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Escher: prospettive, metamorfosi e realtà al Palazzo delle Arti di Napoli

“Solo coloro che tentano l’assurdo raggiungeranno l’impossibile”

Mauritius Cornelius Escher

Una caleidoscopica girandola di tasselli, un vortice di linee, un turbinio di incisioni, dove tutto sconcerta e stupisce, soprattutto la realtà e le sue rappresentazioni: questa è la mostra di Escher al Palazzo delle Arti Napoli, poiché questo è il percorso artistico di Escher.

Agli occhi di chi classifica il sapere in discipline ordinate e categorie precostituite, gli interessi dell’artista olandese appaiono ossimorici e paradossali, poiché spaziano dall’arte greco-romana alle teorie della relatività di Einstein, dallo stile moresco alle formule goeometrico-matematiche; dalla loro apparente inconciliabilità  si origina un nuovo approccio all’arte intesa come modo di guardare il mondo decostruendolo e ricostruendolo. Nelle opere di Escher il punto di vista dell’artista e quello degli spettatori acquistano la stessa importanza, pur essendo inconciliabili: è la realizzazione del concetto di arte come dialogo inesauribile tra chi la produce e chi ne usufruisce.

Gli Emblemata sono la rappresentazione esemplare della volontà dell’artista di creare un dialogo destabilizzante con lo spettatore, perché è la realtà stessa a essere destabilizzante e incongruente: immagini armoniosamente realizzate si trovano in antitesi con i motti in latino e fiammingo che le accompagnano; così una farfalla agli occhi dell’artista diventa signum immortalitatis fragile admodum, dove l’antitesi che si coglie nel definire qualcosa come fragile e immortale è la stessa che l’artista scorge tra il modo in cui il mondo appare e il modo in cui si cerca di descriverlo tramite immagini o parole. La stessa scelta della litografia e della xilografia come tecniche di stampa per le opere implica un messaggio di fondo: l’opera dev’essere pensata e rappresentata al contrario, viene alla luce dal suo opposto, sottintende, già in fase di realizzazione, due punti di vista contrari e complementari.

 

Dunque, il viaggio artistico di Escher è una fuga da ogni categorizzazione del sapere: insofferente nei confronti dei canonici sistemi di apprendimento, l’arte è per lui ragionamento e percorso che da uno stimolo iniziale, esterno, sviluppa se stessa e non si esaurisce in una sola forma chiusa di rappresentazione, ma necessita di infinite forme e di infiniti punti di vista, perché infinito è il numero di coloro che ne entreranno in contatto. L’ammirazione per le architetture del mondo arabo, per i paesaggi italiani e per le opere del mondo greco-romano è espressa attraverso un processo di rilettura: osservare, analizzare, scomporre le grandi opere del passato e ricomporle secondo la sua prospettiva, a dimostrazione che non c’è nulla di perfettamente compiuto e che tutto è passibile di rivisitazione e rivalutazione, cambiando il proprio punto di vista.

 

Comune denominatore tra arte e scienza è l’indagine; la curiosità è sia stimolo creativo che slancio iniziale dell’osservazione scientifica e porta a rapportarsi con il mondo esterno senza nessun preconcetto, anzi, indagando la realtà, le sovrastrutture mentali dovrebbero venir meno così da poter riscrivere ogni volta ciò che si offre alla vista  con nuovi paradigmi e categorie, che in Escher non sono mai definitivi, ma trampolino di lancio per una nuova prospettiva e un nuovo percorso.

Come le rampe di scale nell’opera Relatività cambiano direzione a seconda di chi le percorre e di come l’osservatore guarda, così la realtà, l’arte e i modi di comunicare cambiano a seconda dell’individuo, e soprattutto, di ciò che l’individuo ha vissuto, ha visto e ha appreso. Dunque, il destino dell’artista, o meglio dell’uomo in generale, è quello di percorrere scale all’infinito senza possibilità di incrociare nessun altro, senza un pavimento solido da cui partire e un soffitto sicuro a cui giungere, una spirale di nichilismo e incomunicabilità senza soluzione? Dare una risposta a questa domanda vanificherebbe il motivo di fondo dei lavori di Escher: non è importante categorizzare il punto d’arrivo e di partenza, ma essere pronti a modificare, se il percorso lo richiede, prospettive, conoscenze acquisite e lo stesso punto d’arrivo, se lungo il tragitto questo perdesse di valore.

 

Motivo ricorrente nel pensiero di Escher è l’idea dell’impossibilità di rappresentare la realtà nella sua interezza e veridicità con immagini e parole; l’arte, non avendo più questo scopo, diventa altro e forse trova davvero la sua funzione: non rappresentare ma capire la realtà, presentarsi come uno strumento di indagine che permette di vedere l’uomo e la realtà come un qualcosa di composto da tantissimi piccoli tasselli, che, combinati insieme, danno un’immagine più grande e unitaria, la quale però, inevitabilmente, non può rimanere sempre la stessa, poiché soggetta al trascorre del tempo e agli accadimenti che influenzano percezioni e ragionamenti; mentre i piccoli tasselli che compongono l’uomo e la sua realtà sono sempre gli stessi, ciò che è destinato a subire una metamorfosi è l’immagine generale, è il modo in cui ognuno ordina l’infinito puzzle che è la realtà.

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L’artista stesso, nel definire il suo lavoro un gioco molto serio, dimostra di essere consapevole del paradosso implicito nelle sue opere e la mostra esposta al PAN rende giustizia a questo concetto; il visitatore è invitato a entrare nel mondo di Escher con tutti i sensi tramite esperimenti interattivi che, sotto l’apparente semplicità del gioco, servono a rendere tangibile quanto di scientifico, di filosofico e di tecnico sia sotteso al lavoro dell’artista olandese.

Vorticando, si esce da questo percorso destabilizzati, non perché si è privi di certezze, bensì perché Escher mostra come l’uomo abbia la capacità intellettuale e la sensibilità artistica di rapportarsi, di comprendere e raffigurare la mutevolezza della realtà e delle sue rappresentazioni.

