un gesto straniante, spontaneo e semplice, in un contesto in cui vige un’uniformità piatta, prevedibile e perseverante; considerando che è proprio tale uniformità isolante a rendere gli uomini animali, è significativo il fatto che l’abbaiare riesca a smuovere qualcuno dall’indolenza. Eppure, si tratta solo di uno stimolo; dietro l’angolo è in agguato il rischio di accettare lo status bestiale fino al punto di riconoscersi totalmente in esso, dimenticando l’umanità.

In fondo l’uomo è un animale, ma, come affermava Aristotele, è pur sempre un animale sociale: tende ad aggregarsi con altri individui. Questa socialità dovrebbe contribuire positivamente all’evoluzione, spingere a condurre esistenze sempre migliori, non a chiudersi in una profonda e alienante incomunicabilità. Sta a noi, ogni giorno, fare in modo che sia così.