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Postcards from Paradise: un’alienante perfezione

Entrando nella sala di Castel dell’Ovo, che ospiterà fino al 9 gennaio 2018 la mostra dell’artista Silvia Papas, si avverte un gelo surreale; a essere surreale non è il tema rappresentato nei venti quadri esposti, ma lo spiazzante realismo che queste opere contengono. Su sfondi urbani che richiamano varie realtà, quali Napoli o New York, si stagliano figure femminili bellissime e sensuali che, come sottolinea la curatrice della mostra Maria Guida, sono debitrici, nella loro rappresentazione, dell’evoluzione che la figura femminile ha avuto nell’arte e nella cultura (dalla Salomè di Klimt alla Rihanna di Damien Hirst).

Queste donne spiccano per i colori accesi e caldi dei loro abiti e accessori, su uno sfondo cittadino caotico e in movimento, che le rende evidenti ancora di più perché dipinto con varie tonalità di grigio; quello che colpisce da subito è il contrasto non solo dei colori tra le figure e l’ambientazione, ma anche quello tra la vivacità degli abiti e l’opacità degli sguardi. Tutta la vitalità, la forza e il calore che ci aspetteremmo di trovare in uno sguardo è reso unicamente dagli abiti.

 

In queste Postcards from Paradise, titolo volutamente provocatorio, l’artista sembra mettere in risalto quello che tutti, o quasi tutti, oggi vorremmo: bellezza, successo e  perfezione, ma esteriori, assolutamente e inesorabilmente artefatti. Queste figure non traboccano di felicità per una vita di successo, o di gioia per un obiettivo raggiunto, o, ancora, di serenità per un momento in famiglia; dallo sguardo traspare una profonda solitudine e dai gesti una costante ricerca di qualcosa celata da un’ostentata sicurezza di sé.

 

L’artista, attraverso il suo punto di vista, mostra allo spettatore qual è il modello femminile imperante oggigiorno, o, più in generale, si potrebbe dire il modello umano.
Guardando questi ritratti risulta surreale l’immediatezza del riconoscervi una gestualità familiare, effettivamente impiegata nella quotidianità; si può comprendere, così, come sia proprio l’esasperante ricerca di differenziazione che, a ben vedere, omologa tutti.

Nell’osservare i dipinti, realizzati come foto o cartelloni pubblicitari, quindi incentrati sull’esteriorità, la riflessione che ne deriva è invece tutta introspettiva: senza indulgere in stereotipati moralismi, in queste opere non c’è una condanna alla bellezza, al culto del bello o alla volontà di essere esteriormente belli, piuttosto uno stimolo a riflettere su cosa si debba intendere per bellezza.

Gli antichi Greci usavano il nesso καλὸς καὶ ἀγαθός (kalòs kai agathòs), per indicare la bellezza e il possesso delle virtù, un nesso imprescindibile per la cultura greca, volto a indicare che a qualità esteriori devono corrispondere pari qualità interiori. Forse dovremmo puntare a questo: considerare che una foto è e rimane solo una foto, che per quanto bella sia, non potrà mai contenere le infinite sfumature, i mille pensieri e le preoccupazioni che caratterizzano l’essere umano; non potrà mai definirci nella nostra interezza e complessità. Proprio in virtù di una tale complessità nessun individuo può essere uguale a un altro e non dovrebbe nemmeno tentare di esserlo andando a eliminare tutte quelle particolarità che lo rendono speciale; riducendo la complessità individuale e mirando all’omologazione l’accettazione è sicura, ma la personalità di ognuno è alla deriva.

 

Hjalmar Soderberg scriveva:

Vogliamo essere amati.
In mancanza di ciò, ammirati
in mancanza di ciò, temuti
In mancanza di ciò, odiati e disprezzati.

Vogliamo suscitare negli altri qualche sorta di emozione.
L’anima trema davanti al vuoto
e ha bisogno di un contatto a ogni costo“.

L’eccezionale bravura dell’artista risiede proprio nella capacità di ritrarre ciò che tutti “guardiamo” ogni giorno, ma che, filtrato dalle sue opere, diventa un “vedere”, portando a una domanda fondamentale: “l’immagine che offriamo al mondo di noi stessi rappresenta appieno e davvero il nostro io?”.