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“Connettere il mondo con le storie che contano”: la World Press Photo Exhibition 2018 al PAN

Nel mare cristallino dell’arcipelago di Zanzibar quattro donne completamente vestite galleggiano stese a pancia in su, tenendo stretta sul petto una tanica di plastica vuota. Hanno gli occhi chiusi e l’espressione concentrata, mentre le loro vesti gialle ondeggiano leggere sul pelo dell’acqua azzurra. È una scena strana, attira l’attenzione e incuriosisce. La descrizione accanto rivela che lo scatto di Anna Boyiazis racconta lo svolgimento di un corso di nuoto rivolto alle donne: un corso di nuoto che si rende necessario perché la maggior parte delle donne non sa nuotare, dal momento che la cultura islamica conservatrice impone delle restrizioni e non esistono costumi da bagno considerati sufficientemente decorosi. Infatti, le donne ritratte sono coperte dalla testa ai piedi: è l’unica soluzione che permette loro di entrare in acqua e imparare a nuotare grazie all’apposito progetto locale, denominato Panje, “pesce grande”.

Tre fiori gialli coprono il volto di una ragazza avvolta in una veste magenta; altri tre ritratti mostrano ragazzine nigeriane con il volto coperto – dall’abito, dall’ombra, dalle proprie mani. Un gruppo di militanti islamici rapisce giovani donne che vanno a scuola, le cinge con cinture esplosive e le invia in luoghi affollati come arma da guerra. Il gruppo si chiama Boko Haram, traducibile con “l’istruzione occidentale è proibita”. Le ragazze immortalate da Adam Ferguson sono riuscite a scappare e a trovare aiuto.

Due anziani cinesi sorridono felici attorno a un tavolo ricoperto di farina e impasto fatto in casa. Un cagnolino si stiracchia sotto il tavolo, crogiolandosi alla luce di un raggio di sole che attraversa una finestra. Un altro raggio fende l’oscurità dell’ambiente ristretto, rivelando un piccolo letto, un mobiletto e un piano da lavoro sovraccarico. La fotografia di Li Huaifeng racconta un istante della vita serena di due fratelli all’interno della loro yaodong, un tipo antichissimo di abitazione della Cina centrale, scavata nel fianco di una collina. Le yaodong sono numerosissime nell’altopiano del Loess, la cui conformazione permette alle abitazioni di preservare un clima fresco in estate e caldo in inverno.

In Kenya sorge un rifugio per cuccioli di elefante gestito dagli abitanti del luogo, ex guerrieri Samburu. Gli elefanti vengono curati e accuditi fino al loro reinserimento nel proprio habitat naturale. Ami Vitale fotografa il momento in cui gli animali vengono nutriti, una tenera carezza, il dolce e colorato salvataggio di un cucciolo, e, infine, la dimostrazione del modo in cui fare un “bagno di terra” rivolto ai piccoli nuovi arrivati da parte di un elefante adulto.

Kadir van Lohuizen attraverso quattro scatti narra la gestione dei rifiuti in Nigeria, in Olanda, in Giappone e negli Stati Uniti. La produzione dei rifiuti sta aumentando in maniera esponenziale, tanto che non siamo più in grado di gestirli correttamente: di questo passo entro trent’anni gli oceani potrebbero arrivare a contenere più plastica che pesci, secondo il Forum Economico Mondiale.

È difficilissimo uscire dal Palazzo delle Arti Napoli senza avere la mente dominata da forti impressioni: donne che cercano di impedire lo sviluppo del seno delle proprie bambine per proteggerle dalle aggressioni, la vita spensierata di due ragazzine in un villaggio bioenergetico in Austria, il fragile ecosistema delle Galapagos, uomini e donne usciti per andare nel proprio ufficio londinese o ad un concerto in America, che si ritrovano invece, improvvisamente, vittime della follia omicida, sul ciglio della strada o a terra, tra un rivolo di sangue e il palco allestito.

Storie che riscuotono dal torpore a cui un’informazione superficiale acquisita passivamente può facilmente condurre. Attimi di una vita trascorsa in maniera difficile, o in maniera semplice, secondo le tradizioni del proprio paese o cercando soluzioni innovative per far fronte agli ostacoli: tutti gli scatti della World Press Photo Exhibition 2018 aprono la mente e donano un po’ di consapevolezza in più riguardo a ciò che succede nel mondo e al mondo, al di là della nostra porta. La mostra di fotogiornalismo durerà fino al 16 dicembre; visitarla è come fare un viaggio attraverso milioni di vite.

 

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Eventi

“Ricomincio dai libri” al MANN

I giardini storici del Museo Archeologico Nazionale di Napoli hanno ospitato la quinta edizione dell’evento Ricomincio dai libri, tenutosi il 5, 6 e 7 di ottobre, rendendo incantevole, oltre che interessante, la partecipazione a tale iniziativa.

Passeggiare tra i libri, esposti da case editrici emergenti campane o da altre più famose, come Editori Laterza e Cliquot, risulta ancora più suggestivo sotto lo “sguardo” dalle  sculture della Campania romana.

Oltre alle varie iniziative di intrattenimento come quella tenuta dalla Scuola Italiana di Comix e quella per i più piccini a cura di Nati per leggere, la nostra attenzione  è stata catturata dalla presentazione del libro “Come se tu non fossi femmina- Appunti per crescere una figlia.”

L’autrice Annalisa Monfreda insieme all’intervistatrice Conchita Sannio hanno messo in luce il potere e i rapporti delle donne nella nostra società. Dal dialogo emerge una condivisibile idea su come dovrebbe articolarsi il rapporto tra donne: non fondato sulla competitività ma sulla collaborazione, senza alcuna volontà di primeggiare. Questa dinamica porterebbe a ottimi risultati tanto in casa, prendendo come esempio il rapporto tra sorelle, quanto sul luogo di lavoro, basandosi su quello tra colleghe.43342686_1101135423382888_8888008380359114752_n

Ancora più interessante è l’analisi di uno dei consigli che l’autrice offre nel suo libro, da lei chiamate “lezioni”, che si intitola: “Nutritevi di grandi libri”. Grazie alla lettura dei grandi classici, cosa che andrebbe fatta fin da bambini, l’essere umano impara a sezionare e analizzare le emozioni in quanto queste prendono forma e corporeità tramite i personaggi narrati; ciò accade perché, come l’autrice ha sottolineato, “la forza dei libri è proprio nel mostrare la complessità del genere umano, buono o cattivo che sia.”

Ricomincio dai libri è un’iniziativa che è cresciuta moltissimo in questi cinque anni, riuscendo  a “conquistare” sempre più interesse, consensi e attenzione; questo sicuramente è accaduto perché mai come oggi c’è bisogno di dare valore e valorizzazione a ciò che è prezioso, di mettere in luce lo splendore che giace nascosto e questa iniziativa mira proprio a questo. Emblematica è infatti la frase dello scrittore napoletano Lorenzo Marone, riportata nella guida di questa quinta edizione:

“Crediamo nel valore salvifico delle parole, strumento di conoscenza e aggregazione. Crediamo che oggi più che mai ci sia bisogno di parole attente e gentili per abbattere le barriere e vivere in un mondo senza più muri.”

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Letteratura

“Ogni coincidenza ha un’anima” – un immaginario colloquio con il biblioterapeuta Vince Corso

Non so lasciar andare, signor Corso.

Mi scusi, signorina, non credo di aver capito bene.

Per usare una metafora, non riesco a mollare gli ormeggi e a scivolare verso il mare aperto. Ho bisogno di trattenere, controllare, ponderare. Non amo gli imprevisti, né gli insuccessi che ne possono derivare. Mi rifugio nel passato, che ormai è passato e non può più cambiare. Ogni situazione nuova è una prova difficile da affrontare: non so se sarò in grado di gestire tutto. Ecco perché preferisco trattenermi nel porto.

Capisco. La fallibilità è una caratteristica umana, tuttavia.

Lo so. So che non si cresce se non ci si mette in viaggio, con l’animo pronto ad affrontare imprevisti e ostacoli. In fondo, tutti gli strumenti per farcela li possediamo già; dobbiamo solo individuarli e capire come usarli, creare strategie sempre nuove per poter procedere. Questo lo so bene, l’ho capito. Il problema è che non ne sono in grado. Sono da lei per un libro che mi racconti come si fa, davanti ad un ostacolo, a trovare un espediente per andare incontro alla tempesta, affrontarla e uscirne, preservando comunque se stessi.

Ho la cura che fa per lei. Mi lasci un attimo per cercarlo… scusi il disordine… ecco, questo romanzo è ciò che le serve. È una storia che parla di letteratura, memoria e imprevedibilità.

Promette bene.

Già. Va letto piano, per assaporarne ogni parola. È un testo molto poetico, crea immagini vivide e riesce a trasmettere sensazioni delicate ma allo stesso tempo molto forti. Sembra una contraddizione ma le assicuro che non è così, quando lo leggerà capirà di cosa parlo.
Il protagonista è proprio un biblioterapeuta come me.
Un giorno si presenta una donna matura, affascinante e molto ricca, che gli affida un compito particolare: scoprire da quale romanzo provengono le frasi, apparentemente prive di senso, che suo fratello malato di Alzheimer ripete in continuazione. Non è un’impresa semplice: l’uomo è stato un intellettuale con molteplici interessi, poliglotta, ha letto moltissimo e collezionato preziosi volumi. Per lui perdere la memoria a causa della malattia è stato come mandare in frantumi una preziosa opera d’arte fatta di cristallo. C’è davvero un romanzo al quale cerca disperatamente di aggrapparsi? E perché? Il protagonista cerca di scoprirlo, mentre vive la sua esistenza quotidiana tra persone che inaspettatamente gli aprono nuove prospettive, e i gravi problemi sociali che attualmente attanagliano il nostro paese. Nel corso della storia i colloqui con i suoi pazienti e con gli amici illuminano diverse chiavi di lettura della problematica di fondo.
Prenda ad esempio la storia della donna che non riesce a dimenticare nulla, ma proprio nulla, e pensa che «il tempo è una porta che si chiude e ha un solo verso» e che «tutto accade una volta e basta, e genera conseguenze, episodi totalmente occasionali, eventualità che potevano girare in un altro modo», quindi preferirebbe non ricordare tutto, perché «il passato non è mai stato un luogo più felice e invidiabile del presente»: abbiamo solo mitigato molti ricordi. Non le sembra che non abbia tutti i torti, in fondo? Non sarebbe meglio semplicemente guardare avanti?
L’uomo malato di Alzheimer deve fare i conti con l’impossibilità di conservare tutto il suo passato; si tratta di una condizione terribile, che però va necessariamente affrontata. Così, tra i tanti, sceglie di salvare un solo ricordo, quello più importante, il solo che davvero conti. Non le svelo qual è, naturalmente, ma rifletta su questa cosa: l’imperfezione potrebbe rappresentare la realtà meglio di qualunque altra cosa.
Consideri anche questa, ecco, sì, la storia del reverendo irlandese che aveva inserito una mezza pagina nera nel suo romanzo, molte righe di asterischi e aveva fatto sparire un capitolo, sostenendo che la mancanza di alcune parti avrebbe reso qualsiasi libro più completo.
In quest’ottica anche quest’altra considerazione risulta molto interessante, gliela leggo: «che poi non è vero che la vita è una baraonda incoerente: ci sono delle ragioni, per tutto quello che ci accade, anche per le nostre delusioni»; in questo passo si dice che la letteratura stessa è un elemento di contaminazione, di scompiglio, è la grande sabotatrice di qualsiasi ordine costituito, perché mette in discussione tutto, a partire da chi scrive e da chi legge. In questo romanzo la letteratura è la custode di un ricordo che cerca di resistere al caos, all’incomprensione – un altro tema cardine, affrontato splendidamente.
Insomma, ognuno di noi ha il proprio linguaggio, il proprio sistema di espressione e di esperienza della vita; potrà esserci chi non lo capirà, ma lei dedichi i suoi sforzi a sviluppare il suo, a consolidarlo e a prendere il largo lasciandosi guidare da esso.

Penso proprio che lo leggerò, questo romanzo. Già il titolo mi piace: Ogni coincidenza ha un’anima. Bello. La ringrazio molto, signor Corso.

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Letteratura

“Origin” di Dan Brown: l’origine della specie umana e il potere della tecnologia

Tutti i romanzi di maggior successo di Dan Brown si strutturano attorno a profonde problematiche di interesse globale; non fa eccezione Origin, costruito sulle ataviche domande: “da dove veniamo? Dove andiamo?”. Il futurologo di fama mondiale Edmond Kirsch, genio del campo informatico, dedica tutte le sue energie alla ricerca scientifica e scopre le sconvolgenti risposte. Prima di divulgarle, decide di condividere le sue scoperte con tre importanti capi religiosi, ma il pericolo fatale è dietro l’angolo. Robert Langdon avrà il compito di trovare il bandolo della matassa, mentre minacce insidiose incombono e dolorosi coinvolgimenti personali affliggono il suo animo.

Il cuore pulsante del racconto è rappresentato dal grande potenziale offerto dalla tecnologia nell’ambito degli studi sull’origine della vita e sull’evoluzione della specie, nell’ottica di un superamento del mito della creazione da parte di un’entità divina. A primo impatto, il conflitto tra religione e scienza, ambientato in un paese fortemente cattolico, può portare alla mente la trama di Angeli e Demoni; a intensificare il sentore accorre la particolare circostanza della scoperta scientifica sensazionale che può minacciare le fondamenta della religione tradizionale. Tuttavia, ben presto ci si rende conto che la storia attraversa quei binari per poi percorrere una strada in parte differente.

Riconoscibili elementi della narrativa di Dan Brown sono costituiti dall’involontario ruolo chiave di Robert Langdon nello svolgimento della storia, dalla presenza di una co-protagonista femminile profondamente coinvolta nella vicenda, ma soprattutto dalla figura del sicario che agisce all’ombra di un misterioso mandante, perseguendo a tutti i costi uno scopo in cui crede ciecamente. Come di consueto, è dato grande risalto alle opere artistiche, agli edifici storici e alle notazioni culturali; le descrizioni sono molto precise ed evocative ma un po’ prolisse, e in alcuni punti sono intenzionalmente iterati dei passaggi, a netto sfavore delle scene d’azione e di suspense.

La trama non è particolarmente intricata e gli ostacoli lanciano sfide abbastanza semplici da superare. Si ha così l’impressione di un Dan Brown più “smussato” rispetto al passato, più cauto, attento alla contestualizzazione piuttosto che allo sconvolgimento. Il clamore è annunciato a più riprese, ma soltanto la conclusione può davvero offrire un momento di forte coinvolgimento.

Nonostante questo, il tema alla base di Origin è attuale e molto interessante: offre numerosi spunti di riflessione ben sviluppati che risultano decisamente stimolanti. La questione cardine, scientificamente supportata, appassiona il lettore, mentre l’aspetto descrittivo lo intrattiene, soddisfacendo anche la sua curiosità intellettuale. Il momento conclusivo epifanico è coerente ed equilibrato: il quadro complessivo è già intuibile a partire da alcune informazioni semi-nascoste nel corpo della narrazione, ma vale assolutamente la pena di gustarsi fino alla fine ogni parola e ogni scena per apprezzare davvero il potente messaggio di fondo della storia.

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Letteratura

“Resteranno i canti”: la poesia e la paesologia di Franco Arminio

Con la poesia non bisogna essere egoisti, oltre che leggerla per sé bisogna anche leggerla agli altri. Anzi, più ci tocca e più nasce spontaneo il desiderio di condividerla. La poesia è un farmaco, ma è anche una malattia contagiosa, è capace di rivelarci a noi stessi, come tutte le esperienze più estreme.

La poesia è un’esperienza; Resteranno i canti di Franco Arminio è un’esperienza di prosa e poesia, non è un libro adatto a essere raccontato, descritto o recensito, ma, come fosse un essere umano, lo si può solo percepire, ascoltare e vivere.

Il lettore entra in una nuova dimensione, dove la materia poetica è sempre ancorata alle cose: è un’evocazione costante dove l’amore e la morte sono presenti, alcune volte in modo latente altre in modo più palese, ma mai evanescenti. La materia poetica nasce da oggetti fisici: gli alberi, le strade, il corpo, che tramite la scrittura diventano evocazione e, allo steso tempo, rendono la parola poetica tangibile.

In questo universo, che sembra richiamare la “poetica delle cose” attribuita alla poesia di Montale, la fisicità è il perno di tutto; la poesia nasce da qualcosa che viene meno nella realtà, qualcosa che è necessario continuare a ricordare e vivere, diventa parola sublimata dopo, prima è stata un oggetto, un luogo, un qualcosa che si è vissuto.

La morte e la  perdita nella poesia di Franco Arminio hanno a che fare soprattutto con la scomparsa dei paesi, con il venir meno di una dimensione che sarebbe complesso spiegare se non la si è vissuta. Assistere al disgregarsi di questi piccoli centri, è, per chi è nato e cresciuto in tali luoghi, un dolore che va oltre la semplice nostalgia del passato; rappresenta la mancanza di una dimensione propria, una radicale insicurezza che porta però a non fermarsi in una sterile contemplazione malinconica del passato, ma è per il poeta motore di tutto. Si evoca ciò che è stato e non c’è più o sta scomparendo per fare qualcosa, per rendere se stessi e gli altri coscienti che non ci si può fermare, inermi, di fronte agli accadimenti. La poesia è lo strumento di evocazione e di ribellione che il poeta ha adottato per questa battaglia.

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Temi come la morte, l’amore e la fugacità della tempo sono dei pilastri della poesia a partire dai simposi del mondo greco, passando per il carpe diem oraziano e finendo con i poeti più recenti; anche questi assumono una veste nuova, assolutamente non formale ma decisamente fisica e ancorata al momento. L’amore passa dal corpo, è un sentire doloroso, è un aprirsi a un invasione esterna che l’essere umano sembra non voler accettare, nonostante sia inevitabile. Tale sentimento non è descritto come contemplazione o esaltazione dell’oggetto d’amore ma come un incontro che permette di vedere realmente se stessi, di rinascere nella propria totalità di corpo e anima: è un sentimento puro, che si origina da slanci fisici; è un sentimento sublimante, che si determina in un contatto di anime.

L’invito che si potrebbe leggere in queste pagine è quello all’attenzione, alla cura, alla passione e alla purezza: verso i luoghi, perché potrebbero scomparire; verso le persone, perché potrebbero non esserci per sempre; verso se stessi, perché si cambia inevitabilmente.

Dunque la poesia dovrebbe avere questo compito: ricordare e richiamare non per vezzo o decorazione, ma accompagnare la vita attiva, le esperienze; deve essere un luogo in cui fermarsi per qualche minuto a riflettere sull’importanza di tutto ciò che riempie le vite frenetiche e, dopo questa riflessione, deve permettere uno slancio attivo. La poesia così assume una corporeità: permette di mettere a fuoco ciò che troppo rapidamente scorre davanti agli occhi, permette di vedere la bellezza o la stortura e dopo ciò, ha in se la forza di spingere al cambiamento, alla ribellione, all’azione che, così, diventa un’azione poetica.

Scrivo, come dice un’amica,

“per smontare il marchingegno

del miracolo”, lo smonto

e lo rimonto all’infinito.

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Classici Letteratura

“La strada” di Cormac McCarthy: il viaggio di un padre e di un figlio attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere

“Ce la caveremo, vero, papà?

Sì. Ce la caveremo”.

Lo scenario con cui si apre l’opera è di desolazione assoluta. Le notti che si susseguono e che fanno da sfondo alle azioni dei due personaggi vengono definite “più buie del buio e i giorni uno più grigio di quello appena passato”. I protagonisti, padre e figlio, sono entrambi senza nome, dimostrazione del fatto che ciò che conta per l’autore non è la loro identità, ma la vicenda nella quale essi sono coinvolti e il vincolo di amore e umanità che li lega.

Una catastrofe non specificamente nota ha spazzato via ogni cosa, “come un freddo glaucoma che offuscava il mondo”. Se nelle prime pagine del libro il lettore è spinto a chiedersi quale cataclisma abbia potuto scatenare simili conseguenze, è pur vero che immergendosi nel racconto la domanda che sorge spontanea è un’altra: un padre e il suo bambino riusciranno a sopravvivere e arrivare alla meta tanto ardita?

L’avventura che coinvolge i due protagonisti sembra togliere il respiro al lettore, che si sente catapultato in un viaggio in cui il punto di arrivo sembra non giungere mai. Padre e figlio avanzano verso il Meridione, per scappare dall’inverno ormai paralizzante, in un percorso estenuante fatto di rinunce, timori, debolezze. Pochi sono gli oggetti a loro disposizione: un carrello della spesa col quale spostarsi, un telo da usare come scudo contro la pioggia, e un’arma da fuoco per proteggersi dai briganti delle strade che lottano per la propria sopravvivenza.

Cormac McCarthy descrive tutto nei minimi dettagli, anche se la sua attenzione è prevalentemente concentrata sugli spazi esterni, avvolti nel grigiore della cenere che sovrasta ogni cosa o persona. Il romanzo è pervaso da una sensazione di ignoto e di vago: è come se il lettore fosse calato nelle scene di un sogno, in cui i contorni delle persone e degli oggetti appaiono come sbiaditi, e a tratti non si riesce a distinguere la finzione dalla realtà. Anche i ricordi del passato sembrano offuscati e ormai troppo lontani nel tempo: la casa dove un tempo abitava l’uomo ora è ricoperta dalla polvere, e il camino al quale durante il Natale venivano appese le calze ora è spoglio.

Con un gioco continuo in cui le ombre sembrano dominare le luci, l’autore del libro riesce a far emergere il rapporto che lega un padre e un figlio, anche se colti in una situazione di estremo pericolo. Le strade deserte, avvolte in un’oscurità profonda sembrano avvilire i due personaggi, ma ciò che li lega è l’amore reciproco, oltre alla consapevolezza che fino a quando resterà la lampada accesa, metafora della speranza, nulla potrà far loro del male.  

In conclusione, La strada ripercorre un percorso apparentemente infinito di un padre e di un figlio, ne sottolinea più volte il legame, ma l’autore lascia il lettore a libere interpretazioni. Il viaggio è metafora della vita, e a nessun vivente è dato conoscerne la meta o il traguardo. Il passato è ciò di cui siamo certi, il presente è da vivere, il futuro è da scoprire. Ciò che rende straordinaria la vita non è l’arrivo, ma l’iter, che sia lungo o che sia breve, che sia tortuoso o spianato, fatto con le mani nelle mani di chi più si ama.   

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“Doggy Style” di Roberto Becattini: il racconto e un commento

Doggy Style

Non aveva mai sopportato le attese ai semafori in auto. Aveva perciò escogitato uno stratagemma per scuotersi dal torpore, anche esistenziale, e regalare un sorriso ai suoi concittadini, foss’anche di commiserazione.

Abbassava il finestrino come per chiedere qualcosa al vicino della fila accanto alla sua, ne attirava l’attenzione con gesti che esprimevano urgenza, e quando questi a sua volta abbassava le difese incuriosito…cominciava gioiosamente ad abbaiare. Documentandosi e allenandosi a casa, col tempo riuscì ad imitare anche le diverse razze, scegliendo tra quelle più fastidiose, in prevalenza di taglia piccola: schnauzer nano, yorkshire terrier, pastore tedesco, chihuahua, pomerania, ecc. Il suo repertorio si faceva sempre più ampio e preciso, e la scoperta del suo nuovo talento alimentava il suo entusiasmo. Era sostenuto da una ferrea volontà che decisamente avrebbe potuto impiegare in altri settori. All’inizio non era stato facile anche solo entrare in contatto visivo col malcapitato di turno, solitamente sfavato e indifferente a qualsiasi stimolo esterno, immerso in una conversazione o in una chat al cellulare, principale nemico del suo situazionismo. “Forse l’autismo prende il nome proprio dalle auto” pensava.

I primi tentativi andarono a vuoto; spesso il verde scattava proprio sul più bello e la persona ripartiva senza tanti complimenti, sfuggendo alla sua sorte. Lui ci provava indiscriminatamente, poi l’esperienza accumulata cominciò a dare i suoi frutti. Incurante del tempo impiegato nei tragitti lavoro-casa-lavoro, sceglieva percorsi sempre diversi, a volte allungandoli per non perdersi nessun rallentamento. Aveva mappato tutti gli incroci con i semafori rossi di maggior durata ed era sempre aggiornato su lavori in corso, deviazioni, cantieri, sbudellamenti del manto stradale, restringimenti di corsia. La mattina per almeno una ventina di minuti riscaldava la voce con esercizi appresi in un corso di teatro cui si era appositamente iscritto,  che lo aveva poi reso molto più espressivo e convincente nelle sue finte richieste di aiuto o informazioni.. In estate era più facile “conversare” con i suoi partner occasionali perché molti viaggiavano col vetro abbassato o in vetture cabriolet. D’inverno e col maltempo ricorreva alla penna laser, puntandola sulle mani. Preferiva le coppie, mediamente più annoiate e quindi più ricettive e le famiglie con bambini, più attenti a ciò che succedeva intorno a loro. Le reazioni della persone erano varie, ma nessuna memorabile, a parte un tizio con dei ray-ban che gli aveva puntato una beretta addosso facendolo guaire, ma forse era una scacciacani.

Si era così immedesimato nel suo ruolo che aveva cominciato a prendere in forte antipatia i gatti, che comunque non aveva mai amato particolarmente. A volte si alzava in piena notte, si affacciava al balcone e perlustrava col binocolo il quartiere in attesa che qualche felino si mostrasse; poi puntava il laser sull’asfalto e se il micio adocchiava il puntino rosso cominciava a muoverlo all’impazzata per farlo giocare un po’. Non riuscendo ad acchiappare la luce, l’animale si accaniva e si dimenticava di essere su una strada, potenziale vittima delle quattro ruote. Ne mandò un paio al loro paradiso in questo modo, poi smise, più annoiato che pentito.

Era diventato anche più aggressivo. Certo, aveva ringhiato contro la sua ex-suocera al casello Firenze-Certosa, ma quello era un episodio isolato e giustificabile. Una volta,  fermo in prima fila al semaforo si sorprese a latrare davanti a sé e a sbavare; provò un forte impulso di scendere e azzannare il polpaccio del giocoliere che stava sbirillando sulle strisce con quel suo sorriso giovane…ma si era trattenuto. Per quanto ancora ci sarebbe riuscito ?

Finché un giorno un bambino lo riprese con lo smartphone in una delle sue migliori performance; quel giorno aveva imitato un husky siberiano; si era addirittura messo delle lenti cosmetiche per assomigliargli. Il video fece impazzire il web e rinsavire lui; decise di smetterla e per un po’ di tempo uscì camuffato, in attesa che le acque si calmassero e l’eco dei 2 milioni di visualizzazioni si spegnesse.

Era passato ormai più di un anno dagli ultimi bau, e lil nostro “ingegner Cane” era tornato a concentrarsi sui suoi soliti progetti, un po’ intristito. Fermo al semaforo come sempre, stava per mettere un po’ di musica quando si accorse alla sua destra di una ragazza a bordo di una Renault 4 scassatissima. Anche la ragazza, che non era per niente scassata, si accorse di lui e gli sorrise; probabilmente lo aveva riconosciuto; decise di salutarla e augurarle una buona giornata, e ringraziarla per quel sorriso. Abbassò il finestrino e lei fece altrettanto; ma quando iniziò a parlare, quasi senza rendersene conto, come sotto l’effetto di un’ipnosi, prese ad abbaiare come un mastino napoletano ! Chissà, forse quel gesto di abbassare il finestrino, che non faceva da tanto, era un’ancora psicologica e aveva risvegliato il cane che dormiva dentro di lui…Ancora più grande fu la sua sorpresa quando la ragazza ricambiò, arrivando persino ad ululare. Il dialogo sarebbe durato svariati minuti, ma lo tsunami di clacson dietro di loro li sommerse inducendoli a quagliare. Lui con il labiale le disse “Accosta !”

Ecco, se solo il semaforo fosse stato verde, se solo lei avesse miagolato,  se solo non avesse accostato, se fossero vissuti in epoche differenti…

L’Amore si basa su un malinteso iniziale enorme, ma siamo troppo poco coraggiosi per ammetterlo. Diciamo “Ti amo” a qualcuno al momento giusto e questo qualcuno abbocca all’amo. Qualcuno potrebbe pensare che il modo strano e casuale con cui si erano incontrati, così romantico da raccontare agli altri, fosse un riconoscersi tra due anime, che magari si erano amate in una vita precedente, come cani si intende.

Si chiamava Simona, si era laureata alla prestigiosa Tozzi-Bocconi, una facoltà senza obbligo di frequenza. Era molto gelosa, di ritorno dai suoi viaggi di archeologa perlustrava l’immondizia alla ricerca di preservativi usati. Riuscì a imporgli la convivenza dopo solo 3 mesi e dopo 6 iniziò a parlare di figli. Lui, spesso infelice nelle sue uscite tese a minimizzare e a sdrammatizzare tutto, una volta rispose parafrasando i 99 Posse – Quello cheeee sei per meeee, è inutile spiegarlo con la prole !

Come risposta rimediò un calcio nelle palle dato forte, un gesto controproducente e soprattutto controriproduttivo.

La verità è che tra loro non andava bene neanche a letto; c’era la stessa affinità sessuale che poteva esserci tra una talpa e un pavone. Senza contare che la talpa non può apprezzare la ruota del pavone.

Prima di ogni amplesso, lei appendeva una camicia rossa a quadri di flanella alla porta della camera da letto. Diceva che era un gesto scaramantico, propiziatorio dell’orgasmo. In effetti lo era, ma durante l’ennesima discussione gli spiegò la verità: mentre facevano l’amore quella camicia l’aiutava a immaginare di essere a letto con MacGyver, la sua fantasia sessuale principale. Del tutto comprensibile per una che era stata educata alla scuola steineriana.

Per compensare la buttarono sul cibo; erano entrambi ottimi cuochi, ma entrarono in competizione…

– Assaggia questo timballo di cozze

– Senti invece com’è questo pilaf allo zafferano con pollo tandoori

– Macchè, stasera avevo 5 minuti liberi e ho fatto le penne al ragù di alpaca, non puoi esimerti dall’ingerirle !

Due cuori e due pance che si facevano capanna…

Di origine meridionale, Simona lo costringeva ad accompagnarlo una volta al mese a recuperare le derrate alimentari inviate tramite bus dai suoi genitori, naturalmente in orari che andavano dalla mezzanotte alle 6 di mattina. In una notte nduja e tempestosa attesero invano tutta la notte chiusi in macchina sotto la pioggia l’arrivo delle provviste. Purtroppo era giunta voce alla criminalità locale degli intensi traffici in direzione di Firenze e il carico di 15 kg di bufale battipagliesi era stato sottratto durante un assalto alla diligenza. Simona era affranta.

– Comunque sei una ragazza con tanta voglia di viveri – cercò di consolarla lui, ricevendo in cambio uno sguardo inceneritore.

Parzialmente stremata dai suoi giochi di parole e dalla sua anaffettività, alla fine se ne andò e lo lasciò. Era ormai evidente che si era presa un “abbaio”.

– Quante possibilità ci sono di tornare insieme ? – le chiese una volta al telefono senza feeling.

– Le stesse che un uragano si abbatta su un deposito di rottami  e metta insieme un boeing 737 e che questo durante un volo intercontinentale precipiti di punta esattamente sulla mia testa, ovunque io mi trovi.

– Ma in quel caso moriresti e non potremmo tornare insieme

– Infatti…

– E’ tutto quello che hai da dirmi ?

– No. Quest’estate evita di uscire nelle ore più calde, mangia tanta frutta e verdura e bevi molta acqua

Lui non accettò di essere lasciato e decise di fargliela pagare a modo suo. Conoscendo la passione di lei per il cinema e le serie tv, la tempestava di messaggi che descrivevano i finali di film in uscita o alludevano a colpi di scena su cose che lei ancora non aveva visto o aveva appena iniziato a seguire; in alcuni casi l’aveva addirittura chiamata da altri numeri per fornirle spiegoni fingendo un accento svedese. Anche lì, non durò molto: era un lavoro immane, e la pigrizia lo fece smettere.

“Incredibile !” raccontava Simona alle amiche “Il mio ex ha inventato lo spolking ! La sintesi tra lo stalking e lo spoiler. Invece di denunciarlo ai carabinieri, lo denuncerò all’Accademia della Crusca”.

Si rividero per caso qualche anno dopo. Lei spingeva un passeggino con un bimbo. Lui una carrozzina con a bordo un reduce garibaldino. Era stato licenziato e si era riciclato come badante. Si salutarono cordialmente.

– Ma che amore, quanto c’ha ?

– 94 anni. E il tuo è tuo ?

– Si. Ha 36 mesi – rispose lei raggiante.

– 36 mesi, non è mica un prosciutto !

– Sei sempre il solito…guarda come muove gli occhietti !

– Per forza li muove, è vivo !

Cominciarono a litigare, tirando fuori vecchi rancori, e finirono con l’abbaiare come cani arrabbiati, senza accorgersi nella foga, che il bambino piangeva terrorizzato, mentre il garibaldino gli occhietti non li muoveva più.

 


Il nostro commento

Sarà la ripetitività del quotidiano, o forse la monotonia di una vita che offre scarsi stimoli creativi, oppure la crescente insofferenza per la difficoltà di comunicare efficacemente con gli altri, ognuno imbottigliato nel proprio piccolo spazio sociale di espressione; qualunque sia il motivo, a un certo punto il protagonista di questo racconto sceglie di scuotersi dal torpore inventando uno stratagemma: abbaiare ai suoi concittadini. Con un processo simile a quello che avviene in Cuore di cane, ma inverso, in Doggy Style si assiste alla progressiva riduzione dell’uomo in cane. Dopo i primi “bau” rivolti per scherzo ai passanti, il nostro protagonista si specializza nell’arte dell’abbaiare, diventa famoso, incontra perfino una compagna; tuttavia, ormai anche nel privato si comporta esattamente come un cane, odiando i gatti e assecondando con maggiore veemenza quei sentimenti che normalmente siamo portati a moderare per preservare i rapporti sociali.

La metamorfosi kafkiana di quest’uomo potrebbe metaforicamente rappresentare l’esigenza di un gesto straniante, spontaneo e semplice, in un contesto in cui vige un’uniformità piatta, prevedibile e perseverante; considerando che è proprio tale uniformità isolante a rendere gli uomini animali, è significativo il fatto che l’abbaiare riesca a smuovere qualcuno dall’indolenza. Eppure, si tratta solo di uno stimolo; dietro l’angolo è in agguato il rischio di accettare lo status bestiale fino al punto di riconoscersi totalmente in esso, dimenticando l’umanità.

In fondo l’uomo è un animale, ma, come affermava Aristotele, è pur sempre un animale sociale: tende ad aggregarsi con altri individui. Questa socialità dovrebbe contribuire positivamente all’evoluzione, spingere a condurre esistenze sempre migliori, non a chiudersi in una profonda e alienante incomunicabilità. Sta a noi, ogni giorno, fare in modo che sia così.

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Letteratura

“I Romanov: storia di una dinastia tra luci e ombre” di Raffaella Ranise

“La Russia è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma”.

Con questa citazione di W. Churchill si apre la premessa dell’opera, citazione che racchiude il senso più profondo dell’animo russo, della sua storia e delle sue leggende.

In effetti tuttora la Russia, terra lontana e sconfinata, si presenta come un mondo misterioso, enigmatico e per alcuni versi impenetrabile, con le sue terre ancora aride e solitarie ricoperte per la maggior parte dell’anno dai ghiacci. Eppure proprio questo scrigno cesellato di mistero racchiude la forza e il fascino di un popolo che si avvia al progresso ma che al contempo resta ancorato a un passato percepibile in ogni singolo aspetto della sua cultura. L’incantevole paesaggio arricchito da palazzi sontuosi con particolari aurei, le chiese ortodosse dai colori vivaci e le forme orientaleggianti, quella fusione tra oriente e occidente percepibile in ogni angolo di Mosca e San Pietroburgo portano una sola firma: quella dei Romanov.

A 100 anni dallo sterminio dell’ultimo zar e della sua famiglia, il libro di Raffaella Ranise ripercorre la storia della dinastia dagli albori fino al tragico epilogo. La decisione della Ranise di scrivere un libro dedicato a questa dinastia nasce in seguito a una visita al Museo della Moda e del Profumo Daphnè, nella città di Sanremo.

Potrebbe venir spontaneo chiedersi quale connessione ci sia tra questa città italiana e la lontana Russia. In realtà tra la fine dell‘800 e gli inizi del ‘900 la riviera ligure ospitò numerosi membri dell’aristocrazia russa, attratti dal clima e dalla bellezza dei luoghi. Tra questi spicca la figura della zarina Maria Aleksandrovna che soggiornò per lungo tempo a Sanremo e donò come segno di riconoscenza le note palme che adornano il viale del corso, non a caso chiamato corso Imperatrice.

Sarà, però, un particolare a suscitare l’interesse dell’autrice e a spingerla a ricerche più approfondite sulle vicende della famiglia reale: un foulard realizzato dalla maison Daphnè con al centro una rosa, detta rosa dei Romanov.

In poche pagine scorrevoli e dal tono piacevole la Ranise racchiude trecento anni di potere, intrighi, fascino e leggende partendo dalla formazione del popolo russo che intorno al IX secolo d.C. diede origine allo stato di Kiev, primo stato russo per poi passare alla carismatica figura di Ivan il Grande, fautore del primo grande sviluppo russo nonché primo a innescare l’idea di patria; e ancora la descrizione del “periodo dei torbidi”, periodo buio della storia russa che però aprì la strada a un’altra grande figura, quella di Michele, primo Romanov.

Le pagine più interessanti sono tuttavia quelle dedicate alle zarine, figure carismatiche e forti, portatrici di innovazioni e progresso. Tra queste ricordiamo soprattutto Caterina I, Anna, Elisabetta e in particolare Caterina II, detta la Grande, nota a tutti per le sue idee illuministe. E così, in un crescendo di battaglie, intrighi, amori e spaccati di vita quotidiana e intima si giunge all’epilogo finale.

Le ultime pagine, quelle più lunghe, sono dedicate alla storia dell’ultimo zar Nicola II e della zarina Alessandra. La loro tragica fine insieme a quella dei loro figli Alessio, Olga Tatiana, Maria e Anastasia ha da sempre incuriosito i lettori, non solo perché si trattò di una vera e propria strage familiare da parte dei rivoluzionari, ma anche perché dopo la morte i loro resti furono bruciati e sciolti nell’acido per non lasciare alcuna traccia del massacro. Questo ha fatto sì che nel corso del tempo si susseguissero numerose figure di donne che vantavano di essere le zarine sopravvissute al massacro. Gli studi recenti e la scoperta di altri resti ci permette oggi di confutare ogni dubbio e al contempo spezza quell’alone di sogno portato avanti dalla leggenda.

Il libro si conclude con un’immagine molto emblematica tratta dal film Arca russa di Aleksandr Sokurov: quella di una processione di dame meravigliose e imbellettate nei loro abiti splendenti strette ai loro cavalieri, ugualmente eleganti e statuari che procedono verso il nulla, incapaci di comprendere la fine del loro mondo dorato. Immagine forte che racchiude tutto il senso della Russia imperiale, un mondo ricco e sfavillante destinato, però, a finire nel nulla di una casa nella fredda Ekaterinburg in quella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918.

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Letteratura

“Prendiluna” di Stefano Benni: il destino del mondo nelle mani di matti e gatti

Cosa spinge due “matti” a fuggire nottetempo da un manicomio? Un trisogno, cioè un sogno-profezia fatto contemporaneamente da tre persone.

Una notte, Dolcino e Michele sognano la missione affidata alla loro anziana insegnante Prendiluna dal luminescente fantasma del gatto Ariel: consegnare i suoi Diecimici a dieci Giusti per salvare il destino del mondo. È così che dopo aver lasciato la clinica del dottor Felison, i due uomini, con abiti stravaganti, si mettono in cammino attraverso una città grigia e monotona, per unirsi alla missione di Prendiluna e incontrare in questo modo il Diobono, rimproverarlo per il male inferto e togliere un po’ di dolore al mondo.

Prendiluna di Stefano Benni si snoda in un “Paese delle Meraviglie” moderno, specchio deformante della nostra realtà odierna, tra “schermofili” dagli sguardi perennemente rivolti ai display, musicisti che devono fare i conti con la decadenza del gusto musicale, ragazzini di una periferia povera che nonostante tutto trovano la gioia nel “pallone invisibile”, emarginati sociali con doti eccezionali che organizzano una piccola comunità parallela nella metropolitana, e in particolare gli antagonisti dei nostri folli protagonisti, i  terrificanti Annibaliani, il cui capo, Chiomadoro, ha in serbo per il mondo un piano devastante:  «C’è un meraviglioso giacimento di odio e rancore nel cuore degli uomini. Noi, restando invisibili, dobbiamo indirizzare questo rancore verso i visibili, soprattutto i più deboli».
Suona familiare?

Eppure esistono ancora dei Giusti, delle persone che nonostante le proprie sfortune, imperfezioni o colpe, cercano almeno di non aggiungere altro dolore al mondo, di vivere nella luce per quanto possibile. Appartiene a queste persone la chiave per la salvezza, l’equilibrio tra il male e il bene: perché la giustizia non si identifica totalmente nel bene né l’ingiustizia nel male. L’essere umano è imperfetto per natura e le vicissitudini della vita implicano spesso degli aspetti contraddittori; ciò che fa realmente la differenza è la volontà di agire correttamente, di non arrecare un danno per il puro piacere di farlo.

Ma l’insolita storia di Prendiluna, dei suoi dieci stranissimi gatti, di Dolcino e di Michele, è completamente reale? Forse è frutto di un sogno Matrioska, oppure potrebbe trattarsi di una composita visione onirica tra la vita e la morte, come “scrive” Cornelius Noon: «Capita di svegliarsi e non sapere dove si è. La morte è tutta qui». In ogni caso, la realtà è sempre inafferrabile e non è mai univoca.

Come negli altri romanzi di Stefano Benni, ad esempio Elianto e Terra!, la narrazione è tanto semplice ed essenziale quanto completamente fuori dai binari tradizionali: personaggi singolari ed eccentrici che pur con pochi tratti caratteristici restano impressi nella memoria, vicende paradossali che giocano con elementi realistici, un tono sempre schietto che diverte e accorcia le distanze tra il racconto e il lettore; in questo senso, il polifonico Il bar sotto il mare rappresenta perfettamente lo stile originale dell’autore.
L’ironia e la fantasia dispiegano nel corso delle storie i temi profondi e delicati che costituiscono il cuore dei romanzi. La prosa di Stefano Benni, così, risulta ogni volta irresistibile.