Categorie
Letteratura

La poesia di Franco Arminio e il luogo infinito dell’amore.

Tutte le riflessioni più profonde nascono dalla più sincera delle ammissioni: “io non so che cosa sia l’amore…”; con questa avvertenza Franco Arminio sviluppa la sua riflessione poetica senza la pretesa di fornire alcuna definizione del sentimento meno definibile in assoluto.

Lo strumento adoperato è la poesia che, come Arminio ci ha insegnato, non deve essere qualcosa di avulso dalla realtà, ma un modo di guardare il mondo e soprattutto un’ “arma” per cercare di salvare la nostra umanità.

Visitiamo, attraverso la parola poetica, i luoghi in cui l’amore si rende corporeo e si mostra a noi, viaggiatori spesso frettolosi e disillusi.

Il perno attorno a cui ruota l’intera raccolta è la doppia natura del sentimento amoroso: corporeo/incorporeo, finito/infinito, particolare/universale.

L’amore è un ciclo universale, non nasce con noi e non morirà con noi; noi conosciamo una serie di declinazioni fisiche di questo sentimento universale e Arminio le celebra in tutta la loro poetica corporeità: l’amore è quello che proviamo per il nostro partner, per i nostri figli, per i nostri genitori, per il nostro paese, per le nostre radici e anche per la poesia. Noi conosciamo le declinazioni fisiche e finite di un sentimento che trascende queste categorizzazioni perché è una fonte infinita e universale.

Una bottiglia è un posto adatto per un liquido,

ma non per una nuvola.

Proprio per questo l’amore è il più umano dei sentimenti: come noi siamo fatti di un corpo finito e di un’anima infinita, l’amore è finito e corporeo nelle sue manifestazioni e, allo stesso tempo, illimitato nella sua essenza.

Duplice celebrazione quella a cui assistiamo: l’amore è occhi, labbra, braccia, sesso, odore di tristezza e corpi che si ospitano a vicenda; ma l’amore è anche cenere che si disperde con un solo piccolo soffio, è il primo fiocco di neve della prima nevicata invernale, quello che con orgoglio trionfante accogliamo nel palmo della mano e che l’attimo dopo non c’è più, lasciando solo l’accenno di un brivido freddo.

L’unica cosa che fisicamente rimane quando l’amore finisce, l’unico tertium datur, che ci viene concesso è la parola, ancora meglio la parola poetica: è quel bagliore finale ed estremo che compiono le stelle prima di spegnersi definitivamente, è l’occasione che ci viene concessa per lasciare in noi e negli altri la traccia tangibile di qualcosa che non è concesso afferrare.

La poesia e l’amore
sono il nostro cadere più vero
nel modo:
stiamo luccicando prima di spegnerci.

Ogni volta che amiamo, noi lo facciamo in modo finito e infinito: la nostra corporeità diventa infinità perché noi creiamo una dimensione per accogliere questo sentimento e allo stesso tempo diventiamo parte di un meccanismo universale; ogni volta che amiamo siamo noi che realizziamo “l’infinito senza farci caso”, perché compiamo qualcosa che va oltre la nostra volontà; non è qualcosa di pensabile o calcolabile, né misurato, né misurabile; scappa fuori da noi, involontariamente e, soprattutto, generosamente, un pezzo d’anima che regaliamo a un altro essere umano.

74457248_10217831797040748_601962575889956864_o

 

Categorie
Letteratura

“Resteranno i canti”: la poesia e la paesologia di Franco Arminio

Con la poesia non bisogna essere egoisti, oltre che leggerla per sé bisogna anche leggerla agli altri. Anzi, più ci tocca e più nasce spontaneo il desiderio di condividerla. La poesia è un farmaco, ma è anche una malattia contagiosa, è capace di rivelarci a noi stessi, come tutte le esperienze più estreme.

La poesia è un’esperienza; Resteranno i canti di Franco Arminio è un’esperienza di prosa e poesia, non è un libro adatto a essere raccontato, descritto o recensito, ma, come fosse un essere umano, lo si può solo percepire, ascoltare e vivere.

Il lettore entra in una nuova dimensione, dove la materia poetica è sempre ancorata alle cose: è un’evocazione costante dove l’amore e la morte sono presenti, alcune volte in modo latente altre in modo più palese, ma mai evanescenti. La materia poetica nasce da oggetti fisici: gli alberi, le strade, il corpo, che tramite la scrittura diventano evocazione e, allo steso tempo, rendono la parola poetica tangibile.

In questo universo, che sembra richiamare la “poetica delle cose” attribuita alla poesia di Montale, la fisicità è il perno di tutto; la poesia nasce da qualcosa che viene meno nella realtà, qualcosa che è necessario continuare a ricordare e vivere, diventa parola sublimata dopo, prima è stata un oggetto, un luogo, un qualcosa che si è vissuto.

La morte e la  perdita nella poesia di Franco Arminio hanno a che fare soprattutto con la scomparsa dei paesi, con il venir meno di una dimensione che sarebbe complesso spiegare se non la si è vissuta. Assistere al disgregarsi di questi piccoli centri, è, per chi è nato e cresciuto in tali luoghi, un dolore che va oltre la semplice nostalgia del passato; rappresenta la mancanza di una dimensione propria, una radicale insicurezza che porta però a non fermarsi in una sterile contemplazione malinconica del passato, ma è per il poeta motore di tutto. Si evoca ciò che è stato e non c’è più o sta scomparendo per fare qualcosa, per rendere se stessi e gli altri coscienti che non ci si può fermare, inermi, di fronte agli accadimenti. La poesia è lo strumento di evocazione e di ribellione che il poeta ha adottato per questa battaglia.

41190764_761470260852238_752028621543047168_n

Temi come la morte, l’amore e la fugacità della tempo sono dei pilastri della poesia a partire dai simposi del mondo greco, passando per il carpe diem oraziano e finendo con i poeti più recenti; anche questi assumono una veste nuova, assolutamente non formale ma decisamente fisica e ancorata al momento. L’amore passa dal corpo, è un sentire doloroso, è un aprirsi a un invasione esterna che l’essere umano sembra non voler accettare, nonostante sia inevitabile. Tale sentimento non è descritto come contemplazione o esaltazione dell’oggetto d’amore ma come un incontro che permette di vedere realmente se stessi, di rinascere nella propria totalità di corpo e anima: è un sentimento puro, che si origina da slanci fisici; è un sentimento sublimante, che si determina in un contatto di anime.

L’invito che si potrebbe leggere in queste pagine è quello all’attenzione, alla cura, alla passione e alla purezza: verso i luoghi, perché potrebbero scomparire; verso le persone, perché potrebbero non esserci per sempre; verso se stessi, perché si cambia inevitabilmente.

Dunque la poesia dovrebbe avere questo compito: ricordare e richiamare non per vezzo o decorazione, ma accompagnare la vita attiva, le esperienze; deve essere un luogo in cui fermarsi per qualche minuto a riflettere sull’importanza di tutto ciò che riempie le vite frenetiche e, dopo questa riflessione, deve permettere uno slancio attivo. La poesia così assume una corporeità: permette di mettere a fuoco ciò che troppo rapidamente scorre davanti agli occhi, permette di vedere la bellezza o la stortura e dopo ciò, ha in se la forza di spingere al cambiamento, alla ribellione, all’azione che, così, diventa un’azione poetica.

Scrivo, come dice un’amica,

“per smontare il marchingegno

del miracolo”, lo smonto

e lo rimonto all’infinito.