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Escher: prospettive, metamorfosi e realtà al Palazzo delle Arti di Napoli

“Solo coloro che tentano l’assurdo raggiungeranno l’impossibile”

Mauritius Cornelius Escher

Una caleidoscopica girandola di tasselli, un vortice di linee, un turbinio di incisioni, dove tutto sconcerta e stupisce, soprattutto la realtà e le sue rappresentazioni: questa è la mostra di Escher al Palazzo delle Arti Napoli, poiché questo è il percorso artistico di Escher.

Agli occhi di chi classifica il sapere in discipline ordinate e categorie precostituite, gli interessi dell’artista olandese appaiono ossimorici e paradossali, poiché spaziano dall’arte greco-romana alle teorie della relatività di Einstein, dallo stile moresco alle formule goeometrico-matematiche; dalla loro apparente inconciliabilità  si origina un nuovo approccio all’arte intesa come modo di guardare il mondo decostruendolo e ricostruendolo. Nelle opere di Escher il punto di vista dell’artista e quello degli spettatori acquistano la stessa importanza, pur essendo inconciliabili: è la realizzazione del concetto di arte come dialogo inesauribile tra chi la produce e chi ne usufruisce.

Gli Emblemata sono la rappresentazione esemplare della volontà dell’artista di creare un dialogo destabilizzante con lo spettatore, perché è la realtà stessa a essere destabilizzante e incongruente: immagini armoniosamente realizzate si trovano in antitesi con i motti in latino e fiammingo che le accompagnano; così una farfalla agli occhi dell’artista diventa signum immortalitatis fragile admodum, dove l’antitesi che si coglie nel definire qualcosa come fragile e immortale è la stessa che l’artista scorge tra il modo in cui il mondo appare e il modo in cui si cerca di descriverlo tramite immagini o parole. La stessa scelta della litografia e della xilografia come tecniche di stampa per le opere implica un messaggio di fondo: l’opera dev’essere pensata e rappresentata al contrario, viene alla luce dal suo opposto, sottintende, già in fase di realizzazione, due punti di vista contrari e complementari.

 

Dunque, il viaggio artistico di Escher è una fuga da ogni categorizzazione del sapere: insofferente nei confronti dei canonici sistemi di apprendimento, l’arte è per lui ragionamento e percorso che da uno stimolo iniziale, esterno, sviluppa se stessa e non si esaurisce in una sola forma chiusa di rappresentazione, ma necessita di infinite forme e di infiniti punti di vista, perché infinito è il numero di coloro che ne entreranno in contatto. L’ammirazione per le architetture del mondo arabo, per i paesaggi italiani e per le opere del mondo greco-romano è espressa attraverso un processo di rilettura: osservare, analizzare, scomporre le grandi opere del passato e ricomporle secondo la sua prospettiva, a dimostrazione che non c’è nulla di perfettamente compiuto e che tutto è passibile di rivisitazione e rivalutazione, cambiando il proprio punto di vista.

 

Comune denominatore tra arte e scienza è l’indagine; la curiosità è sia stimolo creativo che slancio iniziale dell’osservazione scientifica e porta a rapportarsi con il mondo esterno senza nessun preconcetto, anzi, indagando la realtà, le sovrastrutture mentali dovrebbero venir meno così da poter riscrivere ogni volta ciò che si offre alla vista  con nuovi paradigmi e categorie, che in Escher non sono mai definitivi, ma trampolino di lancio per una nuova prospettiva e un nuovo percorso.

Come le rampe di scale nell’opera Relatività cambiano direzione a seconda di chi le percorre e di come l’osservatore guarda, così la realtà, l’arte e i modi di comunicare cambiano a seconda dell’individuo, e soprattutto, di ciò che l’individuo ha vissuto, ha visto e ha appreso. Dunque, il destino dell’artista, o meglio dell’uomo in generale, è quello di percorrere scale all’infinito senza possibilità di incrociare nessun altro, senza un pavimento solido da cui partire e un soffitto sicuro a cui giungere, una spirale di nichilismo e incomunicabilità senza soluzione? Dare una risposta a questa domanda vanificherebbe il motivo di fondo dei lavori di Escher: non è importante categorizzare il punto d’arrivo e di partenza, ma essere pronti a modificare, se il percorso lo richiede, prospettive, conoscenze acquisite e lo stesso punto d’arrivo, se lungo il tragitto questo perdesse di valore.

 

Motivo ricorrente nel pensiero di Escher è l’idea dell’impossibilità di rappresentare la realtà nella sua interezza e veridicità con immagini e parole; l’arte, non avendo più questo scopo, diventa altro e forse trova davvero la sua funzione: non rappresentare ma capire la realtà, presentarsi come uno strumento di indagine che permette di vedere l’uomo e la realtà come un qualcosa di composto da tantissimi piccoli tasselli, che, combinati insieme, danno un’immagine più grande e unitaria, la quale però, inevitabilmente, non può rimanere sempre la stessa, poiché soggetta al trascorre del tempo e agli accadimenti che influenzano percezioni e ragionamenti; mentre i piccoli tasselli che compongono l’uomo e la sua realtà sono sempre gli stessi, ciò che è destinato a subire una metamorfosi è l’immagine generale, è il modo in cui ognuno ordina l’infinito puzzle che è la realtà.

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L’artista stesso, nel definire il suo lavoro un gioco molto serio, dimostra di essere consapevole del paradosso implicito nelle sue opere e la mostra esposta al PAN rende giustizia a questo concetto; il visitatore è invitato a entrare nel mondo di Escher con tutti i sensi tramite esperimenti interattivi che, sotto l’apparente semplicità del gioco, servono a rendere tangibile quanto di scientifico, di filosofico e di tecnico sia sotteso al lavoro dell’artista olandese.

Vorticando, si esce da questo percorso destabilizzati, non perché si è privi di certezze, bensì perché Escher mostra come l’uomo abbia la capacità intellettuale e la sensibilità artistica di rapportarsi, di comprendere e raffigurare la mutevolezza della realtà e delle sue rappresentazioni